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In tv, in letteratura e al cinema ritornano gli operai. Ma non sono più una classe

gli Altri Online Pubblicato da
il 10 giugno 2010.
Pubblicato in Cultura, gli Altri, Lavoro.

di Luca Sappino

Di certo, c’è solo che non hanno mai smesso di esistere. Anche se loro, gli operai, per almeno un decennio sono come scomparsi, sono andati fuori fuoco. Non ne parlava la politica – figurarsi – e ne parlava poco persino la letteratura, l’inchiesta, fosse anche puramente narrativa.
Oggi però, per merito o per colpa della crisi, senza dubbio, stanno tornando a galla. Tornano i caschi, prepotentemente, illuminati di colpo dalle luci della ribalta. I caschi battuti per terra sotto Montecitorio, un frastuono per svegliare i potenti e dire «eccoci, siamo noi». Un riflettore impietoso che li rimette al centro di una scena troppo spoglia. Macerie tutte attorno, perlopiù. Fabbriche che chiudono e un mondo che cambia troppo in fretta, spesso senza ragione. Noi riconosciamo il casco, la tuta e gli slogan. Anche le facce, con i segni della stessa fatica, in fondo, ci sono familiari, rientrano nel nostro immaginario. Sempre uguali sono i turni, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, e dalle 22 alle 6, giro concluso. Lavorano come prima anche se sono meno di un tempo. Non sono pochi comunque, sono sempre sette milioni. Eppure, la sensazione è che, nel pronunciare questa parola che suona così antica – “operaio, operaio, operaio” – il senso sia mutato, ci sia sfuggito. Spesso si parla di operai solo per parlare di crisi, solo come parti in causa di questa o quella vertenza. Parliamo giustamente del perché quei caschi vengono battuti sul selciato. E di questo però ci accontentiamo, senza chiederci chi sono, oggi, gli operai. Come sono cambiati sotto quelle tute? Cosa hanno dentro la testa protetta (solo alle volte, purtroppo) dagli elmetti? Può un giovane oggi dire «sono un operaio» o dirà solo «faccio l’operaio»? Se un’identità del mestiere c’è ancora, questa è comunque sicuramente cambiata. Cambiata tanto da stimolare, finalmente, nuove ricerche. Ricerche tutte narrative – in realtà – perché la politica, e la sinistra, sono in tutt’altre faccende affaccendate.
Ma chi sono oggi gli operai? Operaio è Cristian, 30 anni, di cui 15 passati a lavorare. La scuola professionale lasciata molto presto, l’educazione completata in fabbrica, imparando un mestiere, guidato dal capo officina. A 26 anni ha comprato casa, «il lavoro – dice – mi permette di cavarmela da solo». Nel tempo libero, d’inverno scia, con la bella stagione va in moto. La sua passione. Casco integrale e giacca bianchi, tirati a lucido, in contrasto con la tuta da lavoro, sempre sporca anche se l’officina non è più il regno incontrastato del grasso e degli oli che macchiano indelebilmente pelle e vestiti. Con gli stranieri non ha un buon rapporto, «nella mia vita ho incontrato solo vagabondi», ma sono comunque meglio dei sindacati, con questa «fissa assurda» che gli operai siano tutti uguali. Non ha mai messo un piede fuori dal paese, pochi oltre i confini di Pesaro, la sua città. D’estate va con la morosa in Romagna, ma sogna Dubai, per i grattacieli e lo snowpark nel deserto. La Cina non lo preoccupa più, anche se il primo lavoro l’ha perso così, con la sua produzione spostata dove costava meno. Oggi teme i paesi dell’Est. Cristian, comunque, è un operaio soddisfatto, è ancora giovane e dice di godersi la vita. Questo basta.
Operaia è anche Maria. Una delle donne operaie d’Italia, una su oltre un milione e mezzo. Non si lamenta, ma non è contenta. Sogna di aprire una palestra, di fare l’insegnante di ginnastica artistica. Ma ammette di essere «una sognatrice con i piedi per terra». Ben saldi, ancorati alla vita reale, ai 33 anni e alle 3 figlie. Fa l’operaia da pochi anni, senza aver scelto nulla, per pura necessità. Le ambizioni scambiate con la sicurezza. Ha lasciato Napoli dopo la separazione e si è messa a fare le pulizie ed altri lavori occasionali. Però, per far fronte alle spese, serve un’entrata fissa e la fabbrica è – ancora – il posto giusto. Di rimpianti ne ha tanti, ma «ormai – dice – devo essere quello che sono, l’operaio punto e basta». Senza troppi problemi ammette che, tra colleghi, è «la solidarietà che sostituisce la lotta di classe, perché ci si aiuta sì, ma poi ognuno pensa a se stesso». D’altronde sola, con l’affitto e tre bambine, si può capire anche il perché. Chi racconta queste storie? Mtv, quella che dovrebbe essere la tv tutta musica e tempo libero, e che invece – per fortuna – ha deciso di raccontare il paese, anche attraverso il lavoro.
E operai sono i protagonisti di Acciaio, il successo di Silvia Avallone, un libro bellissimo edito Rizzoli. Operai della Lucchini di Piombino. Una fabbrica con vista Paradiso, l’Isola d’Elba, dove gli operai ancora si spaccano la schiena nelle cokerie. Giovani operai molto diversi dai padri. Si drogano, ad esempio, si indebitano e vogliono apparire. Comprano macchine di lusso, pur abitando ancora in squallidi ma rassicuranti palazzoni popolari. I palazzi di via Stalingrado, vista mare, nel cuore di una periferia dalla toponomastica che non dice più nulla dei suoi abitanti. Avallone racconta di operai che sventolano le bandiere della Fiom solo quando ci scappa il morto, come gesto di rabbia, e che, per il resto, votano Berlusconi, perché quelli di sinistra – come dice uno dei protagonisti – sono «bavosi sfigati». Nel 2001, alle politiche, gli operai di Acciaio votano Forza Italia, «perché le belle parole (della sinistra) non servono a niente».
È l’Italia che si sarebbe ben presto scoperta il paese dei centri commerciali. Dove serve apparire, e per apparire bisogna comprare, comprare molto. O troppo, se sei un operaio. Come il protagonista di La nostra vita, il film di Daniele Luchetti. Quel bel film col premiato Elio Germano nei panni di Claudio, operaio edile che nel mestiere ci sta stretto e vuole fare il salto, che si inventa imprenditore, per rivalsa verso la vita e per dare tutto ai suoi bambini, orfani di madre. E compra Claudio, compra per i suoi figli, tutto quello che può – e anche quello che non potrebbe – nelle cattedrali commerciali delle nuove periferie romane.
Definire chi sono oggi gli operai non è facile, e probabilmente non bastano tre racconti parziali. Di certo c’è che non hanno mai smesso di esistere e che sono cambiati e che lo hanno fatto seguendo perfettamente l’evoluzione di tutto il paese, della televisione, delle città, di come le abbiamo costruite. Sono cambiati seguendo il tracciato dell’individualismo, tanto – temo – da non essere più classe. Gli “operai” di questi racconti escono come uomini e donne che fanno lo stesso lavoro, punto e basta. Persone che condividono la fabbrica, i palazzi e i turni. Ma diventano comunità per la somiglianza dei loro sogni individuali piuttosto che per la facilità con cui continuano a morire, magari schiacciati da un caterpillar, come in Acciaio, o precipitati nel vano dell’ascensore, come ne La nostra vita. Gli operai sembrano oggi una comunità in cui i sogni e i modelli offerti dalla tv e dal centro commerciale, contano più della realtà quotidiana di una professione. E la realtà torna a fare “classe” solo quando mette tutti, i singoli, in pericolo. Quando è una realtà fatta di crisi, una realtà che spezza i sogni.

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5 Responses to In tv, in letteratura e al cinema ritornano gli operai. Ma non sono più una classe

  1. Ariel 54

    30 luglio 2010 at 13:58

    Per me gli operai, visti da un bar da bambina, erano dei veri lavoratori e delle brave persone. Oggi,nonostante producano il poco che l’Italia produce, non godono di nessuna considerazione sociale al pari degli agricoltori che vengono trattati malissimo senza che nessuno li difenda e li valorizzi.
    D’altra parte la delocalizzazione delle attività produttive farà il resto: una scomparsa effetttiva degli operai e dell’indotto. A cosa serve l’apparato burocratico senza attività produttive? Chi pagherà gli stipendi della pubblica mministrazione?
    I palzzinari? Mi chiedo a chi venderanno le case se molto pochi potranno comprarle. Vedo nerissimo!

  2. antonio fraddosio

    21 giugno 2010 at 14:53

    occupatevi anche di cultura , letteratura , arte , musica , poesia , cinema e teatro, senza cultura non si va da nessuna parte. Il settimanale mi piace nei modi in cui è nato e condivido spesso i contenuti .

  3. Pingback: In tv, in letteratura e al cinema ritornano gli operai. Ma non …

  4. Domenico Bilotti

    11 giugno 2010 at 14:13

    Il tema della crisi di un’unità di coscienza operaia mi sembra innegabile, ma non ritengo sia necessariamente negativo, specie se si considera che ragionare per blocchi significa rendere quei blocchi più asservibili alle contingenze del momento.
    Mi pare indiscutibile che la diversificazione delle strutture produttive non solo abbia probabilmente spinto a favore di una diminuzione delle tutele gius-lavoristiche, ma anche e soprattutto ritengo abbia giocato a danno di una rappresentazione comune ed in comune degli interessi degli sfruttati, sempre più difficile da essere raggiunta.

  5. Rosetta Savelli

    11 giugno 2010 at 13:47

    ” Istruitevi perchè avremo bisogno di tutte le vostre intelligenze ! “.
    Così scriveva ed anche sollecitava Antonio Gramsci nelle sue
    ” Lettere dal carcere”.
    E qui è racchiuso il flucro di tutto, di tutto quello che non c’è più,
    di tutto quello che si è perso e di tutto quello che ancora si deve
    raggiungere e conquistare. Anche nella classe operaria, semmai
    questa definizione e circoscrizione avesse ancora una propria
    collocazione e motivazione nella frenetica e caotica evoluzione
    dei tempi moderni.
    Si potrebbe concludere che se per la classe operaia non c’ è più posto
    in Terra, allora che se vada in Paradiso! No, neppure là c’ è più posto!
    Ma la certezza inossidabile che rimane, anche nella frenetica e caotica evoluzione dei tempi moderni è quella che:
    ” Siamo tutti precari in questa nostra vita “. Ciao Rosetta