Con tutto il rispetto, ma Prodi no, Prodi abbasta. Parliamo sul serio di un nuovo leader
Il signor Angelo Rovati, già brasseur di Prodi nell’ultimo governo di centrosinistra, in un’intervista concessa pochi giorni fa a Aldo Cazzullo del «Corriere della Sera» dice che il Nostro sta tessendo la tela. Che, a dispetto di tutti, il Gran Bolognese non è mica finito, ma è sempre lì vivo e vegeto, pronto.
Il signor Angelo Rovati sembra il colonnello Feraud del racconto I duellanti di Conrad. Incapace, dopo aver seguito l’Imperatore in tutte le campagne vittoriose della Grande Armata, di tornare a una vita civile dopo Waterloo, da sconfitto nella Restaurazione, si incaponisce in un duello tutto suo.
È amareggiato il signor Rovati, per l’ostilità che è stata riservata alla recente proposta di Prodi di dare più potere di decisione ai segretari regionali nella scelta del leader del Pd e per la freddezza con cui è stata accolto, sempre dal Pd, il precedente grido di dolore con cui i bolognesi, dopo il disastro combinato da Delbono, lo invocavano per candidarsi a sindaco.
Il signor Rovati rievoca Marengo, Austerlitz, persino la campagna d’Egitto [«ha battuto tre volte Berlusconi, comprese le regionali del 1995»], e ci rassicura che lì a Sant’Elena il Nostro incontra marescialli di corpo d’armata, ussari, artiglieri – «capi di Stato e di governo di 53 paesi africani, più i rappresentanti di Cina, Usa e Ue, un vero pensatoio» – tutti pronti a riprendere bandiere e cavalli e partire alla carica.
Non sappiamo in verità cosa pensi il Nostro di tutto questo, della volata tirata dal gregario portaborraccia.
Sappiamo però alcune cose.
Sappiamo che Bersani all’ultima Assemblea nazionale, ha risposto in modo spiccio a Touadi che faceva le veci di un assente Veltroni e perorava l’essenza delle primarie. È la seconda volta, in tempi ravvicinati, che Bersani è tranchant sulle primarie, e anche la seconda volta che dice che questo non è il momento per scegliere un leader dell’opposizione. Magari non è detto che Bersani coltivi in petto l’ambizione di essere proprio lui il nuovo leader da contrapporre a Berlusconi, ma di certo non permetterà che siano le primarie a sceglierlo. L’esperienza pugliese è bastata e avanzata. Bersani, quindi, rimette le segreterie dei partiti al centro delle trattative.
Nel Pd non esiste una generazione di ricambio. Franceschini l’hanno già bruciato e sta nell’angolo a fare la composta minoranza, Enrico Letta fa master e stage da ministro di qualcosa in attesa che finalmente vada bene. Quelli un po’ prima, come Chiamparino, sono rimasti incartati nel «territorio», e quelli un po’ dopo, come Matteo Renzi, sul «territorio» si vanno costruendo le ossa. Gira e rigira sempre lì perciò si torna, ai maggiorenti del partito.
Ma sappiamo anche che De Benedetti è andato giù pesante sui maggiorenti del Pd, a cominciare da D’Alema e Veltroni e non risparmiando neppure Bersani [«un buon ministro ma inadeguato come leader»]. L’attacco di De Benedetti si muove, curiosamente, su uno dei leitmotiv di Berlusconi: questi qui della politica non hanno mai lavorato. Ma se è difficile credere che De Benedetti voglia sbrigare la pratica in proprio, è fuori dalla grazia di dio pensare che si possa forzare la scelta del leader dell’opposizione andando contro «la Repubblica».
Un «imprenditore» – uno che ha lavorato e ha pure fatto il politico – da contrapporre a Berlusconi il Pd ce l’aveva, ed era Renato Soru, il boss di Tiscali e ex governatore della Sardegna: prima l’ha incaprettato una parte del Pd e poi Berlusconi gli ha dato il colpo di grazia. De Benedetti tira la volata a Soru? Mmmm. Finora, chi ha preso sberle elettorali da Berlusconi rimane segnato, suonato a vita. A Montezemolo? Mmmm. Forse sta facendo la voce grossa per ricordare a tutti la sua opzione di golden share, intanto sgombrando il campo da ciò che non gli è gradito.
Qualunque possa essere il giudizio sulla sortita dell’Ingegnere, l’effetto immediato che ha avuto – e la cosa dà subito il carattere dell’“impresa” – è stato di mettere a tacere le differenze interne del Pd: da Fioroni a Marino, da Marini a Franceschini all’Assemblea nazionale di Roma è stato tutto un «basta con le polemiche, va tutto bene». È già un risultato.
Il dottor Di Pietro sa di non poter essere lui l’uomo dell’alternativa a breve e in questa misura c’è una notevole consapevolezza dell’uomo. Sa pure di non avere un nome da esprimere pescando nel suo entourage, ma ciò che gli preme soprattutto è di non appoggiare qualcuno indigeribile da quel rumoroso e indignato «popolo» che lo sostiene e che funge da «guardiano della pubblica moralità». Sarà per questo che, unico tra i segretari di partito, ha posto da tempo la questione di trovare il nome per il leader dell’opposizione.
Con Rutelli e la sua Api per ora «non si vola» e avrà la bontà di stare in lista d’attesa per tener conto della loro voce. Infine, è nel regno dell’imperscrutabilità che cosa farà Casini al momento opportuno, Udc o partito della Nazione che sia, ma tra i suoi giovani cui fare largo non c’è certo nessuno dallo spessore di leader nazionale. Casini, di suo, sta puntando alto.
Il «ragionamento» del signor Rovati – «Se passa il presidenzialismo chi mai può mettere in campo il Pd se non Prodi?» – fila perciò come un treno.
Su un binario morto.
Io mi ripeto: il momento per individuare il ticket vincente dell’opposizione è adesso, perché la squadra va costruita e ci vuole tempo; individuare il ticket vincente è l’unica carta che l’opposizione può giocare per accelerare le elezioni, un regime si scolla tanto più quando si fa avanti un’alternativa credibile; per l’opposizione – ampia – occorre un «esterno» che sia in grado di tenerla insieme, un «tecnico», come si dice nel gergo brutto della politica; serve un uomo di profilo alto, istituzionale, che sia di garanzia della svolta italiana a livello internazionale, che ci ridia quel credito di cui si abbisogna; ma occorre anche un programma sociale, che alle garanzie d’ordine dei conti pubblici accompagni misure sul lavoro, l’occupazione, l’assistenza, i diritti. Io credo sia possibile affrontare le misure finanziarie non deprimendo l’economia, anzi rilanciandola. Pochi punti di programma, chiari, efficaci, immediati, pochi uomini al comando. E tanta, tanta comunicazione sociale: la forza del programma non starebbe nell’assemblaggio di partiti e partitelli, quanto nel coinvolgimento di classi, ceti, strati, alla partecipazione, a farlo proprio. Servirà qualcosa come i volontari della Tennessee Valley Authority di Roosevelt, qualcosa come i Peace Corps e i ragazzi dei diritti civili di Kennedy.
Un nome buono, per me, è quello di Mario Draghi, l’attuale governatore della Banca d’Italia. Con lui, vedrei bene Nichi Vendola. È una strana coppia, lo so, però io la vedo vincente e convincente.
Se c’è un’altra idea vincente e convincente, sentiamo.
A meno che all’opposizione non vada bene puntare su un governo di emergenza, il peggio che ci possa capitare.
