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Il liberismo vuole soltanto salvare se stesso, e per farlo ha in mente una sola strada: incattivirsi e peggiorarsi

Alfonso Gianni Pubblicato da
il 29 maggio 2010.
Pubblicato in Economia, gli Altri.

Nel corso della settimana si è sviluppato, sulla stampa italiana e internazionale, un intenso dibattito attorno alle sorti dello stato sociale in Europa, in altre parole quello che è stato chiamato il modello sociale europeo.

L’occasione è tutt’altro che peregrina. Infatti deriva dalle conseguenze che la Ue si appresta a tirare per i paesi membri dopo le decisioni assunte per cercare di evitare il default della Grecia, il crollo dell’euro e probabilmente anche l’implosione della stessa unità europea così come fin qui la abbiamo conosciuta. Naturalmente nessuno dei tre pericoli è evitato del tutto. I commenti più favorevoli al piano di 750 miliardi messo a punto da Ecofin sono concordi nel dire che al massimo si è guadagnato tempo. Per ora la Grecia non va in default, ma non è detto che quanto è stato fatto basti. Nouriel Roubini, Mr. Doom, quindi uno che di solito ci prende quando prevede il peggio, mette in conto la necessità comunque di arrivare a una ristrutturazione del debito greco, in sostanza un default pilotato con atterraggio più dolce. Paul Volker, l’autorevole banchiere e consigliere di Obama, ci ha messo un carico da novanta ed ha parlato di un imminente fallimento dell’euro, profezia evidentemente molto interessata sull’altare della competizione mondiale fra dollaro, euro e yuan, che costituisce uno dei motivi conduttori dell’attuale crisi economica mondiale.

Quanto all’unità europea sono aumentati coloro che la pensano a due o tre velocità, o chi ritiene che alla Germania converrebbe addirittura uscire dall’euro.
Il tema della rinazionalizzazione della finanza e della politica fa capolino persino a sinistra, almeno a quanto si legge su un autorevole organo del pensiero alternativo come Le monde diplomatique. In casa nostra è stato il Corriere della Sera a prendere l’iniziativa con gli editoriali di Pietro Ostellino, di Angelo Panebianco, di Maurizio Ferrera e di Mario Monti cui ha fatto da controcanto la frizzante polemica tra Rino Formica e Giuliano Ferrara.

La cosa curiosa – si fa per dire – è che tutta questa discussione parte da una premessa analitica alquanto imprecisa, per non dire peggio, contenuta in una citazione dell’autorevole Washington Post, secondo il quale oggi «l’eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta, ha i giorni contati». Che la Commissione europea intenda costringere gli stati membri a una politica di ancora maggiore rigore è fuori di dubbio; come lo è il fatto che questa porterà ad un pesante ridimensionamento della spesa sociale e quindi a un colpo inferto allo stato sociale.

In altre parole il passaggio da un’unione puramente monetaria a una che muove verso un coordinamento delle politiche economiche e fiscali – addirittura si parla di una finanziaria europea – avviene sotto l’egida della destra incarnata da Angela Merckel, che in questo modo spinge verso una Europa tedesca più che in direzione di una Germania europea, avendo nel mirino soprattutto i paesi mediterranei in quanto tali, più che il colore politico dei loro governi.

Ma con tutto ciò non si può dimenticare che la distruzione del modello sociale europeo, del welfare state, è cominciata ben prima di questa primavera. Lo smantellamento dello stato sociale non è quindi la conseguenza della crisi e delle misure adottate per contenerla, ma, al contrario, ne è una delle cause principali. Se infatti si evita di attribuire le responsabilità della più grande crisi economica mondiale dal ’29 in poi solamente alla finanza e ai suoi innati comportamenti predatori – che certamente ci sono, vistosi e abbondanti, con tratti di esplicita criminalità – ma si risale alle cause di fondo che si annidano nel modello di sviluppo capitalistico impostosi a livello mondiale con la svolta neoliberista degli anni ottanta del secolo scorso, si può agevolmente vedere che la mancanza di stato sociale nel modello americano e la sua progressiva distruzione in quello europeo hanno favorito l’indebitamento delle famiglie e delle persone, peggiorato le condizioni reali di reddito e di vita delle popolazioni, impoverito il tessuto economico e produttivo.

