Ieri sera, tra un talk show e l’altro, i politici che al mattino si erano accanitamente combattuti nelle aule parlamentari hanno ritrovato un’armoniosa sintonia nello scagliarsi contro i “criminali” che avevano “riportato Roma a quegli anni che tutti ricordiamo”. Fuor di metafora gli anni ’70. La senatrice Finocchiaro, a “Porta a Porta”, si è chiesta chi “organizzi e finanzi” le infiltrazioni dei provocatori, e con quali oscuri fini. Parole che sembravano in effetti aver viaggiato nel tempo, ed essere approdate nel 2010 direttamente dal 1977. Quando il Pci non capì niente di quel che gli accadeva intorno e fece quanto in suo potere per criminalizzare un movimento che criminale non era, col doppio risultato di spingere centinaia di giovani verso le armi e di mettere all’angolo non solo il movimento di quegli anni ma anche se stesso, anche il Movimento operaio istituzionale. Un disastro politico di portata inaudita sul quale né il Pci né i suoi eredi hanno mai ritenuto opportuno avviare una sia pur tardiva riflessione. E infatti al primo sasso che vola gli scatta quel riflesso patologico alla dottor Stranamore che si manifesta nella senatrice Finocchiaro.
Tra una richiesta e l’altra di falcidiare i “criminali”, urgerebbero in realtà due riflessioni: una relativa al presente, l’altra ai non dimenticati anni ’70. La prima è tutto sommato semplice. C’è una generazione che, se si prende sul serio quello che la stessa Anna Finocchiaro e il suo partito denunciano ogni giorno, è candidata a una vita di ristrettezze se non addirittura povertà, di insicurezza permanente, di occupazione saltuaria, assenza dei pur minimi diritti, ricattabilità estrema. La medesima generazione, sempre se si dà credito a quel che il Pd ripete ogni giorno, vede allo stesso tempo massacrata ogni possibilità di migliorare le proprie cupissime aspettative grazie a un metodico e non casuale massacro della formazione e dell’istruzione pubblica, a tutto vantaggio di quella privata. Cioè dei ricchi.
In questa situazione, che ben meriterebbe il nome di emergenza estrema e che giustificherebbe ogni rivolta, i candidati alla suddetta vita grama possono tutt’alpiù rivendicare il diritto a manifestare un tranquillo disappunto. Purché non degeneri in rabbia. Purché non rompano i cosiddetti a nessuno e si tengano lontani dai palazzi dei potenti, che hanno cose più serie a cui pensare. Purché, se proprio devono sfilare, lo facciano in periferia e meglio ancora se in aperta campagna, possibilmente intonando qualche inoffensivo canto alpino. Purché non si permettano di ribellarsi adoperando i mezzi che, da sempre, adopera chi non ha potere e contro un potere ostile insorge.
E’ vero: così facendo nessuno se li filerà, come nessuno se li è filati negli ultimi trent’anni. E sì, certo, se la prenderanno in quel posto come capita a tutti i poveracci da trent’anni. Però non saranno criminali e nessuno li potrà accusare di voler tornare a quel fosco passato che solo a sentirlo nominare fioccano gli scongiuri. Col che si arriva alla seconda riflessione. In questo paese c’è stato un solo momento in cui i cittadini si sono sentiti a tutti gli effetti tali e non, come da eterna italica abitudine, sudditi. C’è stata solo una breve fase storica in cui le riforme si sono fatte e non promesse, in cui i diritti sociali si sono affermati e quelli civili allargati, in cui tutti hanno esercitato un qualche potere e si sono sentiti padroni della propria vita anche se erano semplici operai o studenti o impiegatucci. Sono stati gli anni ’70, e non è successo per miracolo divino o per graziosa concessione dei potenti. E’ successo precisamente perché per le strade, nelle scuole e nelle fabbriche capitavano cose come quelle che si sono verificate ieri a Roma, o l’altra settimana a Londra.