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ambri
3 giugno 2010 at 18:09
draghi!!!!!! m,a state scherzando.
vai niki
Lanfranco Caminiti
2 giugno 2010 at 09:08
E’ il secondo commento che sostiene entusiasticamente Vendola. Ho una grande considerazione di Vendola e del lavoro che ha sinora fatto e sta facendo. Nonostante, ho seri dubbi non solo che possa “passare” una sua candidatura a premier – non solo nella parte più moderata dell’opposizione – e siccome stiamo parlando di una “ricomposizione” dell’opposizione e di uno smangiamento di frazioni elettorali della maggioranza questa non è una cosa secondaria, ma anche che ne abbia già tutte le competenze necessarie, mentre ha carisma, capacità, visione, analisi sulle questioni sociali. E’ questo suo “talento”, diciamo così, che va messo al servizio del paese e del suo futuro. Proponendolo come vice premier di un possibile ticket, a me non sembra di dargli un ruolo secondario. Non sarebbe la “spalla” di un tecnico – come simpaticamente ha suggerito un lettore, quello che li definisce Ric e Gian -, ma l’altra faccia – quella sociale – di un Piano che non può non avere in questo momento aspetti squisitamente tecnici e aspetti sociali. Per ora, nonostante le critiche sin qui riscontrate alla mia delirante proposta, mi contento di rilevare che nella sua relazione annuale Draghi, a braccio, abbia definito “macelleria sociale” l’evasione. Ohibò, è la stessa espressione usata da Vendola. Il linguaggio non è secondario. Se da qui può partire qualcos’ altro di questa strana coppia, ben venga.
Cmq si possa configurare.
filippo
1 giugno 2010 at 16:34
Ritengo che la forza di Berlusconi sia rappresentata dalla fantasmagorica opposizione, opposizione priva di programmi, priva di progetti seri, lontana dai cittadini ma presente e vigile sul territorio al momento di far prevalere le egemonie interne. In merito a ciò chiedo agli uomini di quella sinistra, “dalemiani” quali siano stati i motivi per i quali il Grande Massimo voleva far fuori,”politicamente” Nichi Vendola.
Sono convinto che il lavoro e l’impegno di uomini come Nichi possano far rinascere quella sinistra che una volta era presente sul teritorio che dialogava con la base e che sosteneva lo stato sociale. La sua conferma a governatore della Puglia è la dimostrazione “matematica” che la gente premia e crede in chi lavora con onestà al di fuori delle logiche di potere e di lottizzazione.
Lanfranco Caminiti
31 maggio 2010 at 17:51
Ha ragione, Peppuzzo, nel rivendicare allo stato fascista una primigenitura nelle forme dello stato sociale in Italia, non vedo dove stia la provocazione. Alle cose da lei citate si potrebbe aggiungere l’Opera maternità e infanzia, per esempio, e diverse altre cose. In realtà, i primi tentativi di “assistenza sociale” nascono in forme caritatevoli accanto l’industrializzazione del Nord, poi in forma “dal basso” nelle prime cooperative socialiste, e poi in modo più strutturato, benché limitato, nelle prime worktown italiane, agli inizi del novecento, che anticipano le idee dell’illuminato Olivetti. Ma è nello stato fascista, sotto la spinta della “nazione proletaria”, che acquisiscono dimensione. Come d’altronde va aggiunto, sul versante dell’industrializzazione, l’Iri e, su quello della finanziarizzazione, la Banca d’Italia, strutturata per come la conosciamo adesso. O le bonifiche delle paludi, che tanto somigliano alla Tennessee Valley. Che la forma del New Deal rooseveltiano – accusato in patria d’essere comunista, forse più per l’influenza della moglie – abbia assunto in Italia le forme fasciste è solo un apparente paradosso: il “filo comune” è l’intervento dello Stato, la forza dello statalismo. Con al centro, come lei dice, il “lavoro”. Forse non è un dettaglio di differenza, però, l’idea corporativa-protezionistica che ne aveva il fascismo e l’idea più “imprenditoriale”, protagonista, che ne aveva la democrazia americana [e, va da sé, sul lato del protagonismo, il comunismo sovietico]. E magari non è proprio così diretto, ma in questa differenza credo possa trovarsi un motivo del “dinamismo” lavorativo americano rispetto un certo “immobilismo” italiano.
Stante comunque questo, lo stato sociale per come lo conosciamo noi ha solo un filo d’eredità con quella storia come coi suoi primordi ottocenteschi, ed è piuttosto erede del ciclo di lotte degli anni sessanta e settanta e dei modi della politica per arginarle. Finito quel ciclo e il protagonismo del “lavoro” è rimasta solo la deriva della politica che ne ha fatto la base del suo consenso e della sua perpetuazione, col risultato che adesso è un “mostro” orribile.
La differenza, non da poco, fra gli anni trenta e gli anni settanta del secolo scorso a me sembra stia nel fatto che il “lavoro” andava perdendo centralità, non perché gli uomini siano diventati cialtroni, ma perché la tecnologia stava sostituendo la fatica. Nei fatti la “richiesta” di stato sociale tendeva ad alleggerire la quantità di tempo nella vita d’un uomo dedicata alla fatica. Anch’io, come lei, credo che il “lavoro” debba tornare centrale, ma quando penso al lavoro penso a una cosa complessa, costituita da saperi e forza, da intelligenza e flessibilità, da ergonomia e cura, dalla relazione fra uomo e macchine. Ripeto, fra uomo e macchine.
Che la moneta sia diventata centrale non è neppure cosa d’adesso ma certo è la globalizzazione per come la conosciamo ora che l’ha “imperializzata”. La politica monetaria continua a essere una pratica comune delle banche centrali, benché dopo le follie monetariste, essa serva di più a misure di riequilibrio e riaggiustamento che a vere e proprie “epopee” degli stati: potrei azzardarmi a dire che il vero fallimento del monetarismo – oltre i risvolti sociali crudeli – sia dovuto alla globalizzazione finanziaria che ne ha fatto strame.
Ma, benché conosca da tempo le teorie sul signoraggio, ne capisca le osservazioni fondate – in America poi sarebbero ancora più evidenti visto che la Fed, propriamente, non è una Banca centrale – [e abbia invece molte perplessità sull'usura così come lei genericamente e "poundianamente" la evoca], non credo che la via d’uscita sia nella riacquisizione di una autarchica sovranità monetaria. Temo che finiremmo col ritrovarci con una moneta di latta, neanche buona per comprare due cammelli. La mia idea – e forse non è detto che lei sia contrario – si muove piuttosto verso una doppia moneta. Ma questi davvero sono tecnicismi. Al momento mi contenterei di una politica monetaria che serva a far crescere la domanda sociale e un virtuoso ciclo economico, godendo o in grado di imporre un “patto” alle monete concorrenti. Ci vuole un buon nocchiero per una cosa così, uno che conosca le rotte senza consultare mappe e sappia tutte le insidie – le secche, gli improvvisi scogli – della navigazione monetaria, e anche quei fari accessi fintamente per illuderti d’un riparo e che invece si rilevano trappole d’un naufragio in cui assatanati isolani sono pronti a depredarti di tutto. Un politico o un sindacalista che sia, ora come ora, mi sembra possa fare il buon nostromo E non è un compito da poco.
Per finire, e mi scuserà della frettolosità e pure d’una certa superficialità con cui accenno le cose, io credo sì che quello di cui abbisogniamo sia una nuova domanda sociale in crescita – e questo è il lato del keynesismo – ma credo pure che la questione non si ponga più in termini di “occupazione” [scavare buche e poi riempirle] sostenuta da una immissione di massa monetaria statale. Perché l’occupazione “qualunque” è l’origine del mostro di debito pubblico e disavanzo che abbiamo sotto gli occhi, col corollario di una politica che su questo costruisce il proprio consenso infiacchendo corpi e spirito, inservilendo. Credo piuttosto che ci possa essere un ciclo “virtuoso” con la globalizzazione finanziaria.
peppuzzo
30 maggio 2010 at 16:35
Lanfranco, apprezzo il suo aperto confronto. Sincero e dettagliato e probabilmente più contestualizzato rispetto ai canoni ideali su cui poggia il mio desiderio sociale e politico.
