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Eccolo l’uomo nero

Lanfranco Caminiti Pubblicato da
il 13 ottobre 2010.
Pubblicato in Cultura, gli Altri.
Sta a cavalcioni di una fragile barriera dello stadio di Marassi dove dovrebbe giocarsi Italia-Serbia. È enorme, è belluino, è tutto tatuato, ha un cappuccio nero, taglia con una lama una rete di protezione con la stessa meticolosità con cui potrebbe aprire la pancia di un nemico, vivo o morto, interrompendosi per incitare la sua truppa con urla e alternando il saluto nazista del braccio teso alle tre dita del nazionalismo slavo: Dio, Patria, Zar, la trinità politica della trinità ortodossa cattolica. Lo scontro di civiltà sembra incarnarsi qui. Incute timore, anche a vederlo da lontano, e magnetizza lo sguardo della telecamera, cioè di noi spettatori, cioè del mondo intero. Eccolo, l’uomo nero dei nostri incubi, il cuore nero d’Europa.
Che importa se fa il gioco di qualcuno che vuole destabilizzare la fragile Serbia o se è solo espressione bestiale degli ultras serbi. È odio puro a caccia di un nemico: un albanese kosovaro, un musulmano montenegrino, uno zingaro, un serbo equivoco. È il nostro vicino, quello che incontriamo al baretto, quello che verrà a scuoiarci. Quest’odio si rivestirà di politica: quando la vita irrompe nella politica senza mediazioni o questa è capace di costruire nuova comunità e nuove istituzioni o si apre come un melone maturo alla guerra intestina.
L’Uefa del calcio è come la Comunità europea di Bruxelles: un pugno di burocrati lautamente stipendiati, parassiti delle produzioni nazionali, che inseguono un sogno di ingegneria politica sempre più simile alle manipolazioni dei codici, all’eugenetica.
La telecamera si sposta dal rettangolo verde agli spalti, il gioco è lì, ormai da tempo, da quando interruppero la partita all’Olimpico perché «era morto un bambino», e la telecronaca prosegue con le opinioni che impazzano non più su una giocata o una formazione ma su un altro qualcosa, qualsiasi – i bambini delle scolaresche, i nostri soldati morti in Afghanistan – da raccontare, da far intermezzare agli spot: «L’ordine sembra ristabilito, mandiamo un minuto di pubblicità». Letterale. Meravigliosa televisione che annaspa quando la vita è in diretta con la sua brutalità e il suo palinsesto barcolla.
L’uomo nero è lì ma non è ancora per noi. Sta parlando alle truppe del continente, perché prendano coraggio dalla propria belluinità, a questa Europa dove la destra più apertamente nazionalista impazza proprio dove il mondo è lindo e pinto, in Olanda, in Fiandra, in Austria. Dove la «gente» si fa da parte, come ieri allo stadio, come i genitori di Adro: «Non voglio sapere niente».
Ieri non hanno sparato all’arciduca Ferdinando d’Asburgo. Ma c’è la partita di ritorno, c’è ancora tempo.
Nell’ora dell’incubo atra / ogni can d’Europa latra / ogni viva gente aspetta / nel suo odio tutta stretta. In memoria di W. B. Yeats di W. H. Auden
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2 Responses to Eccolo l’uomo nero

  1. nonazi

    30 ottobre 2010 at 17:32

    TONINO LIBERO! Verso la manifestazione nazionale di Napoli.
    ASSEMBLEA CITTADINA mercoledì 3 novembre ore 18 Facoltà di Lettere Università La Sapienza

    Il 6 novembre saremo a Napoli a manifestare, in piedi e a testa alta, con dignità ed orgoglio, in opposizione e di traverso, davanti a questo Stato che garantisce con la forza i privilegi e gli interessi delle classi dirigenti, delle lobbies della finanza, dei corrotti, degli inquinatori e degli speculatori.

    Sulle spalle dei cittadini, che si vorrebbero docili e disciplinati, affinchè, anch’essi trasformati in merci, assicurino profitti sempre più alti, i poteri forti di questo Paese si spartiscono, come in una grande abbuffata, le risorse che sempre più copiosamente depredano dal lavoro e dai territori.
    In questa fase storica, la politica non assolve più il ruolo di mediazione tra gli interessi collettivi e anzi rappresenta ormai apertamente la faccia, brutale e ipocrita, del capitale.

    Le politiche promosse dai nostri parlamentari e dai nostri governi negli ultimi anni stanno producendo, nel seno della società, la divisione e lo scontro tra i ceti più deboli: la riduzione costante e progressiva del salario, l’aumento dei tempi e dei ritmi lavorativi, lo sfondamento su garanzie e diritti, la precarietà, la riduzione degli spazi di accesso ai servizi sociali essenziali come sanità, scuola, università, trasporti, socialità, la riduzione feroce dei capitoli di bilancio ad essi dedicati, la privatizzazione selvaggia di servizi e beni collettivi, l’inquinamento dei territori, provocano la messa in competizione per l’accesso al lavoro, ai servizi, ai diritti di cittadinanza.
    L’immigrazione: le centinaia di migliaia di esseri umani costretti da guerre, povertà, persecuzioni, a lasciare la propria terra approdano sulle coste della fortezza Europa dove, attraverso una legislazione volta all’esclusione dai diritti e la messa a profitto delle loro energie, capacità e saperi, vengono utilizzati come la famosa pistola alla tempia delle classi lavoratrici nostrane. Carne da lavoro e capro espiatorio al contempo.

    Le classi dirigenti, unite sotto le insegne della retorica nazionalista, attraverso i media, veicolano la loro ideologia: xenofobia, autoritarismo, sessismo, decadenza morale, annichilimento delle diversità, criminalizzazione del dissenso, gestione poliziesca dei problemi sociali, militarizzazione dei conflitti.

    Il capitale, nella sua guerra per l’egemonia sulla società, utilizza tutti gli strumenti: gli aguzzini in divisa, che non hanno nessuna remora a pestare e uccidere e gli sciacalli, i dirigenti della così detta sinistra politica e sindacale, che con il dialogo irretiscono i lavoratori e i cittadini per meglio subordinarli.
    In questi ultimi anni poi, si rispolverano i fascisti, burattini “del terzo millennio”, rivestiti a nuovo con lo scopo chiaro di sostituire le aree e le organizzazioni dell’antagonismo sociale con un’opzione nazionalista e gerarchica laddove emergono i conflitti. Le aggressioni che essi hanno perpetrato in questi ultimi anni ai danni di immigrati, omosessuali, giovani di sinistra e l’impunità e la protezione che la politica e le forze dell’ordine hanno loro garantito, parlano da sole e dichiarano la necessità, ancora e sempre in questo paese, dell’antifascismo.

    Lottiamo e manifestiamo per la liberazione di Tonino; perché la vita non sia trasformata in merce ma dedicata alla ricerca della felicità; affinché le città e i territori in cui viviamo non siano discariche puzzolenti e luoghi grigi che deprimono ma lo spazio pubblico che ci accoglie, ci nutre e ci protegge; perché il lavoro non sia subordinazione, alienazione, sfruttamento per la produzione di profitto ma libera espressione della personalità e delle capacità di ognuno; perché gli “altri” da noi non siano guardati con ostilità ma vengano accolti come sorelle e fratelli nel rispetto e nella condivisione; perché la società non sia definitivamente trasformata in gabbia, lager, prigione, ma libera associazione di individui che nell’uguaglianza di diritti concorrano alla felicità collettiva.

    Per discutere di questi temi e organizzare insieme la partenza per la manifestazione nazionale contro la repressione a Napoli, invitiamo tutte e tutti il 3 di novembre a partecipare all’assemblea pubblica presso la facoltà di Lettere all’Università La Sapienza di Roma alle ore 18.00

    Tonino libero. L’antifascismo non si arresta.

    Compagne e compagni di Roma

  2. Michele

    13 ottobre 2010 at 09:27

    Condivido fortemente alcune analisi dell’articolo, ma non scomoderei gli estremismi politici ecc… Gente come quella non ha cognizione politica se non traducendola in istinti e comportamenti bestiali.
    E gente che traduce in FATTI i suoi più bestiali istinti li troviamo dovunque, in paesi governati dalla destra, in quelli governati dalla sinistra, ecc… ecc…