Socialize

FacebookTwitter

Angelo è tornato

Valentina Ascione Pubblicato da
il 25 maggio 2010.
Pubblicato in CARCERI di Ascione, gli Altri, Rubriche.

Angelo è tornato a casa. Sono passati tre anni. Un tempo che, come ferite profonde, ha scavato segni indelebili nella memoria di un ragazzo che ha appena varcato la soglia dei trent’anni. E pensare che alla vigilia della partenza non stava più nella pelle, lui. Giovane cuoco, di Bobbio Piacientino che all’estero non aveva mai messo piede. Mai superato i confini italiani. In quel gennaio del 2007 si apprestava a mollare gli ormeggi per un lungo viaggio verso lidi lontani. In uno tra paesi più affascinanti e contraddittori: l’India. Potenza emergente e ricovero dei più poveri tra i poveri. Due mesi a disposizione per vedere e conoscere il più possibile.
Per battere il territorio di una cultura così diversa dalla propria. Le settimane erano trascorse veloci e tranquille, in compagnia dell’amico Simone. Il viaggio volgeva ormai al termine. Pochi giorni ancora e Angelo avrebbe fatto ritorno in Italia, dai suoi cari, con la valigia piena di bei racconti. Ma anche drammatici. Gioiosi, ma tristi come i bambini che scorrazzano per le strade di Dheli, aggrappati ai finestrini delle auto, o alle caviglie dei turisti nel tentativo di strappare un obolo. Scorreva tranquilla anche quella notte di marzo a Mandi, in una vallata dell’Himachal Pradesh, dove Angelo e Simone alloggiavano a pagamento in una casa piuttosto umile di proprietà di due indiani. Poi l’irruzione degli agenti nel loro sonno. Il rumore, la confusione, la lingua incomprensibile. L’arresto, la scoperta di essere ospitati da due pregiudicati e l’accusa di “traffico internazionale di droga”.
La polizia di Mandi sosteneva di aver fermato i ragazzi e i due indiani diretti in auto verso l’aeroporto di Delhi, con a bordo di 18 chili di hashish. Droga che però in sede di processo non sarà mai mostrata. Accuse ai limiti del grottesco prendono forma da un verbale pieno di contraddizioni, scritto in lingua indi, che Angelo e Simone sottoscrivono senza che qualcuno glielo traduca. Alla cieca, dunque: senza aver capito una parola. Una firma sotto la propria condanna a dieci anni di reclusione, che da turisti alla prima esperienza all’estero li avrebbe trasformati in trafficanti internazionali.
L’innocenza di Angelo sarebbe probabilmente stata solo un’arma spuntata se il papà, Giovanni, carabiniere in pensione, non avesse preso in mano la situazione; mobilitato il governo italiano, anche con uno sciopero della fame, affinché il figlio non fosse lasciato solo. È andato fin lì Giovanni, nella prigione di Nahan a verificare le condizioni di Angelo – detentive, fisiche e psicologiche – e degli altri italiani reclusi in India. Al suo fianco, in questo viaggio come nell’intero corso della sua vicenda, la deputata radicale Elisabetta Zamparutti, autrice di numerose interrogazioni parlamentari su questo caso. Il 3 dicembre 2009, la sezione dell’Alta Corte di Shimla ha assolto in secondo grado Angelo Falcone e gli altri coimputati da tutte le accuse ordinandone l’immediato rilascio. Lungaggini burocratiche hanno permesso il rimpatrio del giovane di Bobbio solo lo scorso 16 maggio, dopo un’odissea giudiziaria durata oltre tre anni. Ora che l’incubo di suo figlio è finito, Giovanni Falcone continuerà a portare avanti la battaglia ingaggiata per i diritti umani dei detenuti italiani all’estero. Soprattutto di quelli che, al contrario di Angelo, non possono contare sull’amore incrollabile di un padre.

Be Sociable, Share!
Puoi seguire gli aggiornamenti di questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Both comments and pings are currently closed.

2 Responses to Angelo è tornato

  1. lia

    27 maggio 2010 at 03:40

    Quando leggo una definizione come questa, “un ragazzo che ha appena varcato la soglia dei trent’anni”, mi passa la voglia di continuare. In un uomo di tren’anni le cellule hanno cominciato a invecchiare già da circa una decina d’anni……..

  2. Broono

    26 maggio 2010 at 12:05

    Purtroppo chiunque abbia avuto la sventura di attraversare una vicenda personale svolta su tavoli internazionali, ha avuto modo di constatare la reale qualità della nostra rete diplomatica, così lontana da quella percepita quando in “patria” si ama tanto cirocandarsi di concetti quali “prestigio intenazionale”.
    Nessuna polemica contro questo o quel governo.
    Purtroppo il problema è storico e non ascivibile alle singole scelte di singole figure istituzionali.
    Fuori dagli schermi tv e dall’attenzione che saltuariamente i casi più eclatanti riescono in qualche modo a ritagliarsi, là dove in qualche modo possono generare anche qualche tipo di vantaggio per questa o quella parte in termini di ritorno mediatico, esiste un mondo nascosto fatto di migliaia di piccole (in termini di enfasi suscitata, naturalmente) storie umane abbandonate nel silenzio della sola personale tenacia dei protagonisti e dei loro sfortunati familiari, che se messe insieme lungo un’ipotetica linea farebbero diverse volte il viaggio terra-luna andata e ritorno.
    E che soprattutto restituirebbero un quadro del peso politico della nostra nazione all’estero ben diverso da quello raccontato dalle grancasse così trionfanti di retorica e di orgoglio di patria.

    Poi ognuno ha la propria esperienza, naturalmente.
    Diciamo che farsