A Pomigliano avrebbe vinto il «sì» al referendum, anche se agli operai fosse stato chiesto se per restare cattolici apostolici romani accettavano o meno di pregare d’ora in avanti la madonna nera di Czestochowa invece della madonna di Pompei. Certo che sì, quando te la mettono così. Però, ecco.
Mi spiace per Riotta, ma le cose non stanno come presume sul «Sole24ore»: «La sostanza è però un’altra, illudersi di sfuggire al World class manufacturing, al rigore con cui il mondo produce oggi, il vero punto di disputa a Pomigliano d’Arco, significa decidere di non giocare come gli altri e restare quindi a bordo campo».
Invece, quello di Pomigliano è uno «scontro di civiltà». Da un lato, c’è Marchionne: la tecnologia deve asservire di più il lavoro. La tecnologia – la techné, direbbe Severino –, e l’organizzazione che ne viene, il lavoro lo risparmia, lo riduce, lo rende un esubero: quel poco che ne rimane, lo vuole accondiscendente e servile. Marchionne sa che il capitalismo dell’automobile è alla frutta, esausto, lavora sui dettagli e non ha futuro. L’impresa dell’automobile non ha altro scopo che quello di comprimere i costi. Non creare plusvalore, fare profitti; il plusvalore si fa con la finanza della Ifil-Exor, come le plusvalenze si facevano con la Juventus. Una anticostituzionalità di principio: come il generalissimo Franco ora vuole il levantamiento della soldataglia confindustriale senza rispetto per il voto operaio. Nessuna «utilità sociale» da articolo 41, non sono più gli anni della ricostruzione o quelli del boom o quelli di Togliattigrad. L’automobile è stanca, ma rimane fra noi perché è ormai un’utenza. Un’utenza di una rete arcaica e difettosa. Siamo obbligati a usarla come siamo obbligati a usare l’utenza del gas o dell’acqua, come siamo obbligati a andare sulla tratta Salerno-Reggio Calabria. Utenze dispersive, dispendiose. Scoppiano, allagano, inquinano irreversibilmente. Andrebbe nazionalizzata, statalizzata, resa «pubblica» come le poste. O tassata, come la British Petroleum. Ci vorrebbe una car levy, come vogliono mettere una bank levy. Ha ragione Rush Limbaugh, la voce dell’ultradestra repubblicana, che accusa Obama di socialismo: gli operai di Detroit del sindacato Uaw sono proprietari della fabbrica al 51 per cento. Succedeva pure nella Jugoslavia di Josip Broz Tito. Ma cosa altro poteva fare Obama? Cos’altro si dovrebbe fare?
Marchionne è un nichilista del presente, come la «sua» tecnica. «Questa» tecnica vuole il dominio pensando che nella conquista via sia la sua ragione d’esistenza. Non conosce dialettica, dialogo, trattativa e compromesso, non ha marginalità sociale, non può che essere assoluta, violenta. La tecnologia di Marchionne, il suo illuminismo razionale, è come l’automa del Settecento, non parla con gli uomini ma compie perfettamente solo alcuni gesti meccanici fini a se stesso. È servelabour, nel duplice senso che il lavoro è «a servizio» e va «espiando», scontando la pena.
Dall’altro lato, il lato B operaio, c’è la musica operaia: il lavoro è l’ultima illusione dell’occidente. Contro il nulla della tecnologia c’è la poesia operaia – la poiesis, direbbe ancora Severino. E la poesia è l’unico vero interesse materiale che il lavoro può difendere, perché qui c’è futuro, c’è vita per l’occidente. È questa la vera immaterialità del lavoro. L’illusione, il desiderio del piacere, è la nostra ultima speranza, di fronte al nichilismo. Al nostro inevitabile tramonto. «Questa» tecnica è savelabour, risparmia fatica per la poesia, per la vita.
Lo scontro è qui, e siamo appena all’inizio: la tecnologia non può essere «contro» il lavoro. La tecnologia può essere «per» il lavoro, la poesia, la vita, il desiderio, l’illusione.
Non so se c’è un altro capitalismo dopo questo, come c’è una pasqua, ma ora l’automobile è morta, come dio. Ma Marchionne la svolge così: si fa tradizionalista, conservatore del rituale, si scontra coi sindacati, con gli operai, con la storia, vuole la messa in latino delle relazioni industriali, come se il «sacro odierno» – la produzione – fosse tutto qui. Marchionne è contro il Concilio Vaticano Secondo, come Ratzinger è contro lo Statuto dei lavoratori.
