Funziona il catenaccio all’italiana in un’economia di crisi? Ovvero, riflessioni sulla ripartenza e la ripresa
Ho ormai l’età per ricordare le figurine Panini del Padova di Nereo Rocco e Scagnellato, tutto arcigna difesa a oltranza, tutto risparmio messo da canto soldo su soldo, e me ne è rimasta una memoria affettuosa e calda come di fronte a una mirabile sorpresa, una conquista del lavoro e dell’applicazione. L’Italia degli anni Cinquanta si ricostruiva virtuosamente con persone serie che utilizzavano al meglio i materiali di risulta che avevano – un Blason scartato dall’Inter, un Brighenti in decadenza preso dalla Triestina – lasciandoci alle spalle una guerra cialtrona e devastante e infilandoci nel boom. D’altra parte, anche il Foggia di Zeman, tutto dissennato 4–3–3 e attacco a oltranza, tutto investimento senza badare al debito collettivo d’ossigeno da anni Novanta, scaldava i cuori e entusiasmava, per il gusto del lavoro e dell’applicazione.
Non sono mai stato un breriano, insomma, non credo siamo condannati geneticamente e storicamente al contropiede perché nel sangue siamo banditi e grassatori, Passatori e Ghini di Tacco. Brera pure ha vissuto una sua parabola, dalla grandezza del filosofare sul «primo non prenderle» allo sciocchezzaio sconnesso, infarcito di citazioni, sull’uso di Giacinto Facchetti, il più moderno terzino d’ala che l’Italia abbia mai avuto, come centravanti di sfondamento, un po’ come si usa scriteriatamente Iaquinta adesso, che viceversa io metterei a difensore a francobollo sull’uomo. Con quel fisico farebbe di sicuro meglio, e una figura migliore, in questo ruolo che nella pubblicità alle mutande di marca.
Il punto comunque è questo: funziona il catenaccio all’italiana in un’economia di crisi – quando non puoi comprare campioni che al centrocampo o in attacco ti risolvono una partita con un lampo – o piuttosto il catenaccio va bene solo nei periodi di vacche grasse?
Voglio dire: la grandissima Inter di Herrera aveva arcigni difensori come Burgnich e stava tutta arroccata intorno a Sarti, ma c’era Suarez che con un lancio di cinquanta metri rovesciava il gioco e davanti Mariolino Corso e Jair e Mazzola che facevano scintille. Ma quella era l’Italia in cui l’economia reale tirava e si facevano frigoriferi e lavatrici, e autostrade e case popolari. La ripartenza stava nelle cose dell’economia e la ritrovavi nelle geometrie del pallone.
Ma che senso ha chiudersi tutti in difesa – fissarsi a combattere un’inflazione immaginaria – quando di fronte hai le folate dei cursori finanziari sulle fasce laterali, il centrocampo avversario delle fabbriche a costi minimi dei paesi emergenti che domina la terra di mezzo, e hai lasciato lì davanti tutto solo un qualche “marchio italiano” di secondo piano sperando che butti la palla dentro?
È così difficile da capire che questo è il tempo di spendere e quando tornerà l’abbondanza sarà il tempo di risparmiare?
La tattica è tutto in economia. Come ricordava sempre Keynes a chi obiettava alla sua concezione di gioco – spinta sulla domanda aggregata con una fluidificazione del debito pubblico tenendo sotto marcatura a zona l’inflazione – che invece occorresse avere uno sguardo lontano, a long run: «Sulla lunga corsa, saremo tutti morti».
Non è questo, piuttosto, il tempo degli investimenti, dell’indebitamento magari, per mettere assieme un’economia coi fiocchi? Come può esserci ripresa, ripartenza se stiamo tutti impantanati a difenderci, a tagliare di qua e di là, obbligandoci a non superare mai la linea di metà campo, a non far involare le ali aumentando salari e stipendi, a non valorizzare il vivaio dei giovani precari, condannando in panchina cervelli e talenti?
Che centrocampo abbiamo, incontrista sì per spezzare le caviglie alla crisi se si fa troppo vicina, ma anche in grado di imbastire una manovra finanziaria illuminata da lanci lunghi? Lanci lunghi: investimenti, investimenti e ancora investimenti, queste sono le tre «i» che ci interessano.