Riduzione delle retribuzioni reali, precarizzazione del lavoro, smantellamento dello stato sociale sono i tre elementi che hanno caratterizzato le politiche economico sociali delle classi dirigenti che hanno assunto il neoliberismo come unica guida nei loro comportamenti. D’altro canto ciò era esplicito anche nei manifesti teorici e propagandistici del neoliberismo. L’attacco allo stato sociale era ben esplicitato nel manifesto di Mont Pelerin del 1947 con il quale un gruppo di famosi economisti, fra i quali Friedman, Hayek, Von Mises e filosofi, come Popper, ponevano le basi di quel movimento di pensiero che avrebbe trionfato trent’anni dopo, con Reagan e con la Thatcer. L’Inghilterra e l’Italia sono i due paesi che, nel corso degli anni Novanta in particolare, hanno registrato il più grande volume di privatizzazioni, dismettendo comparti interi di stato sociale e di intervento pubblico nell’economia. Tutto ciò non è avvenuto sull’onda di una crisi specifica – e ce ne sono state parecchie a partire da quella del ‘72/’73, dal momento che , come diceva un grande storico, il capitalismo altro non è che un sistema che passa da una crisi all’altra – , ma come reazione all’esaurirsi di quella grande fase storica di crescita economica – l’età dell’oro del capitalismo – e del compromesso socialdemocratico che l’aveva caratterizzata, che si basava non sulla buona volontà, ma sul dato materiale per cui il capitalismo crescendo sé stesso cresceva anche il suo antagonista, la classe operaia. Non fu la scarsità di risorse e neppure la crisi fiscale dello stato, come si insiste a dire travisando lo stesso O’Connor che ne scrisse negli anni Settanta, a determinare quella svolta, ma la necessità imperiosa, per chi voleva, pur nel cambiamento, salvaguardare il sistema, di liberare alla ennesima potenza la forza moltiplicatrice della finanza e contemporaneamente ridisegnare i rapporti di classe sia sul terreno economico che su quello politico.

Per liberare nuovi prati verdi per gli investimenti finanziari occorreva che ciò che era pubblico diventasse privato e che le incursioni del pubblico nella produzione dominata dal privato venissero del tutto eliminate, non si trattò solo di un problema di restaurazione della distribuzione diseguale della ricchezza prodotta. Non era semplicemente un modo di rimpolpare i tassi di profitto e la velocità della loro realizzazione attraverso un uso prevalente dei capitali in campo finanziario a scapito di quello direttamente produttivo. Era in gioco qualche cosa di più. In realtà lo stato sociale che, non dimentichiamolo, secondo Lord Beveridge andava di pari passo con la piena occupazione, non si limitava a soddisfare i bisogni vecchi e nuovi delle classi subalterne che nel frattempo la lotta di classe e democratica aveva codificato in diritti esigibili.

Esso è stato un formidabile fattore di sviluppo economico, grazie alla sua capacità di trasformare in nuova spesa la soddisfazione di quei diritti, configurando così, e non solo in potenza, un originale modo di produzione statuale a proprietà pubblica. É soprattutto di questo che il neoliberismo doveva fare piazza pulita. Ora si approfitterà della crisi greca per dare un nuovo scossone a ciò che resta di quel modello, ma scambiare la causa con l’effetto sarebbe un errore imperdonabile.

Non è quindi il ritorno alla nazionalizzazione della politica e della finanza che ci può salvare, né soltanto la riedizione dello stato sociale classico dove l’accesso ai diritti era dato – almeno nel caso italiano – dalla presenza nel mondo del lavoro. Nell’epoca del lavoro scarso il rapporto va esattamente rovesciato: è lo stato sociale , con un complesso di politiche che vanno dalla formazione permanente al reddito di base, che deve introdurre al lavoro. Poiché la distruzione dello stato sociale è tra le concause della crisi planetaria, la sua ricostruzione è elemento portante di un nuovo modello di sviluppo, basato non sulla merce, ove il valore di scambio fa agio su quello d’uso, ma sulla produzione di beni e di diritti, in cui il valore d’uso è non solo prevalente ma viene esaltato dalla dimensione collettiva del consumo stesso.

