Di quale sdegno stiamo parlando?
Cittadine e cittadini che manifestano davanti al Quirinale il loro sdegno per un premier che si circonda di una corte di adolescenti e si intrattiene con loro in serate orgiastiche, un premier che a sua volta interviene minaccioso contro la magistratura e le questure che offendono la dignità delle sue “ospiti”, sbeffeggiandole, costringendole a spogliarsi e perquisendole come si fa solo con delinquenti e mafiosi.
E infine: appelli, manifestazioni, paginate di firme esposte dai giornali e dai siti Internet per chiedere le dimissioni di un Presidente del Consiglio che si comporta come un sultano. I vizi privati, soprattutto se c’è di mezzo il sesso e se sono così esorbitanti da fuoriuscire dall’intimità, smascherano senza riguardo le pubbliche virtù. Non che Silvio Berlusconi ne avesse molte, abituato a muoversi con disinvoltura tra un versante e l’altro; si potrebbe dire anzi compiaciuto a sicuro di poter contare proprio sulla sua incontenibile vena anti istituzionale per un consenso di massa.
Ma Ruby, l’ultima in ordine di comparsa nella passerella delle frequentatrici abituali delle ville berlusconiane, e la schiera delle “condomine” di via Olgettina, come lei ben remunerate per i servigi resi al premier, potrebbero essergli fatali. Katia G., la protagonista del romanzo comico di Alessandra Faiella, avendo fatto del suo Lato B “da urlo” una “perfetta macchina da guerra” contro l’uomo potente che si serve delle donne a suo piacere, una volta portata a termine la sua impresa eroica-erotica, esclama: «Sarà stata una gran troia, ma ha liberato un paese». Fuori dall’umorismo sarcastico di Faiella, è questo a cui mira l’ondata di sdegno montante? Cioè che a dare il colpo di grazia al governo Berlusconi siano i corpi delle donne – l’uso e abuso che ne è sempre stato fatto, la storia secolare dello “scambio sessuo-economico” – di cui in Italia non sembrano essersi accorte finora né la cultura né la politica? Là dove non è riuscita l’opposizione parlamentare, a cui non sono mancate certo le occasioni politiche per liberarsi di un primo ministro ritenuto a ragione un pericolo per la democrazia del paese, dovrebbe dunque essere un “fattore” ritenuto tradizionalmente “non politico”, non indagato, e fatto oggetto di attenzione solo quando serve – e cioè il privato, la sessualità, la mercificazione del corpo femminile – a portare fuori dal baratro.
Tenuto conto dell’ignoranza pressoché totale in cui è stata lasciata finora l’analisi del rapporto uomo-donna, come problema politico di primo piano, la messa sotto silenzio della consapevolezza, dei saperi, delle pratiche nate dal movimento delle donne e riguardanti le ricadute del sessismo sulle istituzioni pubbliche, non ci vuole molto a capire che a prevalere nelle manifestazioni di indignazione sarebbero stati gli stessi ragionamenti che finora hanno impedito, sia pure in modo diverso, di affrontare la conflittualità tra i sessi. Primo fra tutti il concetto di “privato”, visto ancora come il luogo “altro” della sfera pubblica, che può, mantenendosene prudentemente o pudicamente separato, proteggerla da passioni, comportamenti poco presentabili, o, al contrario, minacciare di invaderla, contaminarla, incrinarne l’autorevolezza. Di qui l’interminabile diatriba fra chi pensa che la privacy non debba essere toccata, e di chi invece ne fa, all’occasione, un arma per mettere in difficoltà l’avversario. Salvo dimenticarsene subito dopo.
Che il privato sia la vita personale, le relazioni primarie attraverso cui passa la formazione di un individuo, l’impronta che prendono fin dall’infanzia i ruoli contrapposti e subordinati l’uno all’altro del maschio e della femmina – ma anche della biologia e della storia, dei sentimenti e della ragione – resta una verità sepolta, insieme a quella rivoluzione delle coscienze che è stato il femminismo degli anni Settanta. È così che Pierluigi Bersani può dire candidamente che lui non chiede di «disquisire su questioni sessuali», mentre non esita a servirsene, come dimostra l’accoglienza calorosa alle “parole pesanti” del cardinal Bertone, all’ “autorità morale” della Chiesa che, come sappiamo, ha sempre avuto nel controllo della sessualità un ruolo primario. Più laicamente, ma anche più drastica nel liquidare il problema uomo-donna, è stata Nadia Urbinati: non ci troviamo di fronte, ha scritto su Repubblica (21.1.2011), a una questione morale o di peccato, ma di “competenza” a svolgere funzioni che richiedono un contenimento saldo delle emozioni, in particolare del desiderio sessuale, messo sullo stesso piano di “fattori viscerali”, come la fame, la sete, il bisogno di evacuare.
Torna la tesi di Veronica Lario: un uomo “che non sta bene”, affetto da una patologia individuale, comportamenti compulsivi che lo rendono inadatto a rivestire una carica per la quale serve, come dice Urbinati, lucidità “cognitiva e pratica”. Che lo si consideri un campione assoluto o una vittima del suo stesso machismo, si resta comunque intrappolate dentro quella personalizzazione della politica che è, al medesimo tempo, lo zoccolo duro del successo di Berlusconi e il terreno franoso che potrebbe ingoiarlo. Di certo, nessuno può illudersi che, insieme al suo potere si eclissi l’immaginario sessuale che fa da supporto alla civiltà maschile dominante da secoli, e che le donne stesse hanno inconsapevolmente fatto proprio.
È per questo che l’appello alla moralità, che ha preso forme diverse – dai richiami soft di Napolitano a comportamenti “più sobri”, al rispetto dell’etica pubblica, fino alle condanne più esplicite del tipo “si vergogni” – è destinato a riscuotere adesioni immediate e trasversali agli schieramenti politici, ma anche a confermare ambiguamente pregiudizi esistenti e duri a morire. Un’idea di libertà sessuale malintesa e storpiata dalle leggi di mercato, una rivoluzione del linguaggio che ha dato la stura a un universo verbale tenuto finora sotto controllo, coesistono oggi con residui di una morale cattolica che vede nel sesso il peccato originale della specie umana. La sessualità sembra che offenda la legge divina più della guerra, della fame, dello sfruttamento e di qualsiasi altra ingiustizia sociale. La deriva scandalistica, quando al centro della riprovazione morale ci sono comportamenti erotici, è prevedibile, così come l’oscillazione ambigua tra sdegno e voyeurismo.
È la sequenza imbarazzante dei messaggi contraddittori che sono passati insistentemente negli ultimi giorni, alternando voci concitate di disapprovazione morale con corpi femminili seducenti, destinati a muovere desideri, invidie, segrete complicità col “peccatore”. A parte qualche eccezione, la campagna che si è andata allargando intorno ai risvolti penali del caso Berlusconi-Ruby, non ha avuto per le giovani donne implicate negli intrattenimenti del premier il riguardo che ci si sarebbe aspettati nel momento in cui si invoca da più parti una “rivolta” a difesa della dignità delle donne. Trasformate in merce di scambio, oggetti di piacere, trastullo del sovrano, ma pur sempre donne che hanno scelto di essere in quel luogo, di fare della loro bellezza una fonte di guadagno. Si può dire che scegliere non significa di per sé essere libere di scegliere. Ma questo è un ragionamento molto diverso dal definirle sbrigativamente “vittime” o volgarmente “puttane”, dal proiettare su di loro l’umiliazione che le donne hanno subìto per secoli in quanto donne, o dall’attribuire alla loro civetteria l’origine prima del degrado morale di una società.
L’insofferenza nei confronti del governo Berlusconi, e in generale l’imbarbarimento che ha prodotto la confusione tra politica e spettacolo, tra stile di vita personale e ruolo pubblico, tra merito e gradevolezza estetica nella scelta di parlamentari e ministri, può anche darsi che trovi nella sbracata, boccaccesca scenografia dei passatempi del premier, nel suo modo di pensare le donne felici di offrire i loro servigi erotici in cambio di doni, denaro e carriere, l’occasione per un fronte comune trasversale a tutte le forze politiche, a donne e uomini. Ma non si dia a una mobilitazione giusta e augurabile per impedire la perdita di fondamentali conquiste democratiche, il vessillo di una crociata contro il corruttore sessuale di minorenni, o l’imprimatur di una “rivolta” delle donne contro il potere che le ha tenute storicamente in una condizione di marginalità. Finché lo sdegno non si estende a tutti gli aspetti del privilegio e della violenza maschile – da quella manifesta degli stupri e degli omicidi domestici, a quella che passa non vista nella disuguale responsabilità famigliare di uomini e donne, nelle discriminazioni sul lavoro -, dovrebbe venire il sospetto che delle donne ci si preoccupi quasi sempre solo quando servono.