Non sarà un po’ troppo, cari e saggi compagni, chiedere a una generazione di incamminarsi verso un futuro raggelante, sapendolo, sentendoselo giustamente ripetere in continuazione, e però stando bene attenta a protestare con educazione e buona grazia, per non dar fastidio a quelli che quel futuro glielo stanno apparecchiando?
ahp68
18 dicembre 2010 at 20:00
alessandro, qualche precisazione.
l’analisi che fai del movimento solo il tempo dirà se è giusta o sbagliata. quello che non puoi negare secondo me invece è che questa generazione sia senza diritti. e la sua situazione è sicuramente aggravata dal fatto che manca da 30 anni la prospettiva di un superamento dell’ordine capitalista delle cose. in questo quadro non possono avere neanche la soddisfazione di urlare “ladro” a chi in parlamento ne ha svenduto il futuro dopo un indegno mercato delle vacche. almeno noi qualche moneta sulla testa di craxi siamo riusciti a tirarla…
quando dico che le generazioni precedenti non hanno saputo difendere le conquiste sociali degli anni 69-70 non mi riferisco alla favola del conflitto tra generazioni per la quale i vecchi rubano il futuro ai giovani con la pretesa di andare in pensione a 55 anni dopo 35 anni di lavoro o con i loro contratti a tempo indeterminato che costringono i ventenni ad accettare lunghe catene di contratti a progetto. quella è appunto una favola che viene raccontata dal capitale per giustificare il suo modello di società basato sulla redistribuzione della miseria, non della ricchezza prodotta.
mi riferisco proprio alla incapacità della mia generazione – guarda che i capelli bianchi non ce li ho ancora – di difendere i diritti di tutti. ogni anno governi e ministri di ogni colore ci hanno tolto qualcosa, e noi più o meno zitti – a parte qualche lodevole eccezione nata e cresciuta nelle strade e nelle piazze – perchè a pagarne il prezzo era sempre qualcunaltro: i colleghi più anziani mandati anzitempo in mobilità, i più giovani che accumulano contributi per pensioni da fame o gli immigrati rispediti nei paesi d’origine impoveriti dalle nostre politiche coloniali.
e qui ti do ragione: senza una prospettiva comunista che cambiasse l’ordine di cose esistente il capitale ci ha agevolmente diviso. un esempio? la riforma delle pensioni che manteneva il sistema retributivo per chi aveva più di diciotto anni di contribuzione, a tutti gli altri il sistema contributivo con pensioni che non arriveranno al 60% del reddito. l’avessero proposta ad un qualsiasi Lama, questa riforma sarebbe stata risputata indietro a velocità supersonica…
dove lavoro io sono l’unico a scioperare e martedì in piazza ci siamo andati in due: l’altro con me è un ragazzo pagato a partita iva. e gli altri quaranta miei colleghi? pensi che non siano venuti perchè non condividessero le ragioni della manifestazione o perchè “tanto non cambia nulla”? no.
loro avevano da lavorare.
p.s io non solo mi ricordo quanto era bello essere comunisti: cerco di esserlo ancora oggi, tutti i giorni.
andrea colombo
18 dicembre 2010 at 12:10
Sì in effetti se uno vive in questa tua favola non si capisce come gli venga in mente di incazzarsi. Poi questo Marchionne a guardarlo bene è proprio il principe azzurro….
Gibbì
18 dicembre 2010 at 12:03
@Andrea Colombo
Naturalmente a ciascuno la sua visione della realtà.
Mi limito a farti osservare che il catastrofico e crudele mondo che descrivi ha un tasso di benessere diffuso che nel 1963 (e negli anni sessanta) se lo sognavano, nonostante le differenze reddituali evocate; ha spazi talmente ampi di libertà per i quali definire i cittadini dei sudditi mi sembra una vera e propria forzatura di senso; ha sindacati come la FIOM che in nome di principi astratti preferiscono vedere delocalizzate le produzioni FIAT piuttosto che rendersi conto che esiste una crisi economica mondiale con cui fare i conti.
Insomma, continuo a credere che il mondo che tu descrivi sia più una proiezione del passato, afflitta da romanticismo politico, che una corretta osservazione del presente.
Marxismo e lotta di classe sono categorie di pensiero fuori dalla storia, ancorate a un passato lontano e superate dagli avvenimenti.
Poi, ribadisco che ciascuno è libero di rappresentarsi la realtà nel modo che crede; da questo a voler raccontare cose che non esistono più, però, ce ne corre e molto.