Però me lo conceda, molto provocatoriamente, visto che anche lei arriva alla conclusione che questo “sistema” è giunto alla frutta, lo stato sociale in questo Paese è anche e soprattutto opera della sinistra fascista. E mi riferisco a personaggi come Berto Ricci, Alceste De Ambris (autore della carta del Carnaro), Giuseppe Bottai. Molti di questi provenivano dal mondo sindacale e socialista dell’epoca e permisero alla nostra Italia di avere una parvenza di civiltà e di stato sociale (INPS, 40 ore settimanali, assegni familiari, etc). La chiave di quel regime fù l’aver messo al centro del “sistema” che genera ricchezza il lavoro. Tutt’altra cosa rispetto alla marginalità data oggi al lavoro, trasformato di fatto in mera merce come tutto quello che ci sta attorno. Oggi è la speculazione e la finanziarizzazione il punto focale su cui si poggia il “sistema”. Il debito è assurto a necessità indispensabile per mantenere la nostra “way of life”. Gli statunitensi sono i più indebitati di tutti. Sono avvolti in una spirale dalla quale fanno fatica ad uscire proprio perchè non possono esimersi dalla logica che impone alle loro famiglie di indebitarsi per poter mantenere il consumo e il tenore di vita. In questo fortunatamente noi italiani, rispetto anche a tutte le altre realtà europee, stiamo decisamente meglio.
Il nostro è un problema ben diverso e nasce, altra provocazione, dall’usura applicata sul debito pubblico dagli enti privati che emettono moneta. Così com’è stato concepito il debito statale non potrà mai essere ripagato e non mi dilungo sui tecnicismi che permettono alle banche di stampare denaro senza alcuna base di valore (cioè sul nulla), o sul significato del signoraggio e della riserva frazionaria per le quali rimando a chi interessato a cercare anche su internet le dovute spiegazioni.
Ecco quindi che tornando al nostro “sistema” se esso si poggiasse non tanto su tecnici ma su una centralità del lavoro, magari affidata a figure provenienti dal mondo sindacale, come del resto aveva fatto Peron in Argentina, probabilmente la nostra piccola “rivoluzione” sociale ed economica l’avremmo fatta. Se poi a questa gli affiancassimo la riacquisizione della sovranità monetaria con l’istituzione di una banca centrale europea o nazionale in mano agli stati, ecco che la seconda “rivoluzione” finanziaria l’avremmo fatta, e a quel punto il nostro “sistema” avrebbe una maggiore aderenza con la società civile e con i governi che li rappresentano.
Qualcosa che poi tutto sommato, non si distacca da quell’intervento statale che lo stesso Keynes, da lei citato, auspicava. Perchè l’autoregolamentazione del mercato è pura follia che preferiamo lasciare a Giavazzi e fondamentalisti della scuola di Chicago.
Lanfranco Caminiti
30 maggio 2010 at 08:41
Lo stato sociale per come noi lo conosciamo è stato “inventato” da un tecnico, gli inglesi li chiamano civil servant, Beveridge, e la spesa pubblica, quale noi la conosciamo, è stata inventata da un altro tecnico, con esperienza sostanzialmente di finanza e moneta, Keynes. Il secondo è stato anche il “fondatore” di quell’ordine mondiale finanziario – indigeribile all’inizio agli americani – che è stato il Fmi. Non ci sono “politici” in questa storia. L’unico “piano” in tempi recenti che in qualche modo può avvicinarsi alla forza di trasformazione che quei due tecnici produssero è stato il microcredito in India, verso cooperative o piccolissime imprese spesso gestite da donne. Anche in questo caso è una invenzione “tecnica”. La politica – gentile Geppuzzo – viene sempre “dopo”. O, al meglio, insieme: la Nep di Lenin – elettrificazione più soviet – per capirci. Ma forse possiamo dire che la nostra, occidentale, è una società più complessa, adesso, di quella sovietica che doveva far camminare e funzionare Lenin. Che la politica comandi l’economia è un’idea che ha avuto risvolti orribili. Ovviamente, non vado predicando il contrario – i cui risvolti sono altrettanto orribili – e non penso che lei sia un polpottiano irredimibile [pol pot, molto poeticamente, come primo gesto di governo abolì la moneta]. Lo scenario a cui penso, molto più modestamente, è quello di un patto, di un compromesso, di un’alleanza, i cui contorni e specifiche applicazioni mi sfuggono – non sono abbastanza tecnico – e che mi limito a suggerire. Un patto prevede pure che ci siano frizioni, contraddizioni, slittamenti di qua e di là, continui aggiustamenti. Non so se chiamarle “regole”: una parte dei governi, con a capo il nostro Tremonti, chiede regole, che chiamano global legal standards. Guido Rossi le va predicando da anni, eppure le cose che dice sono sostanzialmente diverse da Tremonti. Dopo lo scandalo della Enron in America fecero una commissione che produsse nuove regole che avrebbero guidato la Sec, l’istituzione di controllo. Il risultato è stata la bolla speculativa del 2009. Forse un “Piano” è qualcosa di diverso da delle regole, che io, peraltro, continuo a paventare e a considerare impossibili perché “troppe” regole finiscono inevitabilmente per impedire le transazioni.
Ora, io non sono molto ferrato nelle grandi costruzioni concettuali, e vorrei provassimo a pensare alla situazione italiana. Con specificità. A me sembra vero che la “spesa pubblica” sia fuori controllo, perché è stato il modo con cui si è trovato un equilibrio tra istanze sociali fortissime e conflittuali e il tentativo di placarle e tenerle sotto controllo. Siamo figli di quel benedetto ciclo di lotte degli anni Settanta. Un flusso di cose innovative e incentivanti, buone, in cui si trovavano nicchie di parassitismo particolare. Ma finite le lotte – ovvero il modo di controllare e espandere quei principi in termini sociali – la “spesa pubblica” è diventata il modo con cui la “politica” ha costruito il proprio consenso e le proprie clientele. La politica, qualunque politica, ha vissuto e vive di spesa pubblica. Un flusso di parassitismo generale, in cui si trovano nicchie di cose buone. in mano ai tecnici liberisti – non tutti i tecnici sono uguali, come non tutti i politici – la spesa pubblica diventa un mostro da tagliare: credo che, fosse per Tremonti, taglierebbe ovunque, per principio. I politici, anche Berlusconi, mediano. La crisi acuisce questa contraddizione. Da governatori, Formigoni parla come il toscano Rossi, il napoletano Caldoro come Vendola, il sardo Cappellaci come il lucano De Filippo. I tagli centrali si riversano sui trasferimenti ovvero sulla spesa pubblica decentrata combinando disastri. In cui cadono i parassitismi e le cose buone [le poche cose buone]. Anche un politico accorto e trasparente sa che non può controllare tutto, sa che promuovendo le cose buone ci sarà sempre in agguato una filiera di parassiti. Gli interventi “mirati” sono chiacchiere da tavolo di ingegneria sociale, quando ti muovi sul territorio devi far camminare flussi. E interviene la magistratura: gli scandali sono questo. Se la magistratura potesse spulciare tutti gli atti di tutti i flussi finanziari regionali e centrali manderebbe in galera buona parte del paese. Le considerazioni sul “carattere” degli italiani sono odiose e sciocche: è un meccanismo che piuttosto è diventato infernale. Anche altrove ci sono scandali ma non nella dimensione italiana. Ma altrove nessuno ha avuto il ciclo di lotte degli anni Settanta, non la Germania, non la Francia, non l’Inghilterra, non la Spagna, non la Grecia.
Che questo “sistema” sia arrivato al capolinea è evidente a tutti. E, se devo dire la verità e per miracolo ne avessi l’opportunità, io per primo taglierei a fondo la spesa pubblica, che è l’albero su cui sta appollaiato il consenso berlusconiano, il parassitismo leghista e gli statalisti del pubblico impiego nullafacente aennini.
Il piccolo problema che abbiamo è che non c’è un soggetto conflittuale portatore di nuovi bisogni, diritti e garanzie in grado di farsi “leva” e portatore di un nuovo Piano: gli unici che si fanno sentire sono i pensionati della cgil, gli operai iscritti ai sindacati e il pubblico impiego di cisl e uil. Categorie, insomma, che “difendono” una spesa pubblica cui hanno diritto ma che nello stesso tempo alimenta ciò che li massacra.
La sinistra quindi o difende dai tagli la spesa pubblica o vagheggia più spesa pubblica, dicendo che bisogna colpire il parassitismo – il che è impossibile in questo stato dei conflitti. Ma il punto è: chi finanziarebbe l’aumento della spesa pubblica? La sinistra dice: colpire di più l’evasione, Tremonti sarebbe andato cauto, il che peraltro è vero ma è anche ragionevole. Come si fa a mettere in bilancio una consistente voce “virtuale”? Tanto vale dire subito che aumenterà la forbice tra pil e deficit, oppure che stamperemo più moneta col rischio di una inflazione, cioè che cadano i valori dei titoli pubblici.
Più asili, più scuole, più ticket, più case, fantastico: chi paga?
La sinistra dice: vabbè, ci sarà più parassistismo però ci sarà più stato sociale. Anzi, controlliamo di più il parassitismo – i magistrati, rafforziamoli – e noi virtuosamente avvantaggeremo gli strati sociali.
Non funzionano così le cose, proprio per niente.
La sinistra, migliore, dice: più fiscalità, spostiamo il carico su chi ha di più. Secondo voi, senza un “patto” non aumenta così l’evasione, non si portano via i soldi?
Io dico: andiamo oltre lo stato sociale, il welfare o come diavolo l’abbiamo chiamato. E’ diventato il nostro nemico. Il nostro, non del liberismo. Il nostro, in Italia. Perché alimenta la destra, e la conservazione. La risposta non sta nel mercato e nella privatizzazione, certo.
La risposta sta nella costruzione di una domanda sociale che possa essere finanziata altrimenti. I titoli di Stato sono carta straccia, non danno alcun rendimento, o qualcosa prossima allo zero. Come finanziare una diversa spesa sociale? Vorrei ne parlassimo, vorrei parlassimo di questo. Penso che i tecnici ci servano, a avercene di Beveridge e di Keynes.
Ecco, tutto questo, anche se non immediatamente comprensibile – per primo a me stesso – e traducibile, sta dietro la mia proposta indecente di Draghi e Vendola. Una semplificazione, chiaro. Resta che va progettato e discusso un Piano.
E resta quel piccolo problema: il fatto che il conflitto sociale non ha “nuovi” soggetti, senza i quali nessun Piano assume autorità.
Broono
29 maggio 2010 at 14:48
Quello che non capisco è:
Come si può affrontare la questione economica futura, da qualsiasi parte la si voglia affrontare, ignorando completamente il fatto che quello che doveva essere (e tale era stato annunciato) un periodo “di mezzo” nel quale ridiscutere nel profondo quelle regole di mercato che hanno stabilito il tracollo globale, è stato in realtà il solo annuncio dell’urgenza del farlo, in alcun modo seguito da alcuna parola in merito, ancor prima di qualsiasi azione conseguente?
Non s’era detto che non era il mercato, ma le regole del mercato (il mercato ne è il coerente prodotto) il problema e che se non ridiscusse e modificate non avrebbero potuto che aprire la via a un successivo tracollo se possibile ancora più distruttivo e quindi potenzialmente definitivo?
Non si diceva questo?
Ora, in assenza non dico di modifiche di quelle regole ma addirittura di una discussione (internazionale, ovviamente) che le mettesse quanto meno in agenda da qui ai prossimi mille anni, il senso di tirare fuori un nome per il proprio orticello nazionale che faccia funzionare al meglio un mercato che al meglio ha dimostrato di non poter per sua natura funzionare, qual è?
Il fatto che proprio perché la discussione è stata accantonata bisogna adattarsi e trovare il modo per sopraàvvivere all’interno di quelle regole che evidentemente saranno quelle con le quali anche la prossima generazione avr a che fare?
Questa è la linea che “la sinistra” dovrebbe avere rispetto al futuro proprio e della nazione che dice di voler e poter guidare?
E in cosa è diversa, da quell’adattarsi alle regole finto-liberiste che qualcun altro le ha imposto di accettare come definitive negli ultimi vent’anni e che l’hanno fatta precipitare in quel pozzo di smarrimento in cui si trova oggi, nel quale non trova sostegno nemmeno tra quelli che nel pozzo ci sono finiti con lei?
Perché la sinistra non ricorda a martello a ogni occasione possibile che quelle regole che si diceva indispensabile discutere e cambiare perché alla base del declino, non solo economico, occidentale, non sono state A-FFA-TTO ridiscusse, invece che guardarsi intorno e trovare il più titolato per capitanarla su quel mare che fino a un paio d’anni fa diceva fallimentare, le cui onde sono tutt’oggi mosse dalle stesse correnti e dagli stessi venti?
Ha cambiato idea?
Oggi ritene possibile un futuro costruibile sulle stesse regole che hanno distrutto il presente e, nel caso, si ritiene in grado di concretizzarlo?
Legittimo, ma si parta dall’ammissione di questa sconveniente verità allora.
Perché a scegliere un premier che strutturi il suo pensiero e quindi la sua azione su queste regole di mercato, non può essere la stessa sinistra che fino a ieri diceva indispensabile la loro riscrittura.
peppuzzo
29 maggio 2010 at 10:37
Mi spiace Gianfranco, ma non mi trovo d’accordo. Una sinistra costretta ad essere rappresentata da figure tecniche che ben poco hanno di politico è destinata a sparire definitivamente.
Il FMI recentemente ci ha esortato a tagliare per l’ennesima volta la spesa per le pensioni. Ergo, innalzamento dell’età pensionabile e ulteriori lasciti dei fondi verso compagnie assicurative private. Adesso io non vorrei dire, ma Dominique Strauss-Kahn siede proprio al vertice di quell’istituzione sovranazionale che obbliga tutto il mondo occidentale ad adottare sempre e comunque la medesima ricetta: quella liberista!
Non vedo come i francesi possano gioirne in caso di una sua elezione all’Eliseo. Per la serie dalla padella alla brace…
Io credo che la politica debba riappropriarsi proprio dello spazio sottrattole dall’economia. Proprio quel liberismo capitalista che esige assenza di norme e regole che ha intossicato le nostre esistenze. Adesso, facendo un breve tracciato a ritroso, da dove è partita questa malattia? Noi tutti lo sappiamo, dagli USA di Reagan e dalla Gran Bretagna della signora Thatcher. Quindi sono quasi tre lustri che siamo soggetti a questo fenomeno che ha portato non pochi cambiamenti. Deideologizzazione della politica e conseguente fagocitamento ad opera dell’economicismo. Lo stesso Berlusconi e molti governi di centro destra europei oggi parlano di azienda-Stato. Lo trovo aberrante!
La politica, come la storia europea, socialista e socialdemocratica, ci hanno insegnato che è invece il politico che disciplina l’economia e non il contrario. Un’economia che deve essere al servizio della Nazione o del Continente europeo. Nulla a che vedere con ciò che gli USA “esportano” (a volte anche a suon di bombe). Il loro modello che stanno impondendo a livello planetario è tutt’altra cosa rispetto a quello europeo. Pensavo che dopo 65 anni di sudditanza quest’Europa avesse avuto le capacità per camminare da sola, ma invece non è così… A noi Mario Draghi e ai francesi Strauss-Kahn. E buona notte a tutti.
marcox
29 maggio 2010 at 09:31
NIENTE DA DISCUTERE. IL POPOLO HA GIA’ DECISO: NICHI VENDOLA E’ IL PROSSIMO PREMIER. LUI E’ IL POLITICO MIGLIORE E’ PIU’ CARISMATICO DI TUTTI I TEMPI. NICHI E’ FIGLIO DEL POPOLO. Per Un’ Italia Migliore, Nichi Vendola Premier 2013!
Lanfranco Caminiti
29 maggio 2010 at 07:10
Per un governo radicalmente riformatore, come lo definisce il lettore Paolo, per me ci vuole una alleanza sociale radicalmente riformatrice. Il lavoro, i movimenti del lavoro da soli non bastano a costruire società: non siamo nell’Ottocento del “Proletari unitevi” e non siamo neppure nel primo Novecento del “blocco operai e contadini” o nel tardo Novecento dei “ceti produttivi”. Il lavoro nell’occidente ricco e tecnologizzato è ormai minoranza. Nel senso, quanto meno, che esso non significa tutta la nostra vita in assoluto. Io credo sia un bene. Che l’”orrore” di questo “bene” sia lo schiavismo non è il risvolto necessario, ma la condanna del capitalismo, o comunque si chiami il sistema in cui viviamo e contro cui ci battiamo. E non immagino la Grande Riforma come costellata di “campi di rieducazione al lavoro” da socialismo cinese. Ci serve piuttosto un Grande Sogno, una Grande Narrazione, qualcosa con cui possiamo tessere la stoffa della nostra vita quotidiana. Per questa Grande Riforma ci vuole un patto sociale condiviso.
A mio avviso, l’unico ceto dinamico è quello legato al denaro e alla finanza. Gli “imprenditori” sono da tempo cotti, e lo sono per lo stesso motivo per cui sono cotti i lavoratori delle imprese e i sindacati: perché la tecnologia li ha completamente spiazzati, privati di un “ruolo” sociale. Privati di soggettività, di “eroismo sociale”. Gli imprenditori sono manager gestionali, lavorano sui dettagli – spesso odiosi – ma non sono più in grado di farci vivere delle illusioni, dei sogni. Che so comprarsi l’auto e portare la famiglia in vacanza, o prendere una lavatrice e faticare di meno per il bucato. Ora, so bene che ci sono orchi e farabutti tra i banchieri, e prestidigitatori, però sanno raccontare “favole” capaci di scaldare il cuore e la tasca delle persone: è questo il “bot people”, che comprava le azioni della Parmalat o i bond argentini o dava retta a Fiorani. E non sto parlando dei “ricchi” ma di quelli che ci hanno scommesso la liquidazione o i soldi messi assieme in una vita. Ma come non tutti gli imprenditori sono cattivi e non tutti quelli di sinistra sono buoni, non tutti i banchieri sono orchi. E, comunque, la finanza non è un mostro di per sé, proprio come la produzione di fabbrica non era un mostro di per sé.
Da questa Grande Crisi possiamo uscire con una depressione spaventosa o con un nuovo ciclo democratico. In America, per ora, sembra stia prevalendo l’idea di un nuovo ciclo democratico; in Europa, quella di una depressione spaventosa. Quando ha salvato le banche in crisi, Obama non ha regalato i soldi dei contribuenti, ma ha fatto un patto. Buona parte dei repubblicani, in quel momento, erano contro il salvataggio delle banche. Adesso è il momento in cui quei patti si stanno verificando. Non sono rose e fiori, ma se uno vuole rose e fiori coltiva i giardini, non pensa alla politica e alle grandi riforme.
E veniamo all’Italia. Sinora abbiamo avuto due modi di affrontare questo “nodo”: quello di Fassino – non voglio fare una facile battuta, anzi a me sembra già un passo avanti rispetto i “capitani coraggiosi” di D’Alema ovvero, per capirci, quelli della scalata a Telecom e poi della cordata Alitalia – che grida al telefono “Abbiamo una banca” dopo i tentativi di Consorte e dell’Unipol di scalare la Bnl e quello di Bossi che sta infilando tutti i suoi padani nei Consigli di amministrazione delle banche territoriali del nord. L’uno, a sinistra: Fassino, è insipiente; l’altro, a destra: Bossi, è furbo e piccino, insomma pericoloso.
Proprio i motivi che scandalizzano il lettore Peppuzzo – l’essere Draghi troppo americano – sono quelli che mi convincono nell’indicare lui: un uomo della finanza “europea” sarebbe in questo momento un disastro che si aggiunge a disastro. Lo stiamo vedendo cosa dicono gli uomini della finanza europea: difendere l’euro distruggendo quel che resta dello stato sociale, la “spesa pubblica”. E sono gli stessi motivi che “chiudono” definitivamente la partita con Prodi, uomo della burocrazia europea per eccellenza: fu questo suo ruolo che “rassicurava” ceti sociali intermedi e compositi a sostenerlo, non certo la sua sinistrorsità.
Potremmo uscire dalla crisi non riducendo ma aumentando la spesa pubblica. E’ quello che sta facendo Obama. Certo, l’Italia non è l’America. Il mondo è “obbligato” a sostenere il debito pubblico americano, ma non a sostenere quello italiano. C’è un modo per convincere i mercati che l’Italia fa sul serio? C’è un modo che non sia depressivo e punitivo [per chi non ha] di rientrare dal debito pubblico? C’è un modo per dilazionarlo? C’è un modo per azzerarlo? E chi mandiamo al Fondo monetario o alla borsa di Londra e Francoforte e Shangai, per dire che sì, si può? E chi mettiamo in campo per convincere risparmiatori trevigiani e vicentini, dentisti e notai, che invece di mandare i soldi all’estero possono lasciarli qua? Ecco perché, a mio parere, serve un “tecnico” e non un “politico”.
Non va bene Draghi? Figurarsi. Mi si dica un altro nome. Che possa proprio “mettere assieme il diavolo e l’acqua santa”, la finanza e il lavoro, perché di questo c’è bisogno per una Grande Riforma.
Vero, i leader non si comprano al supermercato, come scrive il lettore “prodi?”. Però, i leader “incarnano” i progetti, mostrano competenze e talenti in grado di portarli avanti, tra pause di arresto, difficoltà, successi, colpi d’ala, fortuna, coraggio, determinazione.
Possiamo discutere all’infinito di una Grande Riforma e dei suoi pilastri, del progetto che deve animarla e della condivisione sociale che possa sostenerla. E questa discussione va affrontata. Affrontarla coi nomi è più evidente e facilita. Io ne ho detto due, per il “patto”. Possiamo sostituirli entrambi, purché siano validi. E purché di quel patto si voglia discutere.
Infine, una piccola suggestione. In Francia, scossa anch’essa dalla crisi, a sinistra già si parla delle presidenziali del 2012. I nomi che per ora circolano sono quelli di Dominique Strauss-Kahn, l’uomo del Fondo monetario internazionale, e di Martine Aubry, la più “sinistra”, la donna delle 35 ore e della difesa delle pensioni.
Sono entrambi socialisti e dovranno battersi fra loro per le primarie.
Dice niente la cosa?
prodi?
28 maggio 2010 at 18:00
Parliamo sul serio di un nuovo leader? ma perchè li vendono da qualche parte? Pensavo che i leader erano espressioni di un popolo, di lotte, di materia viva…invece no, scopro qui che basta essere stato un pò a porta a porta, oppure essere un bravo poeta alla vendola, che i ns problemi saranno risolti presto…
che coglione che sono…pensavo che il problema fosse tra chi ha e chi non ha, tra chi è ricco e povero, tra chi domina ed è dominato…
che scemo…quando avete trovato il leader fate sapere…lo dico in giro…giuro
ambè
28 maggio 2010 at 17:39
ambè…il problema mò è chi ci mettiamo…da prodi a vendola… a me va bene tutto…basta che non sia sansonetti sennò fa iannone ministro dell’interno e sposta a casapound il palazzo del governo…
poi per il resto, per quello che valete, potete anche far finta di parlare di politica, fare analisi, arzigogolarvi nelle vostre sconfitte da intellettuali solo tali grazie alla miseria della sinistra odierna, c’è posto per tutti a chiacchiere…
ripeto basta che dopo prodi non proponete sansonetti o qualcuno dei firmatari l’appelo procasapound
ariaddio
Broono
28 maggio 2010 at 15:57
Capita che per sviluppi successivi i contributi prendano a volte vie anche “laterali” a quelle date per principali, ma non ne farei un problema a sua volta meritevole di sottolineatura.