Questa vicenda la dice lunga su quanto si sia immiserito il femminismo dal momento che si è attestato su piccole conquiste di emancipazione – leggi di parità o di tutela – anziché continuare nella ricerca di un’autonomia di pensiero, rispetto ai modelli interiorizzati, e arrivare ad imporre, in tutti i luoghi in cui le donne sono presenti, un’analisi del sessismo, delle sue molteplici implicazioni, economiche, politiche, culturali.
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Iole Natoli
10 febbraio 2011 at 14:16
Oh, là, là, spariti i miei ulteriori commenti di ieri. Disturba tanto che abbia espresso più dettagliatamente i motivi del mio dissenso?
Pazienza. Non esiste soltanto questo spazio in cui è dato ai commentatori di esprimersi: fortunatamente, ve ne sono anche altri.
Con i più cordiali saluti.
Iole Natoli
Iole Natoli
9 febbraio 2011 at 13:14
Su questo siamo perfettamente d’accordo, Lea. La protesta contro la Minetti a Milano ha del ridicolo, nel momento in cui si sostituisce a una protesta di quella esile frangia di un partito al governo contro S. B. Diventa un gesto dal sapore antico, che ripete il consueto mascheramento delle responsabilità originarie maschili.
Quanto all’emancipazione perversa, beh, io non la considero nemmeno un’emancipazione, perché il modello della donna moglie quasi asessuata, o puttana per diletto altrui e in tal caso anche seduttrice, è secolare. Cambiano gli abiti, i luoghi e i “doni” avuti, si va nei consigli regionali o in parlamento invece di ottenere marchesati, ma la sostanza resta sempre quella. Queste donne sono “schiave radiose” – definizione più che appropriata, questa sì – di un potere che oggi come ieri piega e divora l’identità femminile, arginando e spezzando ogni sviluppo.
lea melandri
9 febbraio 2011 at 12:20
cara Iole,
hai ragione, la parola ‘civetteria’, che per altro non uso mai, è impropria, non rende l’idea che volevo esprimere. Intendevo dire, semplicemente, che se critico chi le vede come ‘vittime’, critico anche quelli che sono tentati di ricondurre tutti i mali a quell’aspetto della donna che la vuole seduttrice e ‘puttana’. A proposito delle donne che scambiano sesso con denaro e carriere, ho usato spesso l’espressione ‘schiave radiose’, ho parlato di ‘emancipazione perversa’. Ma soprattutto penso che si debba riconoscere che lo scambio sesso-denaro parla essenzialmente del potere e dell’immaginario sessuale maschile, e che spostare, come spesso avviene, tutto il problema sulle donne, degne o indegne, è fuorviante.
Iole Natoli
9 febbraio 2011 at 03:09
E comunque sono ora le 2 e 09 e non erano le 3 e 05 quando ho scritto.
Ma questo non riguarda te…
:- )
Iole Natoli
9 febbraio 2011 at 03:05
“Civetteria”? Una compravendita di servizi sessuali e favori economici, coi soldi peraltro dello Stato, vedi caso Minetti, me la chiami semplicemente “civetteria”, Lea Melandri? Perdonami, ma accanto alle tantissime cose giuste che dici – e questa non è una novità – vi sono a mio parere scivolamenti che non aiutano assolutamente le donne a ritrovare la via che pure richiami: quella del femminismo laico e liberatorio degli anni settanta. Liberatorio nei confronti di tutto: dell’esser comprate da un marito-proprietario, o da un datore di lavoro che vuole il tuo corpo in cambio del lavoro che ti serve, nell’ambito di quella stessa mercificazione che oggi esplode in maniera lampante, grazie a somme ben più nutrite e ruoli ancor più mortificanti.
Se scegliere questo tipo di strada – di scelta tu stessa hai parlato e non di obbligo – può essere effettivamente considerato un uso di una semplice “civetteria”, allora io sono giunta per la prima volta oggi in questo mondo da un altro pianeta e ho ancora molto, ma proprio molto da imparare sui reconditi e strani usi del linguaggio.
Jennifer
4 febbraio 2011 at 18:23
I maschi sono “superficiali ed autoassolutori” non certo per colpa loro ma delle loro donne: madri, nonne, zie ed anche parecchie insegnanti.
Le nostre madri si lamentavano, eccome. Certo avevano la buona creanza di non lamentarsi davanti ai figli, se non in casi eccezionali.
Io ricordo tante battuttacce, dette in dialetto fra donne, che mi facevano capire che c’erano dei problemi che oggi si definiscono “di genere”.
Purtroppo una scuola con la stragrande maggiornza di personale femminile non aiuta nella crescita nè i maschi nè le femmine.
E’ innegabile, comunque, che ancora oggi le donne devono affrontare mille difficoltà spesso in solitudine e non perchè siano sole.
Maria Grazia Campari
2 febbraio 2011 at 13:02
Il problema non è l’alternativa fra scendere in piazza o no.
Può essere importante scendere in piazza e si può decidere di farlo per ottime ragioni oppure per ragioni che si considerano fuorvianti ed è opportuno criticare per un esercizio di ricerca della verità, purtroppo assai distante dal costume politico attuale.
Le esigenze che tu poni nei confronti della società sono giuste e contemporaneamente in contrasto con la tua prima affermazione sulla ininfluenza del fatto che l’immorale utilizzo dei corpi femminili e il conseguente scandalo, siano usati quasi pretestuosamente, a fini di lotta politica impropria.
Lo scandalo moralista rivolto al solo Berlusconi offusca, infatti, l’aspirazione che tu senti, giustamente, verso un modello di vita più equo, più inclusivo, che io definirei società partecipata da esseri umani dei due sessi, parimenti dotati di capacità e responsabilità nella creazione delle regole che determinano il “come” della civile convivenza.
Se si cede alla strumentalità, Berlusconi può anche passare, ma la discriminazione di una società maschio centrica è destinata a restare, con tutte le conseguenze negative per tutti che l’attualità ci mostra ogni giorno.
valentina cois
2 febbraio 2011 at 12:47
Lo vedi, Enrico, neanche ti rispondono: la verità è che a queste signore non interessa affatto uscire dal labirinto assieme a te, preferiscono sdottoreggiare all’interno dello schema binario e irregimentato oppressore/oppressa.
In una breve stagione della mia vita, mi è capitato di frequentare gruppi “femministi” e, al netto delle differenze, sono tutti accomunati da un risentimento ottuso nei confronto del “genere oppressore”. Per non parlare del birignao un po’ autistico con cui si esprimono quando devono nominare, aggettivare il maschio. O della spocchia intellettuale perfettamente riassunta da frasi come “Tenuto conto dell’ignoranza pressoché totale in cui è stata lasciata finora l’analisi del rapporto uomo-donna”. Spocchia di derivazione politicista che si nutre di espressioni come “modelli interiorizzati”, “percorsi”, “immaginario”. Oppure con autentici cliché che sembrano usciti da una rivista di astrologia del tipo “le donne sono sensibili e leali i maschi superficiali e autoassolutori” (sic)
Quando provavo a obiettare mi rispondevano :”Valentina pensi come un maschio”.
lea melandri
2 febbraio 2011 at 10:58
D’accordo, Sabrina: non si tratta di dire ‘no’ alle manifestazioni, non intendevo dire questo nel mio articolo. Ma solo che è importante ogni volta dirsi perchè manifestiamo, perchè certe manifestazioni molto riuscite numericamente -penso a quella contro la violenza sulle donne del 2007, o a quella precedente di Usciamo dal silenzio del 2006- non hanno avuto alcun rilievo mediatico, perchè i temi che solleviamo cadono di interesse il giorno dopo, perchè è facile avere molta gente in piazza quando si fa leva sul moralismo e molto difficile quando si mette a tema il rapporto di potere tra i sessi, che come tale non riguarda solo l’attuale presidente del consiglio, e nemmeno specificamente il comportamento sessuale.
Abbiamo esperienze (età) e percorsi diversi, per cui è importante non ignorare la storia, i tentativi più o meno riusciti che abbiamo alle spalle di cambiare la società nel senso che dici tu, e nemmeno le esigenze di chi ha meno storia alle spalle e vuole affermare una propria presenza in modi nuovi. Troviamo parole, gesti che segnalino, dentro la stessa manifestazione, queste diversità. Ma soprattutto impegnamoci affinchè non restino lettera morta il giorno dopo.
Enrico
1 febbraio 2011 at 22:03
1II11
care compagne (e cari compagni),
corro il rischio d’inserirmi pur appartenendo al genere oppressore, anzi forse proprio per questo, perchè non credo che da questo labirinto si esca senza uno sforzo COMUNE di elaborazione, senza mettere minimamente in discussione il sacrosanto diritto delle donne a pensare e decidere i loro percorsi di emancipazione in maniera autonoma.
fattostà che questa complicata vicenda manda ancora più in crisi il lavoro di ricerca paziente che molti di noi da anni realizzano per NON rinunciare ad essere maschi, ma costruire un’identità che dia un senso alla nostra biologia così “meccanica”, alla nostra storia così violenta, al senso di colpa prodotto dai ragionamenti del movimento delle donne, così raffinati, che nella nostra limitatezza intellettiva stentiamo a volte perfino a comprendere per quanto ne “annusiamo” il nocciolo di verità, e che conducono a giudizi così impietosi, al confronto con il modello dei nostri padri, così padroni, ma anche così adeguati a un ruolo anche prezioso, che non veniva mai messo in discussione dalle nostre madri…
queste vicende rendono ancora più tortuoso il cammino di tanti uomini che come me non vogliono rinunciare alla nostra differenza, alla nostra virilità, ecco l’ho detto, al fatto che pur appartenendo alla metà sbagliata del mondo, non ne andiamo granchè orgogliosi, eppure ci piacerebbe esserlo, un giorno.
se non noi, magari i nostri figli maschi.
i miei, ne ho due, sono decisamente “superficiali ed autoassolutori”, ma a un tempo, e non sapete quanto, “sensibili e leali”, mi piace pensare che saranno compagni e padri di qualità diversa, sicuramente migliore di me, ma un po’ anche grazie a me…
Sabrina
1 febbraio 2011 at 20:16
E’ evidente che lo sdegno suscitato da questa vicenda sia a volte strumentalmente utilizzato. E allora? A me basterebbe che questo “enorme scandalo” (utilizzo di proposito questa espressione enfatica perché credo che la portata della vicenda la renda adeguata) contribuisse a smuovere qualche riflessione sul genere di modello femminile, maschile, di società, di persona… che si sono affermati in questi ultimi anni in questo paese. E’ riduttivo? Parziale? Chi decide da dove sia meglio cominciare? Ognuno di noi ha la propria storia e la propria memoria. C’è chi le lotte di emancipazione femministe non le ha mai nemmeno vissute ma non per questo non conosce cosa sia la discriminazione sul lavoro, la fatica di essere donna in una società governata da uomini… A prescindere dal nostro vissuto credo che ora una sola cosa sia importante: schierarsi, fare delle scelte, sostenere con forza i propri valori ma anche le cause altrui laddove si ritengano giuste. A prescindere dalle ideologie, dalla propria appartenenza o provenienza credo si debba aspirare ad un modello di società più equo, più giusto, più inclusivo, migliore. Vedere della gente in piazza che manifesta contro Berlusconi non mi spaventa e non mi intristisce. Mi fa piuttosto orrore il vuoto culturale in cui rischiamo di sprofondare ogni giorno di più se tutte le persone di buona volontà non capiscono quanto sia importante esserci ed esprimere con forza la propria opinione, anche in piazza.
Susanna
31 gennaio 2011 at 19:48
Non posso che condividere una delle poche, pochissime voci che in Italia non si sono lasciate prendere dalla frenesia del moralismo più bigotto e becero. Non me la sento (proprio non ci riesco) di schierarmi con “le donne per bene” che in questi giorni a fiumi si indignano contro “la mercificazione del corpo delle donne”.
Le prostitute volontarie che da anni chiedono diritti non sono forse donne anche loro? Quando si cavalca l’onda della morale si rischia, sul serio, di perdere la ragione, e di dimenticare i più basilari concetti di “libertà individuali”.
C’ho scritto un pezzo qualche giorno fa, in merito. Io sono, sinceramente, sconvolta dallo “sdegno” che ha coinvolto media e giornali di tutta Italia. Sconvolta dallo stravolgimento di ruolo e di pensiero che la sinistra, da sempre a favore dei diritti civili e delle libertà individuali, sta subendo.
Tanto per chiarire come la penso: http://susanna.diebrucke.it/?p=829
Non sto dalla parte delle donne per bene, delle “nuove femministe” che di nuovo e di femminista hanno davvero poco, delle bigotte simpsoniane che protestano contro l’oltraggio al pubblico pudore. Non ci riesco.
Jennifer
31 gennaio 2011 at 16:25
Forse è ancora presto, come dimostra la cronaca quotidiana e il vissuto di ognuna di noi.
Si nota ancora una grande differenza di educazione, intesa come proposta di modelli di vita, fra i maschi e le femmine.
