Nessuno, credo, si aspettava le piazze che abbiamo visto il 13 febbraio. Tutti avevamo capito che sarebbero state grandi. Ma la qualità del messaggio politico emerso da quella giornata non era scontato.
Gli stessi contenuti della mobilitazione hanno assunto un senso differente da quello dato dai primi appelli trasformati da quante hanno rifiutato la distinzione tra donne per bene e prostitute, che hanno rifiutato le categorie del moralismo. Ma va riconosciuto alle donne che hanno proposto questa mobilitazione di aver permesso questo processo intercettando un bisogno diffuso. Oggi questa mobilitazione è nelle mani di tutte e tutti noi e non si riempie solo di numeri ma delle intelligenze e delle storie che in forme anche conflittuali le hanno dato forma.
Piazza del Popolo era arrabbiata ma allegra, piena di entusiasmo più che di rancore, nelle piazze c’erano le donne dei centri antiviolenza, quelle delle pari opportunità ma anche il movimento per i diritti delle prostitute e molte ragazze dei collettivi femministi e lesbici, c’erano le donne che hanno costruito l’originalità del femminismo italiano e che avevano espresso molti legittimi dubbi sul profilo della mobilitazione.
Ma il 13 febbraio ha creato anche un altro fatto nuovo di cui credo sia importante cogliere la novità.
È emersa per la prima volta, in modo pubblico e visibile una parola maschile. È una parola molto contraddittoria, spesso segnata – nelle dichiarazioni dei singoli partecipanti alle manifestazioni come in quelle dei leader nazionali – dalla riproposizione di stereotipi e luoghi comuni. Ma credo sarebbe un errore sottovalutarne la valenza.
La politica maschile appare su questo nodo segnata da un analfabetismo: non ha prodotto parole adeguate e non riconosce quelle prodotte, innanzitutto dalla politica delle donne.
Penso alla difficoltà di Bersani di evitare l’ambiguità del riferimento proprietario o paternalistico a “le nostre compagne, mogli” non riuscendo a esplicitare le relazioni come riferimento per guardare al mondo. Anche in questo caso l’impaccio verbale mostra però l’emersione della necessità a misurarsi con un terreno sul quale il buon senso non basta più e serve la capacità di un’interrogazione su di sé e di riconoscimento della politicità del nodo dei rapporti tra i sessi. Non a caso l’impasse che vive questa discussione ha molto in comune con l’alternativa tra giudizio moralistico e indifferenza che si ripropone sulla mercificazione del corpo delle donne nei media.
Credo sia doveroso riconoscere a Gli Altri, e in particolare ad Angela Azzaro e Lea Melandri, la scelta di dare voce a uomini e, in particolare l’attenzione a un esperienza come quella della rete che si raccoglie attorno a Maschile Plurale. Ma credo sia stata anche importante la scelta de il manifesto (ed anche lì è impossibile non vedere come sia stato importante il lavoro e il punto di vista di Ida Dominijanni) di aprire le pagine del giornale a interventi di uomini, da Raimo a Raparelli, da Bellassai a Recalcati che hanno mostrato evidenti differenze di approccio e prospettive. L’interrogazione maschile ha tracimato anche in quotidiani come il Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa: hanno proposto interventi di uomini spesso volgarmente e forse ciecamente arretrati come Ostellino e Polito, altre volte di grande interesse come nel caso di Sofri. L’Unità, infine, che più di altri si è identificata nel comitato promotore di questa mobilitazione, ha scelto di ascoltare e sollecitare uomini. E così radio, blog, siti (tra gli altri certamente quello di www.donneealtri.it animato da Alberto Leiss e Letizia Paolozzi tra gli altri, la newsletter de La libreria delle donne di Milano, quella della Libera università delle donne).
Insomma: la mediazione del denaro e del potere nelle relazioni tra i donne e uomini, la rappresentazione sociale dei sessi, dell’immaginario sessuale sono al centro come terreno di trasformazione e richiedono una pratica collettiva, visibile e pubblica anche degli uomini.
La prima cosa da fare è raccogliere e valorizzare tutto questo. Credo sarebbe di grande interesse produrre e diffondere una “rassegna” di tutti gli interventi maschili apparsi in queste settimane su giornali e siti (lo abbiamo iniziato a fare sul sito www.maschileplurale.it). Credo sarebbe anche interessante raccogliere tutti i messaggi giunti da uomini al comitato promotore nazionale e nelle varie città (Monica Lanfranco, ad esempio, mi pare lo abbia fatto a Genova). In questa confusa presa di parola ci sono molte ambiguità, si ripropone spesso il modello del sostegno solidale o dello sdegno virile. Ma se ascoltiamo con attenzione ci accorgiamo che dietro c’è la necessità di dire qualcosa per cui non si hanno parole conosciute.