Alla fine, a Berlusconi che non capisce nulla di tattica in economia come in calcio, forse non ha nemmeno senso parlare di posti di lavoro, di occupazione, di risparmio, di credito. Del pericolo di una stagnazione che ci costringerà a perdere dieci, quindici anni rispetto le altre economie, e già siamo in corsa con un handicap spaventoso. Ormai la sua parabola discendente lo porta a dire sciocchezze sconnesse. Straparla della crisi – la crisi è alle spalle, la crisi è di lato, la crisi è al centro, quasi fosse un Messi che ti scappa da tutte le parti e non riesci proprio a marcare – come in campionato straparlava prima con Ancelotti e poi con Leonardo insistendo che dovessero far giocare Ronaldinho, la cui jogada bonita ormai è suonare i bongo scuotendo le treccine nelle discoteche alle tre del mattino piuttosto che mettersi le braghe corte per rincorrere un pallone.
In un’altra vita, gli auguro di allenarla lui in persona l’Edilnord, e di sforzarsi di lavorare di più sulle geometrie, e di lasciare perdere Dell’Utri.
Ma al ministro dell’Economia no, non si può perdonare l’ignoranza. Tremonti ha detto poco tempo fa che dovremmo essere orgogliosi di avere la «seconda meccanica» d’Europa, e che sta qui il nostro futuro. Tremonti sembra proprio disinteressarsi di pallone. Ma fa male. Dire gonfiando il petto che siamo la «seconda meccanica» d’Europa è come dire che siamo arrivati secondi al campionato europeo del 2000 a Rotterdam e dovremmo menarne vanto. Ma non c’è proprio alcun vanto – spiegateglielo a Tremonti – a farsi beffare al novantatreesimo minuto da Wiltord.
A Zoff costò il posto da commissario tecnico. A Tremonti?
Ecco in che mani sta la ripartenza della nostra economia, a gente che non capisce nulla di calcio.
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Ariel 54
31 luglio 2010 at 13:42
Sono insegnante e chi ci tiene i corsi d’aggiornamento, quelli buoni, accusa gli insegnanti di essere i primi colpevoli della mancanza di spirito di squadra in tutti i campi.
E’ verisssimo ma anche volendo cambiare l’approccio didattico i problemi logistici ed organizzativi spengono qualsiasi entusiasmo.
Le classi sono molto numerose, sia per il numero di alunni che per lo spazio a disposizione. La fotocopiatrice funziona a singhiozzo e preparare il materiale diventa un’impresa.
Ultimamente è difficile portare avanti anche la lezione frontale: mi sono ridotta a rubare i pennarelli e il gesso dalle altre classi, quando gli alunni sono in palestra.
E’ fin troppo evidente che nei paesi civili, anche in momenti di crisi, tutto funzioni meglio e il nostro deleterio spirito di corpo si contrapone ad uno spirito di squadra invidiabile.
Obama si è occupato in prima persona della Fiat Crysler, si sta facendo restituire il prestito e ha garantito che la “stabilità” sindacale sarà per 4 anni e poi si potrà rinegoziare.
Qui i contratti di lavoro scadono, in teoria, ogni 2 anni ma in realtà solo dopo 3 s’inizia a discutere e si chiude dopo 4 annni, spesso con un quasi niente di fatto.
La bella pensata di Marchionne di non tenere conto del contratto di lavoro nazionale non ha suscitato nessuna presa di posizione anzi pare sia considerata una modernizzazione(?).
Tutti i lavoratori sono soli davanti ad un governo di faccendieri ignoranti di poitica a tutti i livelli e disinteressati alle sorti del paese.
I sindacati hanno posizioni diverse ma si stanno scannando tra di loro contribuendo così all’erosione della loro credibilità già pitttosto bassa.
Chi ci salverà?
Roberto Bera
27 luglio 2010 at 13:18
Io non me ne intendo molto di calcio, ma una cosa è certa:il calcio è un gioco di squadra. Secondo me, restando nella metafora calcistica, il problema dell’italia è che non è una squadra ma una sorta di individui solitari.
Non mi riferisco alla lotta politca ove ogni partito è diviso in fazioni, divise a loro volta in una serie di mille trame che sfuggono ai più. Anche all’estero magari è così, ma poi le divisioni interne si ricompongono per fronteggiare gli avversari esterni. Qui no.
Il peggio avviene nelle aziende, dove la “carriera” (o la sopravvivenza) viene fatta in competizione tra pari anzichè nell’ottica del raggiungimento di un benessere comune.
Vi è una cultura dell’individuo vincente che invece di generare darwinianamente un beneficio, genera un costo in termini di “difesa” e di mancanza di collaborazione.
Va molto di moda l’autostima. Entro certi limini OK, ma quel tale che aveva una grande autostima mi pare finì annegato in un lago!
L’eccellenza individuale non va consideratra su “come io faccio bene le mie cosette!”, ma come l’altro riesce a migliorare il suo lavoro grazie al mio.
Che c’è da dire a sinista su questo? Il discorso sarebbe lungo, mi piacerebbe ritornarci.