Ben si capisce allora il senso di questo dibattito, nel quale gli editorialisti del Corrierone fanno a gara per esaltare la migliore capacità di risposta dei partiti conservatori rispetto a quelli del socialismo della spesa (peraltro ci vuole molto pelo sullo stomaco per accusare i socialisti greci, per quanto male se ne possa pensare, di avere causato una catastrofe ereditata dal governo delle destre). Il punto che a loro preme è il rilancio del mercato e questo è anche l’oggetto del corposo rapporto Monti alla Commissione europea. Per farlo bisogna ridurre ciò che resta dello stato sociale a pura assistenza. In questo quadro ci può stare anche uno schema europeo di reddito minimo per le famiglie povere. Purchè l’essenziale del capitalismo venga salvato e sopravviva alla crisi. In una parola: la proprietà, quella privata si intende.

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2 Responses to Il liberismo vuole soltanto salvare se stesso, e per farlo ha in mente una sola strada: incattivirsi e peggiorarsi

  1. AMBRI

    3 giugno 2010 at 15:24

    Credo che l’articolo riassuma perfettamente lo stato delle cose attuali e credo che uscirne poi non sia così difficile perchè basterebbe cambiare propsettiva di pensiero, intendo dire che si guarda la crisi con l’occhio e l’ideologia del neoliberista non ne usciremo mai perchè quello che stà accadendo non è nient’altro quello che vogliono che accada ed è impossibile trovare una soluzione che non sia la continua privatizzazione della società e quindi il suo continuo deterorarsi a scapito di tanti e a favori di pochi.
    credo invece che sia molto semplice uscirne se si guarda l’attuale crisi come il frutto di una politica sbagliata e che per uscirne bisogna ribaltare totalmente le attuali impostazioni socio/economiche.
    Si tratta di invertire le priorità e cioè rimettere davati a tutto la società e non la produttività, parola questa usata molto spesso per avere l’opportunità di speculare sulla vita delle famiglie oneste.
    le possibilità ci sono e che non vogliono, il potere economico deve semplicemente essere ridimensionato e collocato all’interno di un modello comportamentale che tenga conto dell’ambiente, delle famiglie, della società, della ricerca e altri aspetti riconducibili ad una crescita cosidetta “intelligente”
    ciao a tutti

  2. francesco saverio

    29 maggio 2010 at 15:46

    IL FATTO E’ CHE O SI INDEBITA LO STATO, O SI INDEBITANO LE FAMIGLIE. PURTROPPO IN QUESTA EUROPA MONEITARISTA, DEI BANCHIERI, DI MAASTRICHT, OSTAGGIO DELLA CRIMINALITA’ INTERNAZIONALE DELLA SPECULAZIONE FINANZIARIA NON SI SALVERA’ PIU’NESSUNO, NE’ TANTO MENO LO STATO SOCIALE FIORE ALL’OCCHIELLO DELLE SOCIALDEMOCRAZIE EUROPEE. HANNO RAGIONE COLORO CHE SONO CONVINTI DELL’ESPLOSIONE DELL’EURO. LA MANCANZA DI VERA “UNITA’ POLITICA” CHE POTEVA RICERCARSI ANNO DOPO ANNO TRA I PAESI FONDATORI DEL MEC, L’ALLARGAMRNTO GENERALIZZATO DEL MERCATO DELL’EURO, SEGNANO INESORABILMENTE LA FINE DI UNA EUROPA NATA SENZA TESTA, QUELLA DELLA CONFORMAZIONE GEOPOLITICA A MONTE DELLA STESSA. ADDIO SOGNI DI GLORIA!