Perché non costruire momenti di confronto pubblici tra uomini nelle prossime settimane? Sarebbe l’occasione per uscire dall’alternativa tra cinismo politicista che valuta le vicende giudiziarie come variabile del gioco di palazzo e segno oscillante tra il moralismo e l’ipocrisia. Potrebbe essere l’occasione per una vera interrogazione reciproca su cosa vogliamo e su cosa possiamo costruire insieme. Magari intercettando per la prima volta un desiderio di cambiamento maschile restato sotterraneo.
Se non ci aiuta una rappresentazione delle donne schiacciata tra vittimizzazione e giudizio moralistico poco ci aiuta l’interlocuzione con un maschile schiacciato sulle figure della rappresentanza politica e del potere che non colgano contraddizioni, conflitti e cambiamenti.
I ragazzi e che vivono misurandosi con l’espressione sociale del desiderio femminile, gli uomini che tentano di reinventare la propria relazione di cura dei figli sono parte di un mutamento in corso ma che non ha visibilità e spesso non ha parole per esprimersi e definirsi. E senza parola non c’è forma, e questi mutamenti restano schiacciati in rappresentazioni ambigue e contraddittorie (la femminilizzazione come esito dall’uscita dai modelli della virilità normativa, l’autocontrollo virile come antidoto alla violenza sulle donne, i mammi per raccontare una nuova attenzione alla cura).
Costruire una diversa parola maschile che non scelga l’auto disciplina ma riconosca come opportunità la scoperta del desiderio femminile apre anche lo spazio politico per un conflitto e una relazione tra donne e uomini più fertile.
Ma serve, appunto, un percorso maschile che esca dalla dimensione individuale e produca politica. Cioè conflitto, riconoscimento reciproco, pratiche collettive.
Su questo, suo malgrado, la rete di Maschile Plurale ha un ruolo e una responsabilità. Chi ha scelto di costruire un percorso che si discosta dalle forme tradizionali della politica maschile e che quindi porta con sé una radicata diffidenza verso i modelli dell’appartenenza, della costruzione di gerarchie organizzative, di ricerca spasmodica di visibilità pubblica e proselitismo oggi si trova di fronte alla responsabilità di inventare forme diverse. Per dimostrare che l’alternativa non è la paralisi, l’afasia, il ripiegamento individuale.
Al richiamo collusivo di Berlusconi e al suo sogno asfittico del controllo del corpo delle donne e della loro disponibilità dobbiamo saper contrapporre una diversa idea di libertà. Ma per farlo dobbiamo trovare il coraggio e il desiderio di costruire parole comuni per dirla e viverla, insieme, anche nello spazio pubblico.
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Claudio
20 febbraio 2011 at 21:14
Cara Rosanna, tu dici che le donne hanno più successo negli studi, a parte il fatto che le insegnanti sono quasi tutte donne (strano che nessuno faccia delle maliziose allusioni, come quando siamo preminenti noi), non pensi che, ammesso che sia come dici tu, dipenda anche dalla lenta ma costante cancellazione della figura paterna e di tutte le figure maschili di riferimento?
Da un po’ di tempo non si fa altro che parlare delle donne, delle donne, delle donne, sempre e solo delle donne, delle donne che hanno l’intelligenza superiore, delle donne che moltiplicano pani e pesci, delle donne che resuscitano i morti, delle donne che cacciano i mercanti dal tempio, delle donne che camminano sull’acqua.
Ora, dimmi te, un ragazzino che punti di riferimento può avere? Solo donne, e quindi al massimo diventa una donna di serie B.
Che dicono gli illustri signori di “maschile plurale” di questo? Nulla, anche loro lì a decantare la “razza superiore”
Jennifer
19 febbraio 2011 at 21:35
Brava Rosanna. La rivoluzione inizia in casa. Troppe donne di sinistra continuano a fare due lavori e, ancora peggio, ad allevare i maschi come piccoli principi.
Continueranno a perpetuare un modello che si è rivelato deleterio per gli stessi maschi. Da che cosa dipende, infatti, il successo delle ragazze negli studi?