Come il capitalismo dell’automobile, il cattolicesimo romano è esausto. Nessuno dei due fa più conversioni. Non sono capaci di creare illusioni. Forse in Africa, forse in Cina, forse all’Est, ma non qui, in occidente, dove si gioca la partita. Qui, solo il lavoro può farlo.
E non puoi chiedere agli operai di Pomigliano di pregare la madonna nera di Czestochowa. Certo che no.
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Giuseppe
3 luglio 2010 at 18:13
Sono d’accordo con l’articolo di Caminiti. La finanza domina i processi produttivi. Marchionne tenterà di avere la produzione dell’auto a costi sempre più ridotti. Pomigliano non è che la prova generale per vedere se il suo progetto funzionerà e per questo è disposto a sfidare il carattere sociale del lavoro, ponendosi in contrasto l’art. 41 della Costituzione (ha trovato nel Governo chi lo modificherà ad uso e consumo di Confindustria & Co.) e con la dottrina sociale della Chiesa espressione del Concilio Vaticano Secondo. Lo stipendio, se continuerà così, sarà sempre più un atto unilaterale stabilito dalle aziende in cambio della prestazione lavorativa con pochi diritti rispetto al passato. Ai sindacati resterà solo la trattativa di secondo livello con emolumenti accessori legati solo alla produttività. Con tutti i rischi che questo comporterà per tutti i lavoratori.
marcox
3 luglio 2010 at 11:00
L’UNICO POLITICO CHE HA PRESO A CUORE LE SORTI DI POMIGLIANO E’ NICHI VENDOLA, ECCO PERCHE’ NOI POPOLO LO ADORIAMO. Per Un’Italia Migliore, Nichi Vendola Premier!
Lanfranco Caminiti
3 luglio 2010 at 09:06
egregio michele,
mi scuserà spero la brevità delle mie argomentazioni, ma salario garantito e reddito minimo di inserimento sono proprio due cose diverse.
spesso sono sovrapposti, a esempio dai sindacati, in una locuzione “salario minimo” che tende a indicare una cosa ulteriormente diversa, cioè la soglia minima di salario-ora nella contrattazione non garantita da contratti nazionali di lavoro, che peraltro rappresenta ormai una consistente fetta della produzione e del lavoro.
ho immaginato la sua “ortodossa” posizione da quanto diceva a proposito del plusvalore, come se la ricchezza prodotta sia legata ancora solo alla produzione di fabbrica, o di merci, insomma alla “produzione materiale” come piace dire a tremonti. e quindi al “tempo di lavoro”.
il che nn è assolutamente più vero non solo per l’importanza preponderante assunta dai “servizi” [dalla cura alla persona ai servizi finanziari, dall'assistenza sanitaria alla burocrazia, per dire] ma per il fatto che la produzione “immateriale” ha ormai avvolto non solo tutta la produzione [anche quella di fabbrica, di merci "reali", data l'introduzione massiccia di tecnologie] ma che tutto il nostro tempo di vita è assoggettato alla produzione, al lavoro.
e questo non vale solo per i “creativi” – dalla cultura alla finanza.
il salario garantito è il rispecchiamento di questa realtà produttiva.
“copre” l’intero arco della giornata lavorativa perché l’intero arco della nostra giornata è sottoposta al lavoro. e alla produzione.
quindi, non stiamo parlando di una qualche forma di “assistenza”, né di una richiesta di redistribuzione di reddito, ma della battaglia centrale – il salario, la cosa più “ortodossa” che ci sia – che nasce dalla lettura delle trasformazioni produttive.
qui, non in uganda.
e la differenza tra qui e l’uganda era nota a marx, che di qui parlava.
spero che avremo modo di tornare sull’argomento, in maniera più approfondita e estesa.
p.s. = lei è ben curioso, sa?
prima mi dà del ciuccio – che non è un “commento libero”, ma un’arroganza, senza averne i titoli: il passaggio da D1 a D2 non è “colto” ma solo “noto” per chi ha letto marx, cui lei stesso si riferiva, visto che è spiegato nel Libro III del Capitale – e poi pretende che me lo tenga e non sia permaloso?
