RADIAZIONE, il romanzo salvato dalla lingua

Pubblicato da
il 7 gennaio 2011.
Pubblicato in LIBRI BELLI di Santi, Rubriche.

Supersize me. Ogni tanto la rubrica traslocherà, armi e bagagli e libri, in spazi più ampi, per parlare di opere che si meritano un po’ più delle classiche 2500 battute della nostra colonna. Cominciamo con Radiazione di Stefano Jorio (Minimum fax, pp. 520, euro 16). E cominciamo bene: un’opera prima preparata con cura e senza stress, limata e perfezionata con capillare serietà e passione, e chi se ne frega se non si è più giovanissimi – Jorio ha poco più di quarant’anni. (Nota a margine in questa stagione di caccia sfrenata all’esordiente giovane, sempre più giovane, e all’opera prima sempre più prima e quasi prenatale: quando si vince lo Strega, cioè il premio letterario più importante d’Italia, a ventisei anni, poi dopo che si fa? Quali ambizioni si possono avere? Non c’è più nient’altro da vincere in Italia. Di grosso, dico. O vinci il Nobel o ti dai a tutt’altro, che so, alla coltivazione in serra di orchidee o all’allevamento di avannotti. Sinceramente credo che abbiano fatto un torto, un grandissimo torto a Paolo Giordano: gli hanno segato la giovinezza prosciugandogli tutti i sogni futuri.) Ma torniamo a Jorio – al quale, naturalmente, auguriamo di vincere lo Strega, ha tutte le carte in regola per farlo, ma non subito, dopo un percorso articolato e profondo, che ne metta in luce tutte le conquiste e i meriti. Certi premi dovrebbero essere il naturale riconoscimento di una carriera letteraria, non il palcoscenico alternativo ad Amici o X Factor. Del resto lo stesso Jorio è molto critico con l’Italia e la società italiana, cosa che mette in chiaro fin da subito con le due epigrafi da Pasolini (“L’Italia sta marcendo” ecc.) e Sciascia (“Greve è il nostro tempo, assai greve”). Un’Italia cialtrona e volatile: “Titoli di studio usati alla stregua di agenti della buoncostume. Dario, Antonio, Natalia, Francesca, Filippo. Architetti, giornalisti e ricercatori che la sera ricevevano gli amici, si raccontavano l’ultimo viaggio in Marocco, assaggiavano i formaggi olandesi e il vino spagnolo e il cuscus della vecchietta di Casablanca. Degli intrighi di palazzo sapevano tutto, ma amavano raccontarne solo il coté cinico-sessuale: l’attrice che presentava il varietà perché faceva i pompini al ministro, il ministro che patrocinava le attrici per la varietà di pompini”. Un’Italia finto moralista: “Nei loro discorsi l’abuso era costantemente vilipeso, perché ingiusto, ma immancabilmente accettato nei suoi passaggi obbligati”. Una delle piste del romanzo è quella che si mette sulle tracce del Potere, il quale si manifesta in forme molteplici ma sempre altisonanti. Da una parte c’è la Roma papalina, vista attraverso gli occhi di Carl, giovane teologo tedesco: “Intanto con il Teologo ci sentivamo meno; passavano le settimane e lo vedevo cambiare. Diventava più pretacchione, furbo, traverso. Uno dei tanti che predicano male e razzolano bene, fulminano i fedeli dal pulpito e poi se ne vanno a palpeggiare i chierichetti in sagrestia”. Dall’altra parte sgomita la Roma politica, dei ministeri e delle ambasciate: “Te lo posso dire con le parole che usano loro. Che è un ambasciatore moderno e di alto profilo. Che è intelligente, di grande esperienza. Poi la vocazione europea, le solite stronzate che si dicono di tutti gli ambasciatori”. Infine, last but not least, la Roma delle mostre d’arte, delle scuderie del Quirinale, dei vernissage: “L’Arte, l’Arte, l’Arte, una Prestigiosa Inaugurazione, un Evento Esclusivo. Il Maestro dell’Informale. [...] Con scadenza quasi settimanale questo loro teatrino dell’Arte si ripete con i gruppi di studenti in visita, intimoriti da quei discorsi criptici e sgraziati”.

Un’altra traccia del romanzo è una sorta di racconto di formazione (o deformazione) del giovane protagonista, da poco assunto al SopA, Servizio Opere d’Arte: ha uno stipendio teoricamente dignitoso ma che forse non basta (“Però gli affitti sono carissimi, mi dicevo. Come deve fare uno sfigato che guadagna milleduecento euro e ne deve spendere settecento per una topaia senza finestre, a tre quarti d’ora dal centro?”), è tormentato dal ricordo della storia d’amore con Wibke, affronta le quotidiane microfratture della vita, il rapporto con i colleghi, gli amici, in una città splendida ma spietata.

La terza traccia è quella più spiccatamente misteriosa e investigativa, della detection: sono scomparsi dei quadri dal magazzino del SopA, e contemporaneamente L’urlo di Munch è stato rubato a Oslo. Esiste un legame tra questi due fatti così lontani? Sì? No? Perché? E la guerra in Iraq appena scoppiata (siamo nell’estate 2004)? E certi messaggi che costellano la vita del protagonista? Più di così non possiamo dire per non rovinare la suspense. Ma sappiate una cosa: “La verità non è nelle cose, ma nella lingua stessa che ne formula l’esigenza”.

La forza di Radiazione è operare attraverso cerchi concentrici e continui scarti e sovrapposizioni, insomma attraverso delle vere e proprie radiazioni narrative. L’intuizione operativa è felice e forte, ed è molto efficace, mi pare: finalmente si è riusciti a scrivere un thriller irregolare, “a-funzionale” (per citare una memorabile battuta del libro), sghembo e picaresco. Ci si è riusciti sfruttando la forza virale, contaminatrice della cosiddetta letteratura di “genere” – che secondo noi non esiste nemmeno, fra l’altro: esistono solo libri belli o brutti, ma valli a convincere i fieri e aprioristici detrattori del giallo, del thriller, dell’horror, della SF, i radical-chic delle Lettere, che se non hanno una trama oscura e incomprensibile, lontana anni luce dai lettori, pensano di aver vissuto invano.

Dunque grazie a Stefano Jorio che ha dimostrato che si può fare dell’ottima letteratura sfidando i pregiudizi e usando il più ampio ventaglio possibile di soluzioni retoriche e narrative.

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