Un sito di giornale è in fondo anche questo, un posto dove esistono continui spazi dedicati al confronto su questioni continuamente rinnovate, ma dove raramente ne esiste uno dedicato ad esprimersi su quella generale inerente al contenitore unico di quei singoli e quotidianamente diversi spazi.
Per questo capita che la questione “generale” sia per natura portata a comparire dove magari sembra non aver nulla a che fare con il contesto, ma con il quale poi in assoluto finisce con l’avere a che fare tutto, visto che il contesto è poi alla fine la somma delle singole questioni.
Non si litiga (bum) quindi “più” su “che” su, ma “anche” su.
E solo perché oltre al tema “Draghi” in questo spazio sono presenti “anche” altri spunti per l’altro discorso, che come ha visto dalla replica di Lanfranco sono un tema sul quale si possono sviluppare altrettante posizioni personali da mettere a confronto (e quindi perché non farlo?)
Non essendo in questo momento impegnati in una interna campagna primaria per l’elezione del candidato Premier, dalla quale quindi è importante non distrarsi per non allontanare il raggiungimento di un nome condiviso, non vedo quindi il problema.
O ritiene per caso il problema del “come” si dialoga, meno importante del “cosa” si dice, ai fini del raggiungimento di quella condivisione che dovrebbe essere obiettivo comune?
Mi sta per caso facendo il sindacalista (uno degli altri due, intendo) della situazione?
Suvvia, senza un condiviso Come, qualsiasi Cosa ha storicamente fatto ben poca strada, se non attraverso l’imposizione o la fede.
A sinistra, dico.
Peppuzzo
28 maggio 2010 at 14:58
Consegnare l’Italia a Draghi e suoi accoliti vorrebbe dire suicidarsi. Colui che fù l’artefice della svendita del patrimonio italiano, il 2 giugno del 1992 sul panfilo Britannia. L’uomo che piace ai poteri finanziari anglo-americani. L’ex vice presidente della più grande banca d’affari USA (la Goldman Sachs).
Ma Lanfranco Caminiti dice sul serio o sta scherzando? Affiancarlo poi Nichi Vendola sarebbe come mettere il diavolo con l’acqua santa. Un connubbio utopico e impossibile a meno che non si voglia privatizzare tutto, e ridurre lo stato sociale a vecchio ricordo per le generazioni a venire.
Broono
28 maggio 2010 at 14:51
Per comodità mia, risponderò alla sua malcelatamente arrogante (spero non se ne abbia a male, se ricambio la confidenza con confidenza) replica estraendone alcuni passi per utilizzarli come punti di partenza.
“Vorrei avere la sua intellettuale brillantezza – ogni giorno una strabiliante idea nuova”
A meno di non pensare che tra me e lei esista un rapporto che da tempo offre a entrambi testimonianze della rispettiva produzione intellettuale, e mi pare che così non sia, non posso che leggere questa apertura come la manifestazione di quell’arroganza di cui sopra che caratterizza le persone poco inclini a ricevere critiche e per questo portate a impiantare qualsiasi risposta alle stesse su una base che della derisione fa chiave d’avvio e perno.
Per questo risulta irrefrenabile il bisogno di mettere subito in chiaro quella che sarà la chiave di lettura dell’intero proprio seguente intervento, che potrà anche spostarsi su piani che cercheranno di dirsi dialoganti ma che, aperti in quel modo, non potranno che risultare, nella sostanza, volontariamente ispirati a quell’iniziale ironia, pur se nella forma si impegneranno per non prestare il fianco a ulteriori critiche.
Potrei seguirla sul piano della derisione personale, la sua replica offre spunti che in alcuni casi è davvero difficile lasciar lì sprecati, ma personalmente ritengo la cosa sufficientemente fuoriposto da considerare il tempo da lei dedicatole già troppo rispetto al “luogo” in cui siamo e al “dialogo” di cui …stiamo, per aggiungerne ulteriore mio.
Mi limito a rilevare che se questa sua tensione è quanto di meglio sa offrire come prima risposta ad una critica (fosse arrivato dopo un martellamento se non altro avrebbe goduto del beneficio dell’esasperazione, ma come prima risposta ha ben altri contorni) allora forse il problema “qualità” da me rilevato è ben più concreto di quanto immaginassi, visto che evidentemente è il caso di spostarlo dai contenuti a chi li produce.
“ma sono ricorsivamente ossessionato da pochissime questioni”
Liberissimo di affrontare il problema delle sue ossessioni nella maniera che più ritiene opportuna, ma proprio perché di ossessioni (mi fido della sua definizione) si tratta, sarebbe il caso che nell’affrontarle non dimenticasse mai di scegliere i luoghi più opportuni, invece di imporle ovunque ci sia spazio come se i lettori di quegli “ovunque” avessero, per qualche non ben identificato debito nei suoi confronti, il dovere di collaborare alla loro soluzione e quindi il conseguente dovere di tenere per loro il bisogno eventuale di manifestare fastidio nel momento in cui il loro carattere ossessivo si mostrasse incontenibile al punto da non cercare nemmeno di dissimularne i contorni.
Siamo tutti ossessionati da qualcosa, ma questo non rende la cosa lasciapassare per qualsiasi manifestazione delle stesse, né soprattutto per qualsiasi ironia verso chi ne segnalasse, nel rispetto delle idee personali, l’inopportunità.
Fosse così, il fiume di ossessioni antifasciste che recentemente ha scelto questo sito come palco, avrebbe addirittura più legittimità di questi suoi interventi, visto quanto la dimensione numerica ne abbia sottolineato la diffusione e quindi l’eventuale emergenza.
Forse la sua esperienza nel settore dei siti di giornali non è stata lunga abbastanza da mostrarle come generali quelle che sono le differenze tra un sito di giornale, appunto, e i blog che non a caso vengono definiti personali.
Cercherò di riassumerla così: la differenza è situata esattamente lungo quella linea di confine che separa gli spazi virtuali destinati alle idee, da quelli destinati al riversamento delle qualità personali di chi quelle idee le firma.
Se questo spazio è il sito di un giornale, e l’head lì sopra direi che lascia pochi spazi di interpretazione al riguardo, allora bisognerebbe principalmente imparare a dosare la quota di “personale” che gli si riversa dentro, coompresi i propri aspetti ossessivi e soprattutto il proprio fastidio verso le eventuali critiche.
Se al contrario questo è, come tanti, un semplice aggregatore di spazi personali, che come ogni altro spazio personale pone chi scrive e chi legge sullo stesso piano, allora il piano cambia e la sua reazione diviene legittima.
Basta capirsi ed esser chiari riguardo ai contorni dello spazio, però.
Perché se e finché questo spazio porterà in testa il logo del giornale per il quale tra quelli che la leggono ed eventualmente contestano non sono pochi coloro i quali spendono i propri soldi, allora non è con le sue ossessioni né con la sua ironia che è giusto imporci di avere a che fare.
E, badi, non ne sto facendo un discorso qualunquista del tipo “siamo noi cittadini che paghiamo lo stipendio ai politici”, non mi spingo a un tale livello di presunzione.
Ne faccio però un discorso di rispetto e di riconoscimento reciproco.
Perché se anche solo un centesimo di quei due euro che settimanalmente i vostri lettori, anche suoi in questo caso, si tolgono per dare il proprio contributo al portare avanti il progetto che ospita anche lei, viene utilizzato per finanziare questo spazio che lei utilizza senza porsi limiti di rispetto per chi lo paga, arrivando a spingersi là dove mi suggerisce addirittura di cambiare aria nel caso non fossi d’accordo con la sua idea, allora la critica da opportuna diviene decisamente doverosa.
E non è questione economica, perché un centesimo non è economia.
E’ questione di piani di confronto, perché è un centesimo che in assoluto porta dentro concetti quali il rispetto, la fiducia, la speranza, il supporto, il crederci, principalmente.
Perché se il compito di chi usufruisce delle vostre produzioni, del vostro impegno e del vostro tempo, è quello di riconoscerne anche il valore economico e guai se così non fosse, il vostro è quello di non muovervi su un piano nel quale dello spazio con il nostro rispetto finanziato potete fare tutto ciò che vi pare, fin’anche accompagnarci alla porta o, peggio, schernirci, nel momento in cui muovessimo una critica.
Si apra un blog personale, se è questo ciò che vuole fare in rete.
Uno spazio gestito da lei e finanziato da lei, dove può permettersi di dire e fare ciò che più le pare.
Questo è uno spazio pagato da chi la legge e se è legittimo da parte sua reagire alle critiche, meno legittimo è il suo farlo nella maniera da lei arrogantemente e ironicamente scelta.
Ero partito con l’idea di replicare alla sua (personalmente ritenuta pessima) analisi sui modelli di giornali virtuali e scenari presenti e futuri degli stessi, ma la sensazione data dai due euro che nemmeno un’ora fa ho con il solito piacere lasciato all’edicolante unita a quella provata nel momento in cui ho letto questa sua replica che in sostanza mi sono anche autopagato, mi ha fatto passare la voglia di entrare nel merito della questione, se non sorvolandola sommariamente.
E’ probabilmente vero che un sito di un giornale non genera vendite proporzionali alla sua qualità (magari fosse così!), ma è anche vero il suo contrario e cioè che ne può sancire la perdita.
Io per esempio ho smesso di comprare Repubblica dopo aver seguito la caduta verticale dei suoi contenuti anche virtuali fino a darla per linea editoriale consolidata.
E sarò anche uno di qualche milione, cioè robetta che certo non intimidisce.
Ma utilizzare l’arroganza di un Repubblica qualsiasi, senza però poter vantare gli stessi finanziamenti e lo stesso parco clienti consolidati, avendo al contrario alle proprie spalle una realtà che con coraggio si sostiene con le sole proprie forze che per il discorso di cui sopra sono la somma della fiducia di ogni singolo lettore, non credo sia una scelta particolarmente produttiva sulla lunga distanza.
E io certo non sarei così stupido da smettere di comprare un giornale che trovo così ben fatto e raro (“seriosissimo” ce l’ha messo lei, non l’ho detto io perché non lo penso visto che per me è concetto negativo, così come ci ha messo lei “arruffone” giusto per darsi da solo l’assist per un altro esempio della sua capacità di accoglienza critiche che in quel “arruffone sarà lei” ha toccato il picco massimo). nell’attuale panorama, solo perché non condivido alcune sue scelte.
Ma lei, se accetta un suggerimento (sto facendo anch’io ironia) non commetta l’errore di sottovalutare l’importanza di ogni singolo lettore che sui vostri spazi si affaccia, perché in uno scenario editoriale come quello attuale non è decisamente il caso di dimenticarsi che certe realtà, le più coraggiose in particolare, vedono la loro sopravvivenza dipendere, purtroppo, da numeri che qualche anno fa avrebbero generato giusto qualche risatina di sufficienza e che oggi invece fanno la differenza tra la vita e la morte (del progetto).
Ultimo.
Non commetta l’altro errore, forse ben più importante, di pensare (come sostiene nella sua replica) che un sito di un giornale sia fatto dai suoi lettori e non da chi lo conduce ed è appunto pagato dagli stessi per farlo nel migliore dei modi.
Quest’impostazione funziona sul sito de Il Giornale, con i quale il suo direttore moltiplica le copie vendute seduto su quella falsa promessa populista (come da linea editoriale) fatta ai suoi lettori quando, insediatosi, disse loro che si sarebbe fatto grancassa per le istanze del “popolo” e che ha portato nel giro di pochi mesi quel sito ad essere una palestra dei peggio scappati di casa dal commento facile che si rivolgono abberluscone in prima persona come stessero realmente parlando con lui per dirgli quali leggi loro vogliono che porti avanti.
Ci sono già i Feltri, i Grillo, le innumerevoli realtà virtuali che nel tempo hanno messo in piedi comunità di “democrazia dal basso” che, per farsi megafono, hanno finito col farsi megafono di chi non aveva nulla da dire e non a caso si rivolgeva a chi invece sì.
Ci sono già i dirigenti PD che scottati dalla territorialità dei vincitori sono lì che corrono a destra e sinistra a chiedere al “popolo” di dir loro cosa vuole da loro, le ormai stomachevoli “istanze dal basso”, dimenticandosi che il loro ruolo era in origine esattamente il contrario.
Ché il giorno in cui sarà il popolo a dover dire quali sono le cose da portare avanti dai partiti, a “vivacizzare” il dialogo, e non il contrario, quel giorno sarà il giorno in cui la politica compirà il suo ultimo e definitvo passo nel baratro del populismo fatto stato.
“Penso che un sito di un giornale lo facciano soprattutto i suoi lettori, sennò è una riproduzione in vetrina: sono i lettori che divariano e non i contenuti”
Ma proprio per niente.
Questo è un giornale, se lo si compra è perché c’è gente con i controcazzi che ci scrive sopra.
Un giornale on line, badi bene, non un sito che incidentalmente è collegato a un giornale di carta.
Io sono un lettore, non divario proprio nulla.
Lei è un giornalista, ciò che sta in vetrina appunto.
Quel centesimo con il quale ciascuno di noi le da spazio è un contratto di fiducia, se io avessi le vostre competenze e i vostri contenuti non vedo che bisogno avrei di attendere con ansia e gioia il venerdì per leggere ciò che avrei già di mio da offrire.
Di suo il lettore nel contratto può solo mettere il proprio contributo al “variare” una partenza che però va a lui offerta al più alto livello possibile, il proprio sostegno e la propria critica a ciò che lei offre perché sia sempre portato a rispettarlo, quel contratto.
Rispettarlo.
Si rimetta arroganza e scherno in tasca, quindi, o mi alleghi una moneta da un centesimo nel prossimo numero che comprerò.
Dopodiché potrà darmi dello stronzo quanto le pare e fare il suscettibile quanto le va.
Finché ciò non avverrà, lei è pagato, magari poco ma comunque pagato, per essere quello che “divaria”, io quello che cresce leggendo ciò che di mio non saprei produrre o si lamenta, genera “vivaci discussioni” che lei si augura ma non mi pare sia particolarmente in grado di sostenere, quando ciò non avviene.
“magari avessimo un paio di redattori che stabilmente si potessero occupare del sito on line, perché, sa, occuparsi di un sito e farlo bene richiede tempo, attenzione, impegno, cura.”
Su questo non ci sono dubbi.
La riflessione da me suggerita in conclusione del mio precedente intervento era esattamente questa.
Con immutata stima (per il giornale che merita barricate perché sia in edicola il più a lungo possbile e certamente anche con lei),
un lettore pagante e felice d esserlo per il rispetto che ha del termine “qualità”.