Michele
2 luglio 2010 at 20:51
Mi scusi ma non credevo di offenderLa Signor Caminiti, volevo solo farLe notare un passaggio a mio vedere scorretto nel suo articolo. Comunque non sono studente di Economia, bensì mi occupo di altri campi del sapere. Marx l’ho studiato poco e saltuariamente, quindi non capisco bene il Suo colto riferimento a D1 e D2.
Per quanto riguarda il “salario garantito” o “reddito garantito” ha colto parzialmente la mia posizione, in quanto se è vero che ritengo dannose per lo sviluppo delle lotte sociali le misure di sostegno dirette al reddito, d’altra parte non sono affatto contrario a leggi statali che impongano salari minimi di inserimento al lavoro. Lo fanno in Germania, lo fanno in Francia, mica parloamo di Cuba o socialismo reale, aho.
p.s. comunque se lasciate libertà di commentare gli articoli poi non fate i permalosi.
Lanfranco Caminiti
28 giugno 2010 at 13:06
gentile signor guevara o come alias si chiama.
a me nn importa un fico secco di quanto guadagni lerner.
però, siccome lei me lo citava come autore di uno scritto esemplare, io che sono compìto, sono andato a leggermelo.
e l’articolo comincia così: «IL PRIMO ministro del governo italiano ha percepito nel 2009 un reddito pari a 11.490 (undicimilaquattrocentonovanta) volte il reddito di un operaio Fiat di Pomigliano d’Arco».
il “focus” è questo.
e la facciadiculo stava qui.
ma mi fa piacere sapere non consideri più esemplare l’articolista lerner e che siano altre le cose che la interessano.
si sorprenderà ma sono d’accordo con lei, di più sul carattere populista delle tirate contro i redditi alti – à la calderoli, altra facciadiculo, contro i calciatori, per capirci -, di meno sulla questione della forbice.
negli usa la forbice è ancora più alta, e ci sono tomi alti così su questa questione.
a me però che ci siano redditi stratosferici importa relativamente finché sono regolati da rapporti privati – come per i calciatori.
ma non perché – essenza del bushismo – sia convinto che i ricchi spendano: capello compra quadri e immobili, buona parte dei calciatori compra auto come lamborghini e colleziona orologi da decine di migliaia di euro.
oltre a essere spesso coinvolti in affari in cui ci rimettono le penne, truffati.
questo “circuito di denaro” non crea ricchezza ma distribuisce briciole “in basso”.
invece mi basterebbe battersi perché i redditi bassi siano alzati, perché si possa avere redditi e salari e pensioni decenti.
saprà che una pensione su due è di mille euro.
e di queste una su due è intorno ai cinquecento euro.
però, è qui che pescano per “sistemare” il debito pubblico.
ma in un articolino ci si può concentrare solo su una questione.
e a me – fa male, a mio avviso, a disinteressarsi di questo, considerandolo “immateriale”a petto della concretezza reale della forbice – importava parlare del nichilismo della tecnologia secondo marchionne. del suo “nulla” che può essere imposto solo con la forza.
e della poesia operaia.
si abbia i miei saluti
che guevara
28 giugno 2010 at 12:18
Caro signor Caminiti, io non so e non m’interessa quanto guadagna Lerner (che tra le altre cose non mi è neanche simpatico), ma il fatto che lei me lo sottolinei dimostra che cade proprio in quella logica qualunquistica che i nostri governanti usano per attirare verso di se i “gonzi” del popolino quando pretendono che nei titoli di coda dei talk show televisivi siano riportati i compensi dei giornalisti (in special modo quando poi si tratta di giornalisti antigovernativi) o quando criticano gli ingaggi dei calciatori, ma magari poi sono artefici del sistema stesso (tv, sponsor, diritti immagine) che tali ingaggi fa lievitare. Non ho mai creduto alla ciottola di riso per tutti e credo che non esista nessuno al giorno d’oggi che sostenga un livellamento ed un egualitarismo economico assoluto, ma quello che volevo farle notare di quell’articolo (questo non vuol dire che Lerner sia un rivoluzionario) è la disparità sempre più marcata tra il profitto dell’impresa, il guadagno della dirigenza e il salario concesso alla forza lavoro. Non so se l’azione di Marchionne sia nichilista, o se il suo operare abbia una sacralità reazionaria pari a quella di Ratzinger (e sinceramente non me n’importa), ma so che è scandaloso che nessuno a sinistra abbia mai con forza sottolineato l’inaccettabilità che tale forbice tenda sempre più ad allargarsi, chiedendo sempre più sacrifici ai lavoratori a favore di una maggiore produttività delle imprese e come nessuno (anche lei nel suo articolo non lo fa) porti avanti con forza una battaglia per una più equa distribuzione sia dei redditi, sia dei sacrifici. Se i nostri impreditori ed i loro manager godono dei vantaggi della globalizzazione, devono anche essere in grado di subire i contraccolpi che tale globalizzazione produce e non riversarli sempre e soltanto sulle maestranze e sulla collettività (sottoforma di tassazioni per aiuti alle imprese in crisi).
