Pubblichiamo un estratto dell’articolo di Nichi Vendola che uscirà nel numero de Gli Altri di venerdì 18 giugno
Di fronte allo sguardo corrivo e connivente di questo governo, si sta consumando un misfatto sociale le cui conseguenze potrebbero essere e quasi certamente saranno, senza esagerazione e senza iperbole, una cesura storica, un punto di non ritorno. E’ una partita truccata quella che sta giocando la Fiat, una partita di quelle in cui sin dall’inizio si sa chi incasserà la posta e chi invece è condannato comunque a pagare.
Se la Fiom avesse accettato le condizioni capestro poste dall’azienda automobilistica per non chiudere Pomigliano d’Arco, allora la contrattazione collettiva, il ruolo stesso del sindacato, i diritti del lavoro sarebbero diventati paccottiglia buona solo per le discariche. Se la Fiom non si rassegnerà a cancellare ogni diritto conquistato dai lavoratori negli ultimi due secoli, si dovrà accollare la responsabilità della chiusura di Pomigliano, di una catastrofe sociale che colpirà, ancora una volta, un Sud già flagellato.
Probabilmente è proprio questa l’intenzione della Fiat. Come spiegarsi altrimenti la richiesta di resa incondizionata intimata alla Fiom, il rifiuto dell’accordo separato, la volontà di umiliazione che trapela negli atti e nelle parole dei suoi dirigenti? Il resto, la cancellazione dei diritti, l’imposizione del ricatto più brutale e più sfrontato, verrà comunque subito dopo. E’ la dura realtà della globalizzazione, ci spiegano con gelido cinismo gli editorialisti dei quotidiani vicini a Confindustria: una realtà che ha separato la crescita dall’occupazione, che obbliga a tornare indietro di cento, duecento anni, a un mondo che credevamo superato, dove i lavoratori sono niente e il profitto tutto, a una giungla che era alle nostre spalle ma che adesso, ci spiegano quegli stessi editorialisti, è invece destinata a tornare semplicemente perché il potere consegnato alle aziende dalla globalizzazione lo consente, e la parola d’ordine è allora una sola, la più rozza e arrogante: guai ai vinti, guai ai lavoratori, guai ai poveri.
L’azienda che oggi impone questo grossolano ricatto, l’azienda che oggi stringe d’assedio non solo i diritti ma il diritto, sostituendolo con la brutale legge del più forte, ha ricevuto nel corso del tempo da questo paese aiuti e sostegni pressoché illimitati, in forme di ogni tipo: rottamazione, ecoincentivi, fondi per la ricerca, facilitazioni fiscali solo per limitarsi all’ultimo decennio. Potremmo dire che la Fiat è certamente una delle più grandi aziende “pubbliche” italiane, ma questa dimensione storico-politica della questione è abolita dai negoziati e dalla discussione politica. Un governo, un governo vero, non un governo di sinistra ma semplicemente un governo che si curasse e preoccupasse dei propri cittadini, farebbe valere ora l’immenso credito maturato. Un governo che non vedesse i propri governati come sudditi, interverrebbe con la necessaria drasticità, senza porre altro tempo in mezzo. Non parlerebbe con la lingua affabilmente para-fascista di quei ministri che vagheggiano un mercato del lavoro bonificato dal conflitto sociale e sgomberato non solo dal diritto al reddito e alla sicurezza ma soprattutto dal diritto a valere più di un bullone o di un tasto del computer. Quando i lavoratori saranno trasformati in robot avremo la società armonica di Tremonti e di Sacconi. Un governo che lavora per la patria (mi si lasci parlare così) non consentirebbe a Marchionne di giocare con beni e valori di rango costituzionale, come se ci fosse una clausola di dissolvenza padronale dinanzi alle regole che fondano la nostra civile convivenza.
Ma questo governo non lo ha fatto e non lo farà. Non è neutrale, è complice. Anzi è l’ispiratore della fuoriuscita dallo Stato di diritto sociale. La destra non ha tra le proprie incombenze ideali e programmatiche quella di difendere i cittadini, progetta anzi di dare a sua volta la spallata decisiva modificando l’art. 41 della Costituzione. Non per garantire la libertà d’impresa, non per sciogliere i lacci che frenano le energie produttive di questo paese, bensì per eliminare ogni vincolo che ancora temperi il primato assoluto e incontrastato del profitto.
A modo suo, questo è un momento di funesta solennità. Si arriva infine al lungamente preparato divorzio tra due termini che erano sin qui stati inscindibili, il cui nesso aveva segnato il tumulto e le passioni di un intero secolo: libertà e lavoro. D’ora in poi il primo significherà solo libertà di sfruttare, di far valere la legge del più forte e il peso del ricatto. Tutto il resto, i diritti e la stessa dignità umana dei lavoratori saranno pezzi da museo. E’ questa la vera prima linea dell’arrembaggio contro la Costituzione repubblicana, il piede di porco che può scardinarla privandola della sua stessa fondamentale pietra angolare, della sua cifra più intima ed essenziale dalla quale discendeva tutto il resto: appunto, la connessione tra libertà e lavoro.
Non sarà questo governo a inceppare la micidiale tagliola che sta per segare l’osso non solo agli operai di Pomigliano d’Arco. Ma a tutti e a ciascuno di noi. Non sarà, temo, neppure un’opposizione balbettante e incerta, spesso incantata dalle sirene neoliberiste, affannata nella ricerca di un’identità smarrita e che non può essere ritrovata né guardando al passato né abdicando alla propria stessa ragion d’essere. Così tagliano la vita, la memoria, il futuro. In quel taglio si gioca tutto il senso persino antropologico, oltre che sociale ed economico, della destra. Reagire, disarmarli, non lasciare soli gli operai: questo è il senso minimo (il sentimento minimo, la decenza minima) di ciò che chiamiamo sinistra.