Alessandro
17 dicembre 2010 at 18:36
Io mi chiedo, gente ultracinquantenne che ha vissuto in epoche in cui esisteva ancora un movimento comunista (i famosi anni ’70), che ha provato l’ebbrezza di agire politicamente nell’ambito di una prospettiva di cambiamento della società solo nell’ambito della quale la violenza delle classi subalterne può non essere violenza cieca come quella degli ultras da stadio (che è comunque comprensibile quanto la violenza dei manifestanti del 14 dicembre a Roma, o a Genova nel 2001), ma era uno dei mezzi che andavano necessariamente utilizzati nel quadro di un disegno razionale di opposizione alla violenza della borghesia (che non si esplica in insignificanti divieti di manifestare, ma in primo luogo nella sottomissione della vita dei proletari al volere della classe dominante), questa gente più o meno della mia età, dicevo, mi chiedo che gusto ci provi a vedere masse di ragazzini che ignorano tutto della lotta di classe, e che si bevono la favoletta della generazione senza diritti in contrapposizione alle “generazioni precedenti, che non hanno saputo difendere e garantire anche a loro il progresso e le conquiste civili e sociali degli anni 70″ (tanto per citare una delle tante fesserie che si possono leggere qui, o anche ascoltare da Santoro), a farsi picchiare e arrestare dalla polizia per futilità, perché gli hanno detto “voi davanti al parlamento non ci dovete venire”, e loro invece davanti al parlamento ci devono andare a tutti i costi, e quand’anche ci fossero andati che cosa avrebbero ottenuto, il riconoscimento del loro diritto “democratico” di manifestare? che grande conquista! e non si rendono conto della contraddizione, vogliono la democrazia per loro e non la vogliono per gli altri, facendosi sconfiggere sul piano razionale da un individuo come La Russa che ha ben chiaro che la democrazia è uno strumento del potere, non contro il potere, e che a buon gioco gli ha risposto (da Santoro) che il governo gli studenti gli ha ascoltati, e non se li è filati, come è previsto dalle regole della democrazia di cui tutti parlano e straparlano.
E i reduci degli anni ’70 che fanno? Si ricordano quanto era bella la violenza ma non quanto era bello essere comunisti, e ai ragazzini di oggi violenti ma non comunisti non hanno nulla da dire di sensato.
andrea colombo
17 dicembre 2010 at 12:56
Ecco appunto, Gibbì. Noi viviamo precisamente in un mondo di ingiustizie conclamate (e crescenti: nel 1963 un manager guadagnava circa 30 volte più di un operaio, oggi circa 400), di vessazioni insopportabili del potere (però non sui cittadini, quelli sono un ricordo: sui sudditi), di sfruttamento selvaggio del lavoratore (con precise forme di neoschiavismo). Il seguito del ragionamento lo hai già fatto tu.
ahp68
17 dicembre 2010 at 12:39
gibbì in che mondo vivi? le ingiustizie eccome se ci sono, solo che non le passano in televisione, non escono sui giornali e non ne parla la politica politichese: se non come problemi di ordine pubblico.
Gibbì
17 dicembre 2010 at 12:14
@Andrea Colombo
No, mi dispiace ma discorsi come questi danno il segno della distanza che c’è tra la sinistra ideologica e la dimensione storica delle cose; ossia, la vostra perdita di contatto con la realtà.
Se noi vivessimo in un mondo di ingiustizie conclamate, di vessazioni insopportabili del potere sul cittadino, di sfruttamento selvaggio del lavoratore…insomma, se le condizioni sociali fossero quel dato catastrofico e terrificante che descrivi, allora potrei essere d’accordo.
La rivolta degli schiavi ha una dignità che non può essere ignorata e sarebbe anche legittima.
Ma qui non ci sono schiavi, non ci sono vessazioni insopportabili del potere sul cittadino e non c’è lo sfruttamento selvaggio del mondo ottocentesco.
Forse si tratterebbe di registrarsi di nuovo sul presente, magari con un nick collettivo nuovo di zecca…
ahp68
17 dicembre 2010 at 12:09
e con questo è già la seconda volta che sono d’accordo con colombo… parola per parola.
la società in cui viviamo non è pacificata affatto, e il conflitto di classe non è roba del secolo scorso. in tempi recenti la lotta di classe fino al 14 dicembre l’hanno fatta i padroni contro la classe lavoratrice, e pochi antagonisti contro i padroni. dal 14 dicembre la prossima generazione di precari ha fatto sapere che non ha nessuna intenzione di diventare schiava della stragrande maggioranza delle generazioni precedenti, che non hanno saputo difendere e garantire anche a loro il progresso e le conquiste civili e sociali degli anni 70. il black block è quello che ci chiama dal call-center per proporci un nuovo contratto telefonico: i black block sono tutto intorno a noi… siamo circondati.
quando passo per corso vittorio e vedo la vetrina spaccata di una nota “banca armata” e la scritta “banca rotta”… mi si riscalda il cuore anche in queste fredde giornate.
il nostro sistema è intriso di violenza fino al midollo, si regge anzi sulla violenza: la violenza di chi, usando come potere la leva economica che gli viene data per il semplice fatto di possedere un capitale: licenzia, sfratta, sgombera, affama, sanziona, sbatte in galera e – non ultimo – uccide. ogni santo giorno tre salariati lasciano le penne sui luoghi di lavoro, c’è violenza peggiore di questa?
libere/i tutte/i
Alessandro
17 dicembre 2010 at 09:47
In quanto comunista do un giudizio estremamente positivo sulla violenza quando è rivoluzionaria, ma tutto c’è nei fatti di questi giorni tranne che la rivoluzione, perché si tratta di tumulti di popolo e non di proletariato (si potrebbe fare qualche analogia con i fatti di Reggio Calabria di cui si è parlato poco tempo fa da queste parti), di violenza fine a se stessa, comprensibilissima, ma sulla quale si può dare un giudizio obiettivo (anche se di parte), e anche se a pelle personalmente mi sento dalla parte dei manifestanti che si scontrano contro la polizia, non potrei mai “giustificare” la violenza sulla base di affermazioni deliranti come “la zona rossa è violenza”.
Al potere non dà proprio nessun fastidio che ci siano persone che manifestano sotto i cosiddetti “palazzi del potere”, tutt’altro, questa possibilità “democratica” di manifestare è una dei fondamenti del potere che si nutre di “democrazia”, che è la sua più potente arma ideologica contro il proletariato.
Se si osservano obiettivamente i fatti è del tutto evidente che nel caso in questione la zona rossa è stata introdotta a seguito dei fatti già avvenuti come il tentativo di entrare al Senato, e della consapevolezza che in queste manifestazioni c’è una forte componente di persone che la violenza la usano (a torto o a ragione, per offesa o per difesa, ma la usano).
Si tratta solo di un problema di ordine pubblico e di salvaguardia dell’incolumità fisica dei parlamentari, manifestazioni in cui ci sono persone che vistosi sbarrare il passaggio dalla polizia invece di starsene buoni dove stanno si avventano sulla polizia (con notevole coraggio, visto che la polizia quando può ti massacra di botte) sono giustamente viste come pericolose dai potenti in carne ed ossa, ed è solo per questo che non vogliono i manifestanti (certi manifestanti) sotto il parlamento, altrimenti sapete al parlamento riunito quanto cazzo gliene può fregare se di fronte al portone ci sono folle urlanti la loro contrarietà?
andrea colombo
16 dicembre 2010 at 21:36
Gibbì ascolta: le zone rosse sono violenza. Ignorare per decenni (perché da tanto va avanti questa storia) le proteste non è violenza. E’ peggio. Progettare, perseguire e progressivamente praticare la riduzione del lavoro a una moderna forma di schiavitù non è un “comportamento criminale”. E’ proprio un crimine.
Su questa storia della violenza, poi, bisogna capirsi. Se al potere qualcosa dà fastidio, lo vieta. Divieti piccoli e grandi, concreti e a volte simbolici. Divieti, questi ultimi, che servono a darti il senso della tua completa impotenza, che sono utili quanto e più di quelli concreti e materiali, perché è grazie a loro se ti convinci che tanto non c’è niente da fare.
Se trasgredisci a quei divieti, come per esempio quello di manifestare nelle zone rosse, diventi violento e allora hai torto. E’ un gioco truccato. Un gioco dove le regole sono state scritte da una parte solo e a vantaggio di una parte sola.
C’entra questo con bruciare una macchina? Sì e no. Non è un gesto encomiabile, figurarsi. Però a volte può essere liberatorio. Può rompere catene fatte di rassegnazione, senso di assoluta impotenza, ineluttabilità della sconfitta. Mi pare più importante che non la lagna legalitaria e non violenta.
Gibbì
16 dicembre 2010 at 18:59
La violenza e i comportamenti criminali non possono e non devono trovare nessun tipo di giustificazione, perché non ne hanno mai.
Ogni altro se e ogni altro ma sono solo alibi e balle…
Guido da Torino
15 dicembre 2010 at 13:00
Il punto fondamentale mi sembra quello,non di strumentalizzare partiticamente il disagio e le sue manifestazioni,ma quello di recuperare un corretto rapporto con il popolo degli esclusi,dei ricattati,identificando alcuni,pochi,obiettivi CONCRETI su cui far convergere tutte le forze di opposizione al regime.
Riforma legge elettorale (reintroduzione delle preferenze,abbassamento del premio di maggioranza),eliminazione e scoraggiamento su base economica del lavoro precario,lotta all’evasione/elusione fiscale,tassazione delle rendite finanziarie,revisione dell’irpef a vantaggio del lavoro,investimenti nei servizi pubblici,scuola/università in primis,promozione dell’attività di ricerca.
andrea colombo
15 dicembre 2010 at 12:25
Sì Nicola, è ovvio che secondo me anche i movimenti dovrebbero riflettere sui limiti degli anni ’70. Tra l’altro tutto il tormentone sull’antifascismo identitario, che ci ha procurato non pochi nemici nei movimenti stessi, risponde appunto a questa esigenza.
Detto questo però vanno chiarite un paio di cose.
La prima: non ho dubbi che l’anno più importante nella storia della Repuibblica sia stato il 1969. E’ in quell’anno che i subordinati sono riusciti a conquistare diritti e potere dal basso e hanno innescato il solo ciclo che abbia portato a riforme reali in Italia.
Ora, se qualcuno oggi adottasse le modalità di conflitto del ’69 passerebbe senza mezzi termini per violento e prototerrorista.
La seconda. certo che i mezzi devono essere omogenei ai fini. Però, prima ancora, devono funzionare. Da trent’anni tondi, direi dalla sconfitta su scala globale del ’79-80, dalla vittoria di Reagan e della Thatcher, dai 35 giorni a Torino, dallo scontro frontale dello sciopero dei minatori inglesi dell’84, non ne abbiamo vinta una. Democrazia, diritti, partecipazione, potere dal basso sono arretrati anno dopo anno sin quasi a scomparire.
Non dipenderà dal fatto che il potere non concede mai niente per bontà d’animo o senso civico? Concede sempre e solo per paura. Paura degli scioperi che danneggiano il profitto. Paura dei conflitti sociali quando non riesce a imbrigliarli. Paura, anche, delle manifestazioni “violente”. In questi tre decenni è stato metodicamente eliminato e bandito tutto ciò di cui il potere poteva avere paura.
Secondo me la cultura che di fronte a una manifestazione come quella di ieri guarda il dito, le violenze, invece della luna, la fondatezza della rabbia e dell’esasperazione dei manifestanti, è uno dei metodi che sono stati usati con maggior successo per raggiungere quel fine.
nicolamirenzi
15 dicembre 2010 at 11:15
ragiono ad alta voce.
è vero che la sinistra tradizionale non ha mai avviato una discussione su quel momento e sugli errori commessi. e va da sè che andrebbe fatta. ma mi domando (ma soprattutto: ti domando) è possibile che anche nei movimenti – il cui mito fondativo dichiarato sono appunto gli anni settanta – si debba discutere seriamente dell’uso della violenza? cioè non pensi che anche da questa parte sia necessaria una disamina degli errori commessi o non commessi in quella circostanza? non pensi che sia molto importante ragionare sui mezzi adeguati per raggiungere i fini che ci si pone? e che sia importantissimo scegliere dei mezzi che non contraddicano il fine, altrimenti è molto facile che vada tutto a puttane?
sia chiaro: lo dico consapevole che quel che è successo ieri non è la riedizione degli anni settanta. ma bisogna riconoscere che il mito ha una potenza che agisce anche nella direzione dell’imitazione. e i miti, si sa, ingannano.