Paperino
Lanfranco Caminiti
28 giugno 2010 at 06:24
caro signor guevara che,
si riferisce forse a quello stesso signor lerner il cui reddito per il 2009 è stato 500 [cinquecento] volte superiore a quello di un operaio di pomigliano?
beh, se è quello il suo riferimento “di sinistra” per la scrittura e le idee, se lo tenga.
io mi tengo l’operaio di pomigliano.
magari, però, cambi il suo nomignolo.
“paperino” andrebbe bene, è parente di “paperone”.
terra terra, direi che certuni hanno la faccia come il culo, ma non siamo obbligati a accondiscendere a questa bizzarria.
quanto al pisciarsi addosso, non ci sono ancora arrivato, benché a occhio non manchi molto.
ma la terrò informato e spero sarà così cortese da darmi qualche indicazione, dato che sembra un esperto in materia [sulla masturbazione, no, non le chiedo consigli, preferisco fare da me].
a adalberto, ammetto che sì, non mi sento “popolano” ma lo pregherei di non farsi incantare da questo bisogno: la lega, a esempio, è “popolana” e si fa capire dagli operai che la votano.
ma credo che lei, adalberto, non si riconosca poi nelle parole della lega.
conosco i limiti della mia scrittura, e difatti i miei lettori non sono mai più di venticinque.
forse mettendo insieme i miei venticinque con i suoi, potremmo fare cinquanta, che magari pensano le stesse cose, pur se le dicono in maniera diversa.
e il nocciolo dell’articolo, a esser sinceri, è semplice.
da una parte c’è la tecnologia di marchionne – più lavoro, meno operai – e dall’altra c’è una resistenza del lavoro, che assume diverse forme.
solo che questo non è uno scontro per più salario o più occupazione o meno ritmi di produzione: è uno scontro di civiltà che investe tutto l’occidente.
perché quella tecnologia è nichilista, è il nulla e non da speranze, futuro, non “converte” più.
come il cattolicesimo. e come il cattolicesimo si fa reazionaria.
l’unica speranza, l’unica “illusione” di futuro sta nel lavoro.
magari questo lo aveva già capito da sé.
e questo conta, il resto sono orpelli di scrittura.
però, essere poco istruiti non è mai un’attenuante, se non si vuole restare schiavi o se si vuole governare il mondo.
ho conosciuto tanti operai che sudavano sulle carte, per imparare, per capire.
con rabbia, sì, ma quella che serve a sapere di più.
anche se quelle carte non erano certo i miei articolini.
grazie
Adalberto
27 giugno 2010 at 23:02
Un articolo che commenta una “lotta” per il lavoro andrebbe, a mio parere, scritto in un linguaggio più “popolano”.
Se i lavoratori non hanno frequentato licei o università, non si difendono scrivendo usando un linguaggio dotto. Anzi forse si arrabbiano anche……….
Non chiediamoci perché poi non credono nella sinistra……. non ci capiscono!
E, ad essere sinceri, l’articolo l’ho capito poco anch’io.
Si potrebbe riscrivere, visto l’importanza del contenuto, con termini semplici e comprensibile anche ai poco istruiti?
Grazie
Adalberto Bagarini Faenza
Domenico Bilotti
27 giugno 2010 at 18:12
L’accordo di Pomigliano ha avuto un visibile timbro ricattatorio: e certi “ricatti”, così invasivi, che puntano il coltello alla gola dei diritti e delle persone, si sa, trionfano facilmente.
Anzi: prendo in bene la quota assolutamente non plebiscitaria con cui il “si” si è affermato. C’è un “no” vigile, concentrato, disposto al sacrificio, con cui urge dialogare.
CHE GUEVARA
27 giugno 2010 at 14:54
Finchè ci sarà gente, come l’autore, che si parlerà adosso, come si pisciano adosso i vecchi ed i bambini, solo per dimostrare la sua “intellighezia” o la sua originalità e con spocchia risponderà agli altri che lo contestano, come l’autore ha risposto a Michele..POVERA SINISTRA….
Parlarsi adosso senza chedersi, quanti che dovrebbero essere i referenti abbiano la capacità di capirlo.
L’autore, si legga piuttosto l’articolo di Gad Lerner sulla REPUBBLICA di ieri (magari più terra terra) ma più comprensibile a tutti sulle attuali dinamiche e disuguagluianze sociali e si chieda, quanti degli operai di Pomigliano, siano capaci di comprendere il senso di questa “Masturbatio intelletuale” dell’autore.
Saluti comunisti per una sinistra che mandi al macero i suoi vezzi intelletualoidi e sia capace a capire e a dialogare con chi vuole rappresentare
Lanfranco Caminiti
26 giugno 2010 at 06:14
gentile michele,
immagino perciò che lei non appoggerebbe mai la richiesta di “salario garantito” perché «strutturalmente» il salario è quello scambio con cui si compra forza-lavoro.
Mi spiace che lei non abbia potuto finire gli studi di economia in una qualsiasi università – sembra promettere: come suol dirsi, aver fatto bene le scuole elementari è la migliore base di partenza. Può, comunque, aggiornarsi da autodidatta, che so, approfondire quella parte in cui D1 si trasforma in D2.
oh, è Marx che lo dice
michele
25 giugno 2010 at 19:52
Un unico appunto. Non dico che tutti debbano avere una concezione marxiana del mondo.
Però il plusvalore non lo fa Ifil-Exor cosi come nessuna operazione finanziaria. Il plusvalore, cioè l’aggiunta di valore alle merci, lo può fare, strutturalmente, solo il lavoro vivo. Cioè quello degli operai nella fabbrica.
Questo lo sa anche l’ultimo studente di economia di una qualsiasi università
tonino cafeo
25 giugno 2010 at 16:13
Riflessione molto stimolante e “fuori dai binari” grazie Lanfranco!
Alfredo
25 giugno 2010 at 14:10
Complimenti veramente per l’articolo. A mio avviso coglie. con delle valutazioni assolutamente condivisibili, il vero punto sulla vicenda Pomigliano e lo stato dell’arte del capitalismo mondiale.
La domanda che dobbiamo porci a questo punto noi di sinistra è cosa dobbiamo fare per cercare di vincere questo scontro di civiltà. Io penso che i vecchi schemi oramai siano desueti e del tutto inefficaci.
Alfredo
25 giugno 2010 at 14:10
Complimenti veramente per l’articolo. A mio avviso coglie. con delle valutazioni assolutamente condivisibili, il vero punto sulla vicenda Pomigliano e lo stato dell’arte del capitalismo mondiale.
La domanda che dobbiamo porci a questo punto noi di sinistra è cosa dobbiamo fare per cercare di vincere questo scontro di civiltà. Io penso che i vecchi schemi oramai siano desueti e del tutto inefficaci.
marco
25 giugno 2010 at 10:43
Il rapporto 2009 dell’ Iea (organismo internazionale per l’ energia) prevede il picco del petrolio nel 2030 con 105 milioni di barili il giorno contro gli 83-85 di oggi. La previsione la giudico troppo ottimista ma non e’ questo l’oggetto del mio messaggio, l’ incremento di produzione e consumo di greggio viene previsto nella misura del 97% per il solo settore trasporti. Insomma parliamo di energie rinnovabili ma la rivoluzione va fatta nei trasporti che sara’ il primo anello a saltare e l’ industria dell’ auto sara’ il primo anello a saltare in questo settore.
Dj Karanka
25 giugno 2010 at 10:22
Bell’articolo, al di là della suggestione “grillina” dell’automobile moribonda – cui non credo.
Alcune riflessioni mi richiamano alla mente l’utopico quanto grandioso “L’anima dell’uomo sotto il socialismo” di Oscar Wilde, uno dei miei libri preferiti.