Marcello
27 giugno 2010 at 19:16
Si, va bè, ma l’alternativa qual’è? E’ chiaro che se ti chiedono di rinunciare alle conquiste degli ultimi duecento anni o morire di fame uno sceglie di rinunciare ai diritti conquistati. La domanda è le stessa che fece Lenin nel 1917: CHE FARE? Facciamo la rivoluzione? Facciamo chiudere Pomigliano? Facciamo un esproprio proletario e poi autogestiamo la fabbrica? CHE FARE?
Gaetano
22 giugno 2010 at 18:26
Ancora,ancora,ancora sembra un INNO masochista verso i lavoratori che non riescono neanche più a respirare soffocati da mutui,finanziarie
senza più straordinario blocco di cassa integrazione.
Vedi ora a Pomigliano cosa sta succedendo dopo Termini Imerese e allora?
ANCORA;ANCORA;ANCORA
Il Bresci
22 giugno 2010 at 13:57
Dopo che il peggior capitalismo ha dato il peggio di se…….e nessuno gli ha chiesto il conto, dopo che il centro sinistra italiano ha dato il peggio di se, non solo non riuscendo a governare ma nemmeno a fare opposizone, dopo che i “nuovi poveri” sono anche quelli come me, piccoli liberi professionisti figli di dipendente pubblico ( e nessuno ci difende), dopo che quelli onesti e rispettosi degli altri e delle leggi si sentono nella miglior tradizione italiana “cornuti e mazziati”……………. beh, penso che rivedremo la lotta armata, sperando che stavolta non sbaglino gli obbiettivi, che non sono di così difficlie identificazione, anzi mai stati chiari come in questo periodo di crisi. Basta guardare i consigli di amminstrazione delle banche, delle assicurazioni e di parte delle Società quotate in borsa . Si sta nuovamente palesando, mentre prima era più nascosta da un falso benessere , la legge del più forte………o hai i soldi o spari per primo!!
mario
22 giugno 2010 at 09:55
… ce ne sarebbe da scrivere su questa crisi che prima che finanziaria è di perdita di valori, di significati, di direzione.
Il ripiegamento individualista nel solco già tracciato con la complicità di tutti di questa cultura che ha determinato lo sfacelo attuale e la netta cesione fra parte e tutto, il ripiegamento individualista che sta prendendo e che prenderà l’etica del lavoro dopo la celebrazione del referendum (ulteriore dimostrazione della polverizzazione del senso), la questione di pomigliano e della “responsabilità”, a cui tutti sembrano richiamarsi mentre ancora essa viene ripiegata e scantonata al senso che ognuno detiene e può detenere dalla propria parzialissima ed asfittica posizione, denunzierà impossibilità di riuscire a definirla, la responsabilità, nella inscrizione in qualcosa di più esteso di sè: gli operai sono chiamati ad essere responsabili, ma non verso se stessi ma verso le proprie famiglie, i propri figli… ovvero verso tutt’altro che il lavoro, ridotto questo a nient’altro che a funzione finanziaria e meccanicistica. Ancora (ci) si adopera (per) questa svalutazione di ogni significato ulteriore che il lavoro ha, possiede certissimamente: l’attribuzione di valore.
Questa moralità, e cos’altro potrebbe altrimenti essere?, individualista dove il soggetto agente, in questo caso il lavoratore, lo è esclusivamente per sè (così come è esclusivamente per un altro… moglie, figlio, padrone…), costruisce uomini inconsapevoli comunque di qualsiasi conseguenza o comunque effetto determinante delle proprie azioni le qauli sono non oltrepassanti la solitudine di questo senso delle cose. In questo crepuscolo valoriale, i giovani sono silenti, non complici… ma silenti. Serrati nei blog, nei network… tessono e ritessono una trama di valori che i loro padri e le loro madri hanno mandato al macero… per senso di responsabilità verso i loro stessi figli… come faranno ancora gli operai di pomigliano questo 22 nel loro referendum.
E a questi giovani silenti, che cambiano i loro stili di consumo, che riutilizzano, riusano, riattribuiscono valore, che forse può rinnovarsi un senso antico di lavoro.
Alle dottrine giuridiche sovvertitrici del patto sotteso di questa industria decotta e quindi violenta nella sua disperazione per la sopravvivenza, all’incapacità del sindacato di ridefinire l’alleanza dialettica fra capitale e lavoro, al vuoto di senso cui si assiste, l’unica certezza è la crescita di un sottoproletariato sempre più trasversale ai luoghi, ai lavori, all’istruzione posseduta, agli stessi interessi di parte. Un sottoproletariato affollato di giovani, oltre che di vecchi egoisti.
E’ a questi che dobbiamo riuscire a parlare, è questi che dobbiamo fortemente ascoltare, prima di tutto.
andrea
22 giugno 2010 at 07:29
marchionne inizi a dare il buon esempio dimezzandosi il suo lauto stipendio milionario,anziche’ fare il grande manager sulla pelle degli altri!!
francesco saverio
21 giugno 2010 at 12:17
Insomma una riforma planetaria, direi impossibile o quasi con i piedi d’argilla, che nemmeno la sinistra, ecologica o meno, ha mai fatto nulla per aprire il discorso o lottare per tali obiettivi. Pomigliano e’ al contempo un frammento di tali problematiche, e nel contempo tutta un’altra cosa. Certo con una sinistra, il cui leader maximo, Max, è impegnato a navigare con la sua barca a vela (8000-9000euro al mese di leasing ),ed a mettere su una cantina di vini, intestata ai figli con un operazione ancora poco chiara dal punto di vista economico,Pomigliano diventa bandiera di facciata per alcuni leader e sindacalisti di professione.Salvare la faccia, cioè salvarsi il proprio deretano.
Dj Karanka
21 giugno 2010 at 10:25
Se davvero dovessimo seguire tali utopistiche ricette,
altro che ricatti! Il paese si impoverirebbe così tanto che qualunque
imprenditore così fortunato da riuscire a tenere in piedi la baracca,
potrebbe avere manodopera a piacere per un pezzo di pane.