Da una diversa educazione: fare tante piccole cose le abitua ad organizzarsi e a gestire la vita molto meglio dei compagni maschi.
Jennifer
19 febbraio 2011 at 21:27
Sno andata alla manifestazione non in quanto donna ma, come afferma la destra, contro Berusconi ed il suo governo.
Spero che che il B. cada a causa di questo stupido errore che si è procurato da solo. Stupido rispetto a tutto quello che ha combinato prima e dopo la discesa in politica.
Sbaglierò ma credo che le donne normali non hanno niente a che fare con quelle puttanelle che tentano la via breve al guadagno ed al sucesso.
Gli uomini normali hanno qualcosa a che fare con gli spacciatori e i maganccia?
No. Esattamnte come le donne normali hanno scelto di lavorare onestamente
D’altra parte che cavolo vuol dire “l’utero è mio e lo gestisco io?”.
Il femminismo è come la democrazia: uguali posssibilità a tutti, anche agli imbecilli.
treghinee
19 febbraio 2011 at 15:23
Caro Stefano ti seguo da anni e nessuno come te riesce insieme agli altri tuoi compagni di pensiero che hai citato a interpretare così bene il desiderio femminile di relazione e cura delle relazioni.
Tuttavia, nell’universo maschile quotidiano che vi circonda e che mi circonda quello che trovo è una continua fuga davanti al confronto e al conflitto con la differenza femminile. E parlo soprattutto di uomini che dovrebbero essere accorti poichè scolarizzati, con punte di eccellenza. Quindi aver studiato non c’entra nulla. Un silenzio, soprattutto fra loro, un disagio sulla presa di parola a proposito della propria identità sessuale e sul proprio desiderio mai avvistato, mai interrogato, una profonda estraneità fisica all’ascolto delle donne e della loro differenza. La loro presenza è sempre apparente, scusa il bisticcio. Nei fatti scolorano, si allontanano quando la relazione non pone la loro natura come primo mobile assoluto della relazione stessa. Non vogliono fare fatica, detto in maniera semplice. Le relazioni devono semplicemente funzionare e andare liscie. Non hanno ancora compreso, sentito nella carne, che si tratta di curare per costruire e rispettare e voler bene a tutto questo. E per essere chiara intendo le relazioni in senso generale. Ma so che hai compreso. Grazie
Claudio
18 febbraio 2011 at 12:01
Bravo Stefano, diciamolo forte: le donne sono la parte sana del mondo, gli uomini devono tutti chiedere scusa alle donne!
Francesca la Forgia
16 febbraio 2011 at 12:33
Impeccabile come sempre!
Credo che sia importante imparare a nominare le cose, con un vedere diverso. E ritengo importante che questo movimento non si fermi. Forse è la volta buona che la “rivoluzione più lunga” cambi il Paese.
Rosanna
16 febbraio 2011 at 04:46
Caro Stefano,
le donne (forse) si libereranno del maschilismo quando capiranno che basta dire no. No agli stereotipi, no al “lo faccio per lavoro”, no al “la do via per convenienza”.
Le donne di sinistra aiuteranno (forse) le altre donne a liberarsi quando capiranno che usare il maschilismo come lo usano loro, cioè come ineluttabile male che affligge le donne dalle quali esse non possono liberarsi se non con l’aiuto di qualche “maschio” (possibilmente “potente”, anche se diversamente da Berlusconi, qualcuno che “conceda” loro il potere con le quote rosa/panda) o di qualche “legge” (possibilmente “condivisa”, in modo da sentirsi a posto con la coscienza nell’imporla agli altri).
Le donne liberate sanno che liberarsi dal maschilismo è tanto difficile e tanto facile quanto liberarsi da altre schiavitù, come la droga e l’alcol: basta decidere di guardarsi in faccia e abbandonare le scuse che normalmente si usano per sentirsi vittime ed eroine nell’essere vittime (tipo “lo faccio per il mio compagno/mio figlio/il partito/la chiesa etc etc). Come con alcol e droga, nessuno ti libera… ti liberi tu, finendola di sentirti vittima ed imparando a dire no.
Il maschilismo non si sconfigge in piazza protestando contro la poca morale dell’emulo di Craxi. Si sconfigge a casa propria, cominciando dal rifiuto di accollarsi i lavori di casa, proprio quello che per quieto vivere (e vittimismo) tante donne “di sinistra” non fanno, salvo poi lamentarsi che il compagno si aspetta da loro che lavorino e puliscano tutto.
E’ troppo comodo fare la vittima a questo modo.