(che lo porta al giramento di balle ogni qual volta la sente vacillare un po’ a causa di incontenibili protagonismi personali)
Lanfranco Caminiti
28 maggio 2010 at 08:08
Mio caro – mi permetterà, spero, la confidenza, visto che segue i miei post – lettore Broono. Vorrei avere la sua intellettuale brillantezza – ogni giorno una strabiliante idea nuova, senza stare a ripetersi, “che barba, che noia” – ma sono ricorsivamente ossessionato da pochissime questioni, che so, la crisi, le questioni del lavoro e della democrazia. l’impastoiamento dei movimenti sociali. Di queste scrivo e riscrivo aggiungendo ogni volta una virgola o un punto, e provando pure a mettere qualche concetto nuovo fra i segni delle interpunzioni. Tra queste poche ossessioni, l’idea che senza un leader forte, capace di coagulare positivamente una serie di fattori, l’opposizione non batterà mai Berlusconi. A me quest’idea non sembra scontata, tutt’altro. Sa, sono ancora scottato dalle elezioni comunali di Roma dove io credo che il principale fattore della vittoria di Alemanno sia stato la candidatura di Rutelli. Ma, se vuole, posso elencarle una serie di elezioni perdute dall’opposizione per questo fattore. L’opposizione non può permettersi di fare come Berlusconi che elegge chiunque, il suo estetista, il suo fisioterapista, il magazziniere degli spogliatoi del Milan, perché è lui l’acchiappatutto. L’opposizione, o meglio il Pd, crede che siano i partiti a dover decidere e a fare la differenza, perché è la “politica” che decide, ovvero i politici che decidono. E’ un’idea da Prima Repubblica, se vogliamo dare nobiltà al concetto e non limitarci alle beghe di bottega: un leader debole garantisce la democrazia. Tutti i partiti della Prima Repubblica operavano in tal senso. Il berlusconismo ha modificato profondamente la percezione sociale di questo aspetto. Possiamo chiacchierare quanto vuole sui caratteri storici di questa complessa questione, ma, al dunque, il modo più diretto è dire un nome. E dire di no, e proporne un altro, e dire di nuovo di no e proporne un altro ancora. Fare spallucce come fa lei, finisce con l’assimilarla – spero non me ne vorrà – a quei furbacchioni che procrastinano la cosa per gestirla loro o a quei pensatori profondissimi, e già sconfitti “a tavolino”, che la considerano indifferente.
Si aspetti, quindi, ulteriori miei commenti, ovvero qualche virgola e punto in più, sull’argomento. Se ha qualcosa da dire, la dica, se ha un nome da fare, lo faccia, altrimenti passi avanti.
E qui dico la mia sull’unica proposta del suo post, che il sito debba cioè essere «l’estensione» del giornale di carta, riproducendo i suoi articoli a vantaggio di coloro che non lo comprano, e colmare così il «divario» contenutistico tra un giornale di carta che è seriosissimo – grazie – e un sito che è arruffone – arruffone sarà lei. Vede, io la penso esattamente al contrario di lei. Penso che un sito di un giornale lo facciano soprattutto i suoi lettori, sennò è una riproduzione in vetrina: sono i lettori che divariano e non i contenuti, sono i linguaggi e le forme che divariano, non i contenuti. Bastano due post volgari per rendere volgare subito un thread, bastano due post depressivi per chiudere una discussione, e, al contrario, bastano due post vivaci per vivacizzare una discussione. Penso pure che i siti on line dei giornali digitali non abbiano mai fatto acquisire neppure un lettore di carta. Le basterà confrontare i dati delle vendite – stabili o in discesa per la carta – e delle visite – stabili o in salita per il digitale, e vale per qualsiasi testata. La questione si pone, da qualche tempo, in forma di sostituzione, ovvero o smettere la carta e passare tutto al digitale o far pagare il digitale a chi ha dismesso la carta. Non credo che la sostanza cambi, sia il Guardian, il New York Times, la Repubblica o Gli Altri. Cambiano i numeri. Avendo anche collaborato a più d’un sito di giornale di carta, mi sono pure fatto un’idea, che esista una sorta di plafond dei lettori digitali, che ha una qualche proporzione con quelli di carta, e che da lì non ci si schioda. Ma il moltiplicatore-motore resta la carta. Io direi invece: magari avessimo un paio di redattori che stabilmente si potessero occupare del sito on line, perché, sa, occuparsi di un sito e farlo bene richiede tempo, attenzione, impegno, cura. Che ci possano essere difformità non mi preoccupa granché, l’importante è tenere la discussione sempre desta, “alta”. Non su «approfondimenti»: un sito non serve agli approfondimenti, gli approfondimenti vanno su supporto, su cd o dvd, oppure – come il sole24ore – si fanno pagare. Un sito così sarebbe prezioso per Gli Altri, non credo se per guadagnare lettori di carta, di certo per intrecciare vivaci discussioni, un modo che alla carta è vieto e vietato. Per ora contentiamoci di quel, poco, che abbiamo.
Magari con un pizzico di vivacità in più.
stato confusionale
28 maggio 2010 at 07:32
PRODI NO, e ci potrebbe pure stare, poi te ne esci con Draghi, passami il numero del pusher che c’ ha roba micidiale.
ps state alla canna del gas….
Broono
27 maggio 2010 at 18:41
“con tutto il rispetto ma” anche Draghi “abbasta”.
No, così, tanto per metter lì la domanda sul perché a distanza di pochi giorni l’autore del post riproponga per la seconda volta lo stesso post sulla stessa tesi con lo stesso nome.
E’ vero che nei commenti del precedente ha precisato il fatto che questa tesi è indipendente rispetto al giornale, ma è anche vero che il sito è del giornale e se (il giornale) magari controllasse un po’ il traffico evitando di riproporre post ripetuti con un paio di virgole cambiate, ne guadagnerebbe, in un momento di esordio nel quale fare figure del genere non è proprio la scelta più furba per “fidelizzare” quanti sono riusciti a guadare il fiume provocato dalla recente sequenza di post sull’episodio Cpound.
O anche questo tema verrà riproposto a nastro finché qualcuno non chiuderà la questione dicendo “Va bene, ok, Draghi”?
Con rispetto per l’opinione contenuta nel post, ovviamente, che in quanto personale merita il dovuto rispetto ma anche, in quanto personale appunto, apposto spazio web diverso da quello di un giornale, se è considerata tanto dirompente da meritare ripetizione settimanale.
Chessò…un blog apposta dove riscriverlo settimanalmente tipo mantra.
Insomma, per chiudere, tra quelli che vengono qui non credo siano pochi quelli che ci vengono per trovarvi un’estensione del giornale e con la marea e la qualità di argomenti offerti dalla versione carta sui quali potrebbero aprirsi approfondimenti uno via l’altro e uno più interessante dell’altro, la scelta dei post degli ultimi tempi risulta quantomeno curiosa.
Piuttosto riproponete gli articoli che pubblicate su carta.
Ce ne sono alcuni che la gente che viene qui ma non compra il giornale sicuramente leggerebbe con estremo interesse e con i quali magari convincereste uno in più che quei due euro sono davvero ben spesi.
Poi oh, fate come volete ovviamente.
Certo il divario (contenutistico) tra il giornale e il suo sito è una questione sulla quale qualche riflessione potrebbe non essere così sbagliata.
Ambrogio
27 maggio 2010 at 14:55
Prodi è l’ultimo che ha fatto qualcosa di sinistra.
Dopo il vuoto…..
Ora Nichi!
tommaso
27 maggio 2010 at 14:39
Ric e Gian?
Paolo
27 maggio 2010 at 12:51
Non capisco proprio perché dovremmo affidarci al banchiere Draghi… Abbiamo bisogno di un governo radicalmente riformatore, di una nuova idea di società e la scelta di Draghi andrebbe in totale contrapposizione con questa che secondo me è un’esigenza profonda per l’Italia.
david
27 maggio 2010 at 10:54
Si …con tutto il rispetto per Romano Prodi, sicuramente il più decente leader che il centrosinistra (o forse l’unico decente) ha espresso, sicuramente l’unico che ha vinto le elezioni, sicuramente persona capace per il futuro vorremmo un leader che sia capace di rappresentare anche altre generazioni del paese. Certo non siamo di fronte a Veltroni che contro ogni evidenza ci vuole riprovare, non siamo di fronte a D’Alema che passa il tempo nelle trame, non siamo di fronte a Rutelli (il centrosinsitra pure Rutelli candidò). Però appunto poiché Prodi è un leader intelligente e vincente non è proponibile perché chiudere questa stagione è essenziale per l’italia. E contando sulle sue capacità comrpenderà che il suo contributo dovrà essere un altro.