Senza un vero sviluppo del sud (non calato dall’alto con mentalità
assistenziale), senza un piano di lotta alle mafie, senza la creazione
di posti di lavoro i “padroni” faranno sempre il bello e il cattivo
tempo.
La difesa dei posti di lavoro di Pomigliano e le proposte sotto quotate
mi dispiace ma non si tengono proprio insieme. Queste proposte,
fossero applicate, ci condurrebbero solo a far la spesa con un
carrello pieno di banconote senza alcun valore!
< grande redistribuzione del lavoro e della ricchezza reale con aumenti di <salari, stipendi, pensioni e introduzione del reddito base di cittadinanza;
< riforma fiscale ecologica, tassare le grandi ricchezze patrimoniali;
< snellimento di un’economia “per i diritti” verso una stato stazionario con
< minor consumo di materia ed energia, emissioni basse, rifiuti zero, <nessuna scoria radioattiva in quanto il ciclo produttivo dell’atomo (civile-<militare) viene chiuso;
< riappropriazione della sovranità monetaria e nazionalizzazione delle grandi <banche;
< chiusura delle Borse in quanto casinò speculativi (se già la Merkel vieta le <vendite allo scoperto potremmo andare avanti nella stessa logica e <impedire le transazioni a breve, introdurre la Tobin Tax, bandire prodotti <come CDS e CDO…).
raffaele m.
20 giugno 2010 at 16:19
Non capisco come la “tirata” del sig. Francesco Saverio sia collegata con l’accordo di Pomigliano.
“Che c’azzeccano” i lavoratori FIAT di Pomigliano con gli sfasci dello statalismo italiano? Devono pagare loro questa colpa, con la rinuncia al diritto di sciopero, alla malattia pagata, alla mensa, con l’inasprimento dei turni e degli straordinari a piacere dell’azienda?
Non è in dubbio l’accettazione dell’accordo (nessuno oserebbe prendersi la responsabilità di oltre 5000 disoccupati, nè l’articolo lo mette in dubbio), ma non di un qualunque accordo: cosa vorrà di più FIAT al prossimo rinnovo, oltre alla cancellazione di diritti conquistati, lo “ius primae noctis”?
O tutto questo è per inseguire la mitica Cina, o la meno mitica Polonia? Dove è noto che i diritti dei lavoratori sono rispettati? Mai farsi venire il dubbio che forse la dignità delle persone non può essere svenduta senza opporsi?
mario
20 giugno 2010 at 10:59
Temo purtroppo che anche se i sindacati cederanno al ricatto FIAT, il tutto non salvera’ Pomigliano dalla chiusura, che sara’ solo rimandata di qualche anno, io non credo molto che FIAT pur con gli accordi on la Chrisler diverra’ un marchio di 5.000.000 di auto prodotte e vendute, sono troppo malandati i due marchi.
In tempi di mercato globale, si richiede anche una produzione di qualita’ globale, ed al di la’ del marchi tedeschi e forse di un paio di Giapponesi, non vedo molto spazio per gli altri.
Tendendo presente che anche i giapponesi si stanno dibattendo in difficolta’ non da poco a cominciare dalle disavventure della Toyota ed alla sua decadenza di immagine.
Penso ci voglia ben altro che un accordo a Pomigliano per pensare che la FIAT possa diventare qualcosa di grande.
Alfonso Navarra
19 giugno 2010 at 11:06
Sulla vicenda della Fiat a Pomigliano un bell’articolo di Luciano Gallino, dal titolo “La globalizzazione dell’operaio” (Repubblica del 14-06-2010), spiega – credo – benissimo cosa Guido Viale intende con l’acronimo T.I.N.A.: “There is no alternative”.
T.I.N.A. è la silloge del pensiero unico imposto dai detentori del potere, e volta per volta, ci ricorda Viale sul Manifesto del 16-06-2010 (“Ma l’alternativa a Marchionne c’è”) ha cambiato faccia: “prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazioni e giganti dell’industria dai piedi d’argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell’impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall’art. 41 della Costituzione italiana”…
Tornando all’analisi di Gallino, una circostanza da egli rilevata mi ha particolarmente colpito: “Ben 19 pagine sulle 36 del documento Fiat consegnato ai sindacati a fine maggio sono dedicate alla “metrica del lavoro.”… (Si propone) l´adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class Manufacturing (Wcm, che sta per “produzione di qualità o livello mondiale”)… Il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L´ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot”…
Questa storia mi ha fatto pensare a quando Charlot fa l’operaio nel film “Tempi moderni” (1936), producendo una efficacissima satira di quel macchinismo (“capitalista” o “socialista”) che pretende di schiacciare l’uomo in nome della razionalità scientifica e dell’efficienza.
Ottenendo- la tecnocrazia macchinista – ovviamente risultati opposti a quelli che la sua ideologia propina.
La filosofia che la FIAT – e l’industria dell’auto in genere – praticano – la robotizzazione e schiavizzazione dell’essere umano – è infatti foriera di difetti di produzione. Centinaia di migliaia di veicoli debbono subire una riparazione, con costi speventosi per le aziende… e gli errori si verificano proprio in virtù della totale estraneazione dei lavoratori dal prodotto.
Fretta, ripetitività, monotonia fanno, oltretutto, le pandine cieche…
In una scena del film citato, per il resto muto, Charlot canta – è l’unico momento in cui si sente la sua voce – la celebre canzone della Titina.
“Io cerco la Titina, la cerco e non la trovo,
Titina, mia Titina, chissà dove sarà…”
Titina può essere intesa sia come la compagnia sessuale, in senso lato, sia come l’utopia che conduce alla felicità.
Possiamo ritagliarle addosso un acronimo, contrapposto per senso a T.I.N.A., così come Charlot rivendicava la concezione altra della libertà dell’individuo umano contro l’oppressione della megamacchina sociale: There is total insecurity, (we) need alternatives.
Traduzione: viviamo in totale insicurezza, necessitiamo di alternative.
Gli operai di Pomigliano non sono in condizioni di scegliere: hanno il coltello puntato alla gola e gli si chiede “o la borsa o la vita”.
Se la scelta collettiva è lavorare senza diritti o non lavorare per niente, è inevitabile cedere all’arcigna Zia T.I.N.A.
Non c’è scelta in stato di necessità.
Il problema è chi li ha messi in questa condizione disperata, e, purtroppo, non solo solo i cattivi capitalisti, ma anche e soprattutto i “sinistrati” ed i sindacalisti che da anni, nella cultura profonda, sono diventati i primi seguaci della Zia T.I.N.A., vale a dire della logica della crescita guidata dal profitto, della competizione globale, della globalizzazione finanziaria.
Il 25 giugno la CGIL ci richiama in piazza a livello nazionale ed ancora una volta è Zia T.I.N.A. a dettare i contenuti di questa iniziativa.
Che significato ha, infatti, protestare perchè non paghino solo i “soliti noti” e chiedere investimenti per la crescita, quando invece non dobbiamo pagare affatto per salvare banchieri e speculatori e questo meccanismo economico (il cui sbocco è la distruzione degli uomini e del Pianeta) va rimpiazzato con un altro completamente diverso?
Conclude così il suo articolo Luciano Gallino:
“Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità. Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese”.
In sostanza, mandiamo in pensione T.I.N.A. e frequentiamo al suo posto la T.I.T.I.N.A.!
Noi, che ancora abbiamo un cervello che non ci siamo bevuti ed un cuore non indurito, alcune sue tracce le abbiamo già trovate.
Ci mette sulla buona strada lo stesso Guido Viale:
“L’alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo – e dei nostri consumi – a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l’automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all’edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro – e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate – mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l’inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall’efficienza nell’uso dell’energia. L’industria meccanica – come quella degli armamenti – può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare – densificando l’abitato – dalle fondamenta”.
Ma l’alternativa potrebbe essere ancora più complessa.
Potrebbe essere fatta anche di:
- grande redistribuzione del lavoro e della ricchezza reale con aumenti di salari, stipendi, pensioni e introduzione del reddito base di cittadinanza;
- riforma fiscale ecologica, tassare le grandi ricchezze patrimoniali;
- snellimento di un’economia “per i diritti” verso una stato stazionario con minor consumo di materia ed energia, emissioni basse, rifiuti zero, nessuna scoria radioattiva in quanto il ciclo produttivo dell’atomo (civile-militare) viene chiuso;
- divieto di importazione per beni che siano stati prodotti schiavizzando gli uomini o devastando l’ambiente
- riappropriazione della sovranità monetaria e nazionalizzazione delle grandi banche;
- chiusura delle Borse in quanto casinò speculativi (se già la Merkel vieta le vendite allo scoperto potremmo andare avanti nella stessa logica e impedire le transazioni a breve, introdurre la Tobin Tax, bandire prodotti come CDS e CDO…).
Ed altre soluzioni immaginabili, con relativi scenari di adattamento graduale alle condizioni esistenti.
Per trovare la T.I.T.I.N.A., insomma, avremmo bisogno di discutere, organizzarci, scioperare almeno a livello europeo, sulla base di un diverso concetto della ricchezza sociale (è la nostra Terra, l’unica che abbiamo) e di una idea globale di alternativa: solo così, e non “tetto per tetto”, “valle per valle”, potremmo metterci nelle condizioni di respingere al mittente i ricatti di Marchionne e dei suoi consimili.
alfonsonavarra@virgilio.it
francesco saverio
19 giugno 2010 at 10:32
Ma signor Ancona, sa quanta gente lavora in “condizioni di brutalità?” E cioè senza ferie, malattia retribuita, tredicesima, quattordicesima, liquidazione di fine rapporto e quant’altro? Tanto per farle un esempio eclatante, sa che il Ministero di Giustiizia ha avuto ed ha ancora oggi, nonostante il passaggio della salute penitenziaria alle ASL, in tutta Italia centinaia di infermieri senza alcun contratto da circa trent’anni? E coiè gente che ha lavorato e lavora senza alcuna garanzia, compreso il diritto di sciopero? E vede non stiamo parlando di Marchionne, ma dello Stato Italiano! Se lavori mangi, sennò sono cazzi tuoi! Ed i tanti giovani GOT, giovani avvocati,magistrati pagati a pratica, i figli poveri della Magistratura, dove li mettiamo? Ed i medici penitenziari che hanno lavorato con contratti a gettone e lavorano da oltre un trentennio senza alcuna interruzione, dove li mettiamo cari Signori Ancona? Ed i medici della Guardia Medica ASL, dove vanno?
Potrei proseguire a iosa. Il fatto è che ancora oggi, come ieri, questi sindacati ormai abbastanza demodè e paleolitici, non se fottono un cazzo, ( scusate la terminologia brutale) dei disoccupati, dei precari, dei pensionati. Hanno riscoperto, guarda un po’, la classe operaia, categoria a termine, dopo anni di gioco delle tre carte, di disinteresse dei “poveri”, e a caccia di tessere! Basta vedere la fine della grande speranza, del sindacalista Cofferati, il duro, piu’ leghista dei leghisti, piu’ razzista dei razzisti, dei Bassolino, dei tanti Bassolino sparsi in Italia, dei vari Niki di estrema sinistra(sic!), ma che si tiene stretto stretto il suo malloppo, i suoi trentacinquemila euro al mese, ed ora fa l’articoletto da quattro soldi su ” gli Altri” piangendo lacrime da coccodrillo per la povera classe operaia di Pomigliano. Hanno ancora una pur minima credibilità questi signori o vanno mandati ” a fare in culo?” Ma di cosa stiamo parlando egregi signori? I Ricordatevi che i peggiori siamo sempre noi.