I maschi vengono molto gratificati per i loro successi sportivi anche a scapito dello studio.
Le ragazze devono……fare mille cose per cui maturano un senso del dovere che le porta anche a studiare di più. Io ho a che fare con ragazzini delle medie da molti anni ormai. I maschi sono più superficiali ed autoassolutori. Le ragazze sono mille volte più sensibili e leali.
A parte le ovvie differenze, credo che molto dipenda dalla famiglia e sopratutto dal ruolo che la madre ha nella famiglia.
La crisi dei matrimoni dipende molto anche da questo: il modello materno che tanto piace ai maschi non regge più: spesso si sente dire , da chi si separa con figli , che ha un figlio in meno da accudire. E’ molto amaro ma è così: troppi principini convinti che tutto gli sia dovuto.
Rosanna
31 gennaio 2011 at 02:56
Il femminismo che ho conosciuto io è stato il “second wave” che, in quanto antesignana di quello che poi sarebbe stato il “third wave”, mi è sempre stato molto stretto – oltre a crearmi problemi di militanza, in quanto non ero riconosciuta come femminista “appropriata”.
Non ti sto a tediare con le mie simpatie per “Feminists for life” – anche quello mi ha creato problemi.
Credo che la terza ondata, in Italia, stenti a decollare – non so perchè ma mi sembra sempre di più che la Sinistra (purtroppo) abbia anch’essa un’idea codificata di cosa debba essere una Sinistra “appropriata”.
Per me, essere di Sinistra vuol dire essere se stessi senza sovrastruttura, non importa chi ce la impone. E quindi mi scontro con certa sinistra che vuole imporre invece che convincere.
Non era assolutamente una critica personale a te, anzi
Grazie per la risposta!
lea melandri
30 gennaio 2011 at 00:46
cara Rosanna,
la parola ‘imporre’ deve avere evocato l’idea di un intervento repressivo che è lontano dal mio discorso, come lo è stato da sempre dalla cultura del femminismo che ho conosciuto. Parlavo solo della necessità che venga portata alla coscienza quella forma del tutto particolare di dominio che è quella di un sesso sull’altro. Mentre si riconosce e si analizza la violenza razzista, il sessismo continua a restare innominabile. Per quanto riguarda il rapporto con le generazioni più giovani, con le figlie, per intendersi, mi sembra una tesi un po’ discutibile dire che, siccome sono state represse dalle madri femministe, si concedono ogni sorta di libertà.
Sono nel movimento delle donne da quarant’anni, e non ho mai visto nessuna madre impedire alle figlie di indossare minigonne o truccarsi. Io stessa mi trucco e spesso metto anche il rossetto. Non so se ho conosciuto un femminismo particolare, ma sicuramente era molto laico, non autoritario e non ideologico.
La parola ‘imporre’nel mio articolo penso sia dovuta solo alla stanchezza di dover constare, dopo anni di impegno di molte donne, che le consapevolezze nuove prodotte dal femminismo continuano ad essere cancellate, per non dire osteggiate dalla politica e dalla cultura di questo paese. Riconosco comunque che si prestava all’equivoco.
Rosanna
29 gennaio 2011 at 22:13
Cara Melandri,
ti propongo un’interpretazione alternativa, partendo dal tuo incitamento ad “imporre” un’analisi del sessismo.
La Sinistra questo l’ha, purtroppo, già fatto. Dico purtroppo proprio perchè, imponendolo, ha ottenuto l’effetto che molti genitori rigidi ottengono dai loro figli: la reazione opposta, quella di queste fanciulle che pensano che la mercificazione del proprio corpo sia “libertà” qualora sia “consensuale”, senza interrogarsi su cosa “consensuale” voglia dire.
Il femminismo, imposto come una religione e come l’unica posizione che una donna “intelligente” poteva avere, ha fatto più danni della grandine. Quando una teenager, piena di voglia di sperimentare, si sente proibire trucchi e minigonne, si convince che i genitori siano repressivi senza motivo.
Morale: le cose non si impongono, si SPIEGANO. Possibilmente, con delle argomentazioni razionali, non con la vergogna, con lo spauracchio che mettersi il rossetto non sia “abbastanza di sinistra”. Le ragazze che ragionano se lo vogliono mettere lo mettono uguale, e continuano ad essere di sinistra. Le ragazze più immature, o un po’ confuse, iniziano a pensare che la libertà sia a destra.
Riflettici!