Silvio Berlusconi è uno di quei bugiardi cronici cui scappa sempre detta la verità. È successo anche stamattina, giorno del di lui genetliaco, nel solenne discorso tenuto nell’aula di Montecitorio. La crisi, ha detto il festeggiato, va evitata per il bene del paese, per quello delle giovani generazioni, perché il governo vanta successi portentosi. E anche, ha aggiunto incontinente, “perché stanotte ho guardato i focus fino a tardi, e dicono che se si votasse oggi moltissime persone si asterrebbero”.
Messa da parte la retorica altisonante, restano i focus, i sondaggi, le indagini di mercato che danno il prodotto Pdl in caduta libera. A dettare il discorsetto del Cavaliere sono stati quei dati.
Berlusconi ha preso la parola sapendo di dover evitare a tutti i costi la crisi, cioè la rottura con i finiani, e quindi di dover dire il meno possibile. Ci è riuscito perfettamente. Ha annunciato che in democrazia il Parlamento è centrale e che tra questo e il governo deve esserci un fecondo rapporto simbiotico. Ha magnificato i risultati dei suoi due anni e mezzo di governo come nemmeno il piazzista più scafato sarebbe riuscito a fare. Ha rivolto parole di miele all’opposizione. Poi è passato al piatto forte, i famosi “cinque punti” del programma a venire.
Bene: Berlusconi vuole un federalismo solidale che non penalizzi il sud ma anzi lo avvantaggi in armoniosa sintonia con il resto del paese. Mira ad abbassare le tasse, certo quando sarà possibile e oggi non lo è. Persegue una giustizia in cui sia garantita la parità tra difesa e accusa e in cui i tempi dei processi siano accettabili, non solo per lui ma per decine di migliaia di persone. Aggiunge, è vero, che ci tiene anche alla separazione delle carriere, ma lo dice dal 1994 e dunque non è che vada preso proprio alla lettera.
E poi? Beh, poi c’è la lotta contro la mafia e quella contro l’immigrazione clandestina, che peraltro va già benone e perché turbare gli onorevoli ricordandogli che va così alla grande grazie agli amici libici che fanno muro, non gratuitamente, cospargendo il deserto di cadaveri per conto nostro? E non ci dimentichiamo il sud, nel quale investiremo in tante grandi opere, a partire da quell’autostrada Salerno-Reggio Calabria per la quale proprio ieri, miseria boia, il suo governo ha tuttavia tagliato i fondi. Ooops… Incidenti che capitano.
Il Cavaliere è una persona seria. Figurarsi se un tipo simile non avverte in pieno l’obbligo, dopo tre mesi di psicodramma, di spiegare al colto e all’inclita cosa sta succedendo nella sua disastrata maggioranza. Infatti ha comunicato che l’unità è meglio della divisione e che il suo partito, quello che ha creato, che dirige e di cui è più proprietario che capo, resta un grande partito cui tocca in sorte una missione storica. Basta così: “Votate per me”.
I finiani lo faranno. Lo avrebbero fatto anche se il premier fosse stato meno mozzarelloso, meno angosciato dalla minaccia di provocare il patatrac. Lo voteranno non per convinzione ma perché oggi come oggi non riuscirebbero a portare al voto di sfiducia tutta la loro truppa parlamentare e perché, nel gioco del cerino, perde chi si accolla pubblicamente la responsabilità di arrivare all’inevitabile. Però, pur votando per Silvio, l’ex amico Gianfranco ha scelto proprio questo giorno di festa per annunciare l’imminente nascita del suo nuovo partito, che è come piazzare una bomba a tempo sotto il deretano del governo appena fiduciato. Quando si dice le coincidenze…
Voteranno per il piazzista d’oro anche alcuni centristi, convinti, per carità, dalla forza delle argomentazioni di cui sopra, mica dalle prebende. Purtroppo quasi certamente non basteranno a garantirgli una maggioranza autonoma dall’ipoteca finiana. Peraltro, se anche quei 316 striminziti votarelli per miracolo ci scappassero, non è che la situazione cambierebbe di molto, col governo appeso a un voto, all’eventuale raffreddore di quella manciata di deputati in più o al ripensamento di qualche frontaliere abituato a contrabbandarsi da una parte all’altra del confine politico a seconda del momentaneo vantaggio.
No, per resistere non solo qualche mese ma qualche annetto in più ci vuole altro. Ci vuole l’Udc. Tutta, non solo qualche frangia rubacchiata di soppiatto. E Silvio lo sa benissimo. In fondo, oltre alla confessione sui focus, i soli passaggi del suo discorso non irrilevanti sono state le continue, persino esagerate avances rivolte ai cattolici: quoziente familiare, fondi alle scuole private, impegno strenuo per la vita sul fronte della bioetica. Silvio il cattolico ha evitato di inginocchiarsi in raccolta preghiera al centro dell’aula, è vero. Però c’è mancato poco.
Basterà tanta fede a conquistare Pier il fedele? E’ improbabile. Cattolici o agnostici, i politici sono prima di tutto politici, e salvare Berlusconi nei prossimi mesi sarebbe per Casini un suicidio. Dunque, salvo sorprese dell’ultimo secondo, l’esito della tanto attesa ordalia parlamentare sarà precisamente quel che era facile prevedere sin dall’inizio. Nemmeno un “tirare a campare”. Solo un tirare a mangiare almeno il panettone mettendo mano da subito, e con vigore silviesco, a una campagna elettorale strisciante, già inaugurata con lo spot di stamattina. Durerà mesi e recuperare i consensi, riconquistare i focus, sarà dura. Uno sforzo immane che coinvolgerà e affannerà il governo tutto: chiedergli poi pure di governare sarebbe davvero troppo.
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