Stefano
18 giugno 2010 at 20:41
Molto brevemente:
come si arrivò allo statuto dei lavoratori e al progressivo riconoscimento di diritti altrimenti impensabile?
Si dirà: è stato un lungo processo che fin alla metà dell’Ottocento… sì, è chiaro.
Ma, in sostanza, come si arrivò allo statuto dei lavoratori e al progressivo riconoscimento di diritti altrimenti impensabile?
Risposta: mettendo paura al capitale. Paura: un sentimento né nobile né ignobile, ma destinato a sorgere quando è in gioco la sopravvivenza.
Per questa semplice ragione – lo ricordo a tutti quelli che sembrano averlo dimenticato – al tempo dello Statuto (Legge N. 300/1970) e negli anni che seguirono i “padroni” (quelli che secondo MArchionne non esistono più) avevano così tanta paura che cedettero alle richieste della politica, dei lavoratori e dei sindacati. Con una mano concedevano diritti conquistati con fatica, sangue e lotta, con l’altra esportavano capitali, mandavano i figli all’estero o, i più scaltri, sceglievano di farsi difendere dalla mafia.
Oggi i padroni non hanno paura per niente, gli oprari, invece, sì. E parecchia.
Per questo gli uni avanzano richieste impresentabli sicuri che i secondi le accetteranno. Sì, perché la disoccupazione – a Pomigliano come ovunque – fa paura.
Non è, questo, il prezzo della “globalizzazione”. No.
È, invece, il prezzo della secolarizzazione: gli operai (i metalmeccanici “gloriosi”) si fanno di coca e pasticche come e più di tutti gli altri mortidifame del mondo intero. Leggetevi le inchieste del manifesto di un annetto fa sulla fascia pedemontana alpina e sugli operai che la popolano…
Ecco: impauriti e drogati.
Come pensa, caro Vendola, di svegliare questa massa ormai informe?
Un saluto
Stefano Lamorgese
Dj Karanka
18 giugno 2010 at 11:46
Mai comprata una fottuta FIAT (oltretutto fa le macchine piu’ brutte del
mondo, e quando per sbaglio ne azzecca una – la vecchia Panda – riesce a rovinarla col restyling). Ho sempre odiato questa boriosa “industria” capace solo di abboffarsi senza ritegno alla greppia dello stato, salvo poi proporsi
come “salvatrice della patria” nei momenti di crisi – come questo – solo per
aver licenza di arraffare ancora.
Il vero scandalo, però, è che nel 2010 non debbano esistere per i lavoratori
del Sud alternative ad un mediocre posto di lavoro a Pomigliano.
Quest’accordo è indecente, ma temo che anche i sindacati dovranno in ultima analisi pupparselo. Al dì la delle schermaglie di facciata, infatti, non credo che nessuno – Cgil inclusa – abbia voglia di finire sul banco degli imputati per la perdita di occupazione.
pietro ancona
18 giugno 2010 at 08:14
Il referendum della vergogna
Il referendum operaio sull’accordo-capestro di Pomigliano non è un referendum. Sarebbe tale se i lavoratori che voteranno, rifiutando l’accordo separato, aprissero la strada ad altro e diverso accordo.
Non è così. Se il referendum sarà bocciato la Fiat non farà l’investimento e lascerà la Panda in Polonia. Questo è stato detto e ridetto da Marchionne. Prendere o lasciare! I lavoratori non potranno esprimere un giudizio obiettivo sull’accordo separato. Sanno che se dicono si
la fabbrica continuerà a vivere e se dicono no li aspetta la disoccupazione. Qualcuno in Italia può ragionevolmente sostenere che, in queste condizioni di ricatto, di costrizione, la gente sarà libera e potrà esprimere la sua vera opinione? Se io o voi fossimo tra i votanti come ci regoleremmo?
Contrariamente a come li ha dipinti, forzando le tinte, Veltroni i lavoratori di Pomigliano andranno a votare e si caricheranno della croce delle condizioni umilianti imposte brutalmente da Marchionne.
Penseranno alle loro famiglie ed alla necessità comunque di sopravvivere in una Napoli che venti anni di governo Bassolino lascia in macerie, disperata, piena di debiti. . L’uso clientelare in proporzioni industriali delle risorse, l’indebitamento, la mancanza di progetto e di futuro fanno da contesto al referendum , una operazione che sarebbe democratica se non fosse già stata piegata e strumentalizzata dalla Fiat che ne ha giù predeterminato il risultato.
Perchè la Fiat vuole il referendum? Evidentemente non gli basta l’adesione dei sindacati collaborazionisti. Vuole una sanzione che costituisca una umiliazione per la Fiom per dimostrarle di
non contare niente e chiederle di tornare subito ed a testa bassa all’ovile. Ha già ricevuto due risposte positive: quella di Epifani che attesta il valore del referendum e l’altra del leader della minoranza Fiom Durante il quale afferma che in caso di vittoria dei si la Fiom deve firmare. In sostanza il referendum sarà usato come un plebiscito annessionistico alla volontà del padrone.
Qualcuno in questo Parlamento dovrebbe chiedere che si torni a trattare e che il referendum non abbia luogo dal momento che si tratta di costringere a Canossa tutti i dipendenti della Fiat di Pomigliano. Ma la lobby Fiat è assai forte. Anche Casini si è unita ieri a Fini e Schifani per chiedere la resa della Fiom. Diverse voci della cultura costituzionalista si sono alzate per segnalare le numerose illegalità dell’accordo separato. Anche “liberal “si chiede se la globalizzazione significa che dobbiamo diventare come i cinesi mentre la dichiarazione del Segretario della Cisl che ritiene che si debba riaprire la questione Termini Imerese nel caso di vittoria dei si è la prova di quanto è stato finora giustamente sospettato ma negato e cioè che Pomigliano non è una eccezione ma la nascita di nuovi rapporti di lavoro che stracciano contratto nazionale, Costituzione e leggi.La nascita della Cina italiana.
Anche se dovesse ricevere l’unanimità dei consensi il referendum non avrà alcuna validità nè morale nè giuridica per lo stato di necessità dei lavoratori. Sarà soltanto il documento di una prepotenza subita.
Qualcuno ha paragonato agli effetti della marcia dei quadri dirigenti ed intermedi di Mirafiori. o la situazione che si creerà
dopo il referendum. E’ vero che la CGIL tornò al tavolo delle trattative ed accettò accordi che consentirono il licenziamento di trentamila operai. Oggi dovrebbe accettare le condizioni di militarizzazione del rapporto di lavoro che diventa una obbligazione individuale. Se lo facesse ripeterebbe il cedimento, l’errore di allora. La CGIL non avrebbe dovuto piegarsi ad accettare condizioni che hanno cambiato il corso della storia ed aperto la strada alla cancellazione dei diritti conquistati con la stagione dell’autunno caldo.
Ma, infine, questo referendum come si svolgerà? Da chi sarà organizzato e da chi sarà controllato?
L’ultima esperienza recente è stato il referendum sugli accordi fatti con Prodi svoltosi in condizioni di illegalità, senza controlli,senza una vera discussione dal momento che non era previsto che i contrari potessero illustrare le loro ragioni nelle assemblee. Furono dichiarati oltre cinque milioni di votanti e lo ottantuno per cento di si, cifre “bulgare” ed inverosimili che tuttavia per giorni diedero a tanti pennivendoli il punto di appoggio per infierire sulla minoranza che aveva votato no.
Contrariamente a quanto scrive Erri De Luca che sul Manifesto scrive
<> il passo indietro che si farebbe a Pomigliano non permetterà un rincorsa in avanti. Sarà un passo indietro che completa la disfatta dei diritti e prelude ad un lungo periodo senza libertà e democrazia per i lavoratori italiani.
Appoggiamo con tuttte la nostre forze quanti Fiom e sindacalismo di base si oppongono alla perdita dei diritti. Resistere nei posti di lavoro é altrettanto importante che resistere alle leggi bavaglio. Perché la libertà é indivisibile.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
http://www.spazioamico.it
http://www.loccidentale.it/articolo/fiat.+veltroni%3A+%22su+pomigliano+accordo+duro+ma+inevitabile%22.0092224
http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=746580&lang=it
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Alfredo
17 giugno 2010 at 15:41
Tanto l’unica verità è che noi di sinistra dobbiamo fare a gara a dimostrare all’altro chi è più comunista e chi meno senza cercare di guardare le cose da un punto vista obiettivo. A 18 anni uno può permettersi di sognare. Dopo qualche anno capisci che i sogni restano tali e i conti li fai con la realtà. E quando il mondo reale è globalizzato come lo è oggi con questa realtà devi fare i conti e scendere a patti. Questo non vuol dire rinnegare i propri ideali e non preclude di continuare a lottare per un mondo migliore.
Non impazzisco per uolter e ne tanto meno per Bersani ma sono sicuro che se ci fossero stati loro al governo di sicuro avremmo avuto un accordo un po’ diverso anche se cmq penalizzante.
francesco saverio
17 giugno 2010 at 14:29
Il Signor Cafeo, che può fare a meno di gente come il sottoscritto, sol perchè cerca di comprendere le esigenze di una industria stritolata dalla concorrenza internazionale “votata” al ribasso, con la Cina dietro l’angolo, vuol dire che non ha capito nulla insieme ai numerosi suoi amici. Nella storia, come ci insegna il Vico, ci sono corsi e ricorsi. Tanto di rispetto per lo Statuto dei Lavoratori, ma i tempi sono cambiati.Oggi c’è tanto “operaismo intellettuale” di cui i sindacati non ne vogliono prendere atto, una internalizzazione di servizi pubblici con la complicità dello Stato, che vuol dire esattamente sfruttamento, perchè non ci sono piu’ i soldi per mantenere netturbini a spese dei Comuni, autisti di aziende di trasporto cittadine a spese dei municipi, dopo lo sciacqua e spandi degli anni 70/80/90,a meno che non vogliamo ricorrere sempre e comunque al gioco delle tre carte delle società miste, come è costume ultimamente agire, con il loro mare di consulenze che tanto spreco di denaro pubblico hanno arrecato al nostro Paese già al secco da tempo. Ed in queste manovre la sinistra, almeno quella vecchio stampo si è sempre contraddistinta, il che ci ha portato alla fine a cantare il de ptofundis per la sanità e per tanti altri servizi utili alla collettività. Si è dilatato “il pubblico” a dismisura, sicchè ad esempio nella scuola abbiamo i bidelli, detto da alcuni di loro, che un tempo facevano le pulizie nelle scuole, non fare oggi piu’ niente se non gli anonimi “passacarte”, mentre le pulizie sono state appaltate ad aziende private che giocano da sempre al ribasso, ponendo gli uni contro gli altri, i garantiti contro i peones di turno. Ecco queste situazioni, volute dalla cosiddetta sinistra di strada, che tanti passi avanti ha fatto fare a numerosi pubblici dipendenti( sic!), ci debbono far riflettere. Una meno ortodossia tout court a difesa di posizioni ideologiche “scontate” per andare a contarsi a chi è piu’ a sinistra del compagno della porta accanto, è perfettamente inutile. Oggi, da quanto mi pare di aver ascoltato alla radio, un accordo è stato firmato tra la Fiat e le altre sigle sindacali, esclusa la Fiom.
Un accordo che sancisce anche condizioni di lavoro “dure” per quanto si voglia, accanto ai tanti garantiti nel pubblico impiego e mai limitati nei loro privilegi, e a fronte di precari, co-co-pro, lavoro interinale, a progetto e quant’altro, dovrebbe rallegrare ogni cittadino capace di intendere e di volere.Posizioni precostituite sono infantli, e poi scusate se mi ripeto, il sottoscritto ha sempre avuto sul naso i predicatori a buon mercato nel vuoto, i nulla facenti, i politicanti di professione che non conoscono quanto costi un chilo di pane, come altrettanto i cosiddetti sindacalisti a tempo pieno, rintanati nei loro uffici in tante altre faccende affaccendati, ma certamente con i permessi a go- go di cui godono, sempre pochissimo o mai affacendati a lavorare sul loro posto di lavoro. Poi se il nostro Niki vuol dare un esempio di coerenza, auto riducendosi concretamente il suo lauto compenso come amministratore della regione Puglia, non farebbe nulla di male.
ahp68
17 giugno 2010 at 13:27
ma marchionne non era l’illuminato imprenditore alfiere di un nuovo modo di fare intrapresa tanto lodato da fausto bertinotti? Ma una parola di autocritica da queste persone che hanno distrutto l’ultima Idea di Comunismo in italia mai proprio mai?
oggi indovinate ci si mette pure uolter “ma anche” veltroni a dire che “è un accordo duro e inevitabile e che non ci sono ricatti da parte della fiat” (vedere intervista su repubblica). al solito la sua parola d’ordine – a cui è secondo solo il termine “riformismo” – è “innovazione” : che come tutte le cose che escono da quella mente geniale non significa nulla.
e vendola mi ricorda troppo veltroni con i suoi discorsi, i suoi voli pindarici, le sue metafore che danno fastidio al capitale come le formiche a un caterpillar…
ora scopre che “libertà” da sola senza “uguaglianza” porta il mostro neoliberista a distruggere tutto nella sua corsa, trascinando il mondo verso il precipizio. benvenuto!
gli operai della fiom si che fanno paura, infatti si cerca di stroncarli con tutti i mezzi – anche e soprattutto quelli mediatici – altro che questi post-tutto senza memoria.
oggi più che mai socialismo o barbarie.
Domenico Bilotti
17 giugno 2010 at 12:32
Il tema di uno sfruttamento del lavoro al di fuori degli strumenti di rivendicazione giuridica del lavoro (lavoro in nero, lavoro precario, lavoro sottopagato) è effettivamente grave e su di esso poco dice l’intervento di Vendola, se non per astrazioni, teorie complessive del sistema di produzione, ecc.
Tuttavia non vorrei fare l’errore che spesso hanno fatto alcuni liberali e libertari: riconoscere come sia drammatica la condizione degli outsiders (la peggiore, la meno garantita, anzi: la non garantita) non significa non poter intervenire quando il danno economico -e non solo- si abbatterebbe sugli insiders.
La Sinistra, la Destra, il Centro… ogni espressione politica organizzata avrebbe da parlare degli uni e degli altri. Altrimenti non è politica: è produzione di consenso per coazione a ripetere.
Alfredo
17 giugno 2010 at 12:06
Cari compagni ho nel cuore i lavoratori di Pomigliano ma ho altresi nel cuore le centinaia di migliaia di lavoratori che, magari non sono operai, ma lavorano con dei contratti di lavoro indegni, stipendi ridicoli sopratutto se raffrontati a titoli di studio e professionalità, e con contributi che li porteranno ad avere pensioni da fame. Sinceramente ad oggi gli operai di Pomigliano non mi sembrano i soggetti più deboli e forse sono fortunati rispetto ad altri. La globalizzazione, così come è, ha indubbiamente reso più deboli i lavoratori dei settori industriali che, a causa delle possibilità da parte delle imprese multinazionali di delocalizzare, hanno perso quasi tutto il potere contrattuale conquistato con anni di lotte sindacali. Pur contestando la Fiat, e la sua proprietà (i discorsi da fare sarebbero molti), non si può però non comprendere che un ‘azienda per sopravivere un mercato globalizzato in questa direzione si deve muovere. Per questo ritengo che la FIOM, pur avendo buoni motivi, non ha gestito bene la trattativa. Io penso che vincere la battaglia a Pomigliano non serve nulla. La battaglia và combattuta a livello mondiale contro questo tipo di globalizzazione. Il mondo è cambiato, in un modo che non ci piace, ma dobbiamo farcene una ragione e forse dobbiamo indirizzare le nostre lotte su obiettivi un po’ più alti e con un pizzico di pragmatismo cedere qualcosa.
La gente non ci capisce più ed è difficile spiegare loro che la FIOM tra i motivi per cui non firma l’accordo è perché rifiuta le verifiche “Per contrastare forme anomale di assenteismo che si verifichino in occasione di particolari eventi non riconducibili a forme epidemiologiche,”quali in via esemplificativa ma non esaustiva, astensioni collettive dal lavoro, manifestazioni esterne…………………..” (riportato testualemnte). Provate a spiegarlo ai tanti che lavorano in nero campania ma anchre hai tanti co.co.pro o dipendenti di piccole aziende dove non si applica l’art. 18.
Sarò un pragmatico ma, probabilemente con un percorso diverso e magari con il sostegno delle altre sigle a mio avviso imbarazzanti, alla fine penso che l’accordo dovrà essere firmato.
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17 giugno 2010 at 10:41
ок ладно
marco
17 giugno 2010 at 10:03
Bella l’ idea di Mirko Lombardi, mi associo alla sua proposta di chiamare Solidarnosc un movimento o un tentativo di movimento di lotte europeo per il lavoro.Provero’ a proporla nei prossimi giorni, se avro’ un minimo di attenzione, incoraggiamento, da parte di qualcuno lo faro’ sapere.
mirko lombardi
17 giugno 2010 at 07:42
Tutte cose giuste, ci mancherebbe altro! Ma il punto politico non è nel peggioramento dei diritti e delle condizioni di lavoro, ma del perchè questo peggioramento sia possibile attuarlo (e magari con un consenso dei lavoratori). E non si gridi al ricatto perchè il ricatto esiste quando uno è ricattabile. E allora perchè uno è ricattabile fino al punto da condividere il peggioramento della propria condizione? Questa è la domanda clou. Io penso che lo sia perchè questa è la condizione per “fottere” gli operai polacchi portandogli via la Panda.
Mi viene voglia di stare con gli operai polacchi!!
Eppure di questa Europa della guerra tra poveri si dovrà pur cominciare a parlare sennò non si capisce la scaturigine della debolezza e dei ricatti. Nichi nel suo articolo neppure ne accenna e io penso che questo sia un limite di visuale.
Mirko Lombardi
PS……e se un movimento di ripresa di lotte del lavoro europee lo chiamassimo SOLIDARNOSC ?
giancarlo
17 giugno 2010 at 07:19
caro Nichi
purtroppo avete ragione tutti voi we cioà la Fiat che deve adeguarsi al mercato e la Fiom che vede morire i diritti dei lavoratori.
La questione di fondo è invece che che il pesce puzza dalla testa perchè se un reddito di 1200 euro costa all’imprenditore 2700 euro è ininfluente comprimere il solo il reddito del lavoratore ma bisognerebbe armonizzare tutti i ns costi spropositati ed oggi insostenibili della politica e dei politici a quelli europei : mi dispiace che nessuno utilizza una logica a 360 gradi ma solo quella allarmistica.
Un cordiale saluto da
G.S.
Domenico Bilotti
16 giugno 2010 at 22:45
Mi sono sempre detto che una sinistra troppo pigra e asfittica sulle questioni sociali non avrebbe mai potuto avere autorevolezza neanche per parlare di diritti civili. Forse, da questo punto di vista, le parole di Vendola mi suonano tardive. Tardive e, tuttavia, opportune. Sperando che sortiscano effetti.
marco
16 giugno 2010 at 22:09
Penso che sulla questione di Pomigliano si debba rimettere insieme tutti quelli che non accettano “il ricatto” e lo sfruttamento selvaggio garantito dal sindacato (sfruttamenti selvaggi in Italia ne esistono moltissimi ma almeno non hanno l’ avvallo del sindacato e un giudice puo’ farli pagare a chi ne approfitta). Tutto questo al di la delle diverse posizioni avute negli anni passati e delle differenze di adesso; non credo pero’ che sara’ il centrosinistra a fare questo, ma una sinistra che partendo da tanti piccoli gruppi riaggreghi strati sociali consistenti.
Il bipolarismo e’ finito e se continuera’ sara’ completamente privo di senso e anche di credibilita’.
claudia raho
16 giugno 2010 at 15:39
‘Così tagliano la vita, la memoria, il futuro. In quel taglio si gioca tutto il senso persino antropologico, oltre che sociale ed economico, della destra. Reagire, disarmarli, non lasciare soli gli operai: questo è il senso minimo (il sentimento minimo, la decenza minima) di ciò che chiamiamo sinistra.’…
benissimo, però facciamola questa sinistra!
claudia raho
tonino cafeo
16 giugno 2010 at 14:35
Qualche volta ho temuto che la nostra avventura politica potesse portarci ad imitare malamente il PD dell’”equivicinanza” fra capitale e lavoro. Le chiarissime parole di Nichi su Pomigliano mi confortano non poco. Non c’è Sinistra senza lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’ uomo.
Di quelli come il sig. “Francesco Saverio” pronti sempre a lagnarsi per lo stipendio dei politici e altrettanto ad applaudire la reintroduzione della schiavitù ne facciamo volentieri a meno.
francesco saverio
16 giugno 2010 at 12:06
Solo paleocomunismo che vede a buon ragione la sola CGIL isolata a sostenere lo scatafascio della fabbrica di Pomigliano D’arco. Certo queste posizioni dell’industriale Niki, “proprietario” di fabbriche virtuali, lo collocano in un quadro di anacronismo storico ormai superato, anni 70, facendo fare un bel passo indietro alle sue aspirazioni di leader nazionale della nuova sinistra. A Pomigliano ci sono 5000 famiglie che hanno necesità urgente di sbarcare il lunario, oltre l’indotto. In un momento storico che vede il mondo occidentale sedersi un gradino piu’ giu’ rispetto a certe garanzie conquistate in passato, soprattutto nel settore economico, ( gli stipendi), il nostro
Niki dalla pancia piena ed il cervello ingolfato tipico di chi percepisce oltre 35000 euro al mese di stipendio come Governatore della Regione Puglia continua a raccontare balle.Non si stracci le vesti per conto terzi.
Dia il buon esempio, si autoriduca lo stipendio e finisca di piangere lacrime da coccodrillo, da gran poeta demagogo qual’è.
Giuseppe
16 giugno 2010 at 08:21
Bravo, Nichi che ha il coraggio di denunciare. Il nodo cruciale è proprio il sistema economico che si erge a totem nei confronti della dignità degli uomini, umiliata sia neglio ambiti della libertà che in quella del lavoro.
Solo un appunto: questo governo di destra si vanta di di non avere conflitto sociale non perchè si configura come para fascista, ma perchè la società dei consumi ci ha alienato e atomizzato. Pasolini in questo è stato un veggente e basterebbe rileggerlo per accorgersi delle sue illuminanti intuizioni.
Il fascismo come ben saprà anche Vendola sul piano sociale si propose il superamento del conflitto sociale. Non ci riuscì ma almeno poggiava su basi ideologichwe ben diverse dal disumano liberismo e comunque consegnò non pochi diritti ai lavoratori (assegni di famiglia, 40 ore settimanali, creazione di INPS e INAIL, etc.).
uid
16 giugno 2010 at 01:05
le parole di vendola esprimono la dolorosa consapevolezza del dissolversi di uno stato di diritto che soltanto le avanguardie intellettuali si sono illuse di costruire…ma a cui molti italiani non possono dare valore non comprendendone minimamente il significato…!!