di Pietro Greco
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha mostrato una prudente diffidenza e ha chiesto al suo Comitato per la bioetica che entro sei mesi elabori un rapporto dettagliato sulle opportunità e i rischi connessi all’inedita impresa.
Il presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), cardinale Angelo Bagnasco, ha mostrato, al contrario, un prudente entusiasmo, definendola un segno dell’intelligenza umana. Reazioni contrastanti e per certi versi inattese dunque, sull’annuncio pubblicato da Science che il genetista americano Craig Venter, il premio Nobel per la medicina Hamilton Smith e un gruppo di loro collaboratori hanno portato a termine la «creazione di una cellula batterica controllata da un genoma sintetizzato chimicamente». Che i media – questa volta non solo quelli italiani, ma di tutto il mondo – hanno ribattezzato forse con troppa fretta «vita artificiale». Tanto clamore è ben fondato? Tanti entusiasmi e diffidenze sono giustificati?
Senza nulla togliere all’impresa tecnica dei ricercatori del Craig Venter Institute di Rockville, Stati Uniti, forse l’enfasi è stata eccessiva. Per tre motivi: perché la notizia non giunge improvvisa come un fulmine a ciel sereno; perché non si può parlare in alcun modo né di “vita” artificiale né di “creazione”; perché le applicazioni pratiche dell’impresa, nel bene come nel male, restano ancora tutte da definire. Craig Venter è un grande comunicatore. Sa quanto sia decisivo – per il suo speciale doppio lavoro di scienziato e di imprenditore – saper catturare l’attenzione del grande pubblico ammansendo e utilizzando i media. Cosicché non è la prima volta che parla – con la sapienza mediatica – di “creazione” e di “vita artificiale”. Quella annunciata su Science non è la prima, ma la terza fase di un progetto avviato (e annunciato) da qualche anno e ancora molto lontano dai suoi obiettivi finali: la “vita artificiale” e la sua concreta applicazione.
Quello che in questa terza fase del programma Craig Venter, Hamilton Smith e i loro collaboratori hanno realizzato è, più modestamente, la cellula di un batterio le cui componenti esistono già in natura e che è controllata da un genoma, sintetizzato sì in laboratorio, ma che è la copia perfetta, con lievi modifiche, di un genoma anch’esso già esistente in natura, quello del batterio Mycoplasma mycoides.
Si tratta, in definitiva, del terzo passaggio logico, atteso e più volte annunciato, di un lungo processo il cui obiettivo realistico a breve e a medio termine non è la “vita artificiale”, ma piuttosto il “controllo artificiale della vita”.
Come molti genetisti hanno notato questo terzo passaggio logico realizzato a Rockville costituisce un buon progresso tecnologico. Ma il suo valore scientifico intrinseco non rappresenta in alcun modo una svolta. Non fosse altro perché ciascuna delle operazioni – sintetizzare il Dna o parti di esso in maniera efficiente; trasferirlo sempre in maniera efficiente in un ambiente cellulare – sono già state realizzate e anche da svariati anni.
Ma per capire meglio cosa hanno fatto i ricercatori del Craig Venter Institute di Rockville conviene risalire nel tempo di una decina di anni. Dopo aver sequenziato, nell’anno 2000, l’intero genoma umano con una tecnica veloce di sua invenzione e in aperta competizione con un consorzio pubblico internazionale, lo scienziato-imprenditore Craig Venter ha lasciato la società privata che aveva fondato – la Celera Genomics – e ha creato un istituto che porta il suo nome con lo specifico obiettivo di lavorare alla synthetic biology, la biologia di sintesi. Realizzeremo, annunciò Venter con la nota sapienza mediatica, il Mycoplasma laboratorium: un organismo vivente molto semplice, realizzato appunto in laboratorio. Per riuscire nell’ambizioso programma Venter ha chiamato ad aiutarlo un genetista molto capace, il premio Nobel per la medicina Hamilton Smith. Ma il nome dell’organismo immaginato già indicava chiaramente sia il punto di partenza sia i limiti del punto di arrivo.
Il punto di partenza della nuova impresa era il Mycoplasma mycoides, un microbo già esistente in natura con un Dna di circa un milione di basi: tremila volte più piccolo, per intenderci, del genoma umano. Il primo passo del gruppo è consistito non nel creare il nuovo Dna del futuribile Mycoplasma laboratorium, ma nel riuscire a ricostruire in laboratorio, copiandolo in maniera sufficientemente fedele, il Dna del Mycoplasma mycoides. I biologi molecolari e i chimici sanno da decenni sezionare il Dna e ricostruire in laboratorio singole parti, a partire dalle unità di base. La prima impresa di Venter e collaboratori è essere riusciti a ricopiare un intero genoma. Una buona performance, ma nulla di concettualmente nuovo.
D’altra parte il Dna è solo il “programma di controllo” di un organismo vivente: non è un organismo vivente. Per avere un organismo vivente occorre un vasto ambiente cellulare che accoglie il Dna ed è disponibile ad interagire in maniera finemente coordinata col genoma estraneo.
Il secondo passo del programma di Venter (e di Smith) è stato, dunque, quello di dimostrare che un genoma estraneo, se ben sintonizzato, può operare in un ambiente cellulare ospite e formare un ibrido vivente. Per fare questo un paio di anni fa Venter e Smith hanno estratto il Dna di un normale Mycoplasma mycoides e lo hanno inserito nel citoplasma di un altro batterio, il Mycoplasma capricolum privato del suo Dna. A quanto pare ci sono riusciti. Nulla di nuovo anche in questo caso. Nella cosiddetta clonazione con trasferimento di nucleo (quella da cui è nata la pecora Dolly, per intenderci) è proprio questo che si fa; anche se con cellule eucaristiche, caratterizzate dall’avere il Dna chiuso in un nucleo separato da una membrana dal citoplasma e non, come nei batteri, dove il Dna non è separato dal citoplasma.
Il terzo stadio logico del processo è stato quello di dimostrare che non solo il Dna naturale, ma anche la copia sintetizzata in laboratorio del Dna del Mycoplasma mycoides, se ben sintonizzata, funziona nell’accogliente citoplasma del Mycoplasma capricolum. Ora sappiamo che si può fare. Ed è quello che Venter e Smith hanno annunciato nell’articolo pubblicato ieri su Science.
Di “vita artificiale” non c’è praticamente nulla. C’è invece molto di controllo abile del “già vivente”. E c’è la capacità tecnica – che non è davvero poco dal punto di vista biochimico – di assemblare pezzi in laboratorio e ottenere copie perfette di un Dna naturale che può controllare l’ambiente cellulare di un altro batterio, leggermente diverso. Dove ci porterà questo indubbio progresso tecnico? Difficile dirlo. Esso certo si inserisce in quel vasto ambito scientifico e biotecnologico che chiamiamo “ingegneria genetica” e che da alcuni decenni consente di agire a livello cellulare e, appunto, di ottenere ogm: organismi geneticamente modificati. Gli ogm hanno vasta applicazione, sia in ambito biomedico che in ambito agrario (di meno, per ora, in ambito zoologico).
Altro è, invece il discorso sull’obiettivo più ambizioso: realizzare un’autentica vita artificiale, se per vita artificiale intendiamo un genoma e un ambiente cellulare che non esistono in natura e interamente progettati dall’uomo. Siamo ancora molto lontani da una simile capacità. Sappiamo copiare uno e più geni. Ma non sappiamo progettarne uno nuovo, capace di codificare per una proteina che non esiste in natura. Men che meno siamo capaci di progettare e realizzare un intero genoma che non esiste in natura. Forse un giorno lo saremo. Ma di traguardi simili a quelli tagliati ieri da Venter e Smith dovremo raggiungerne molti e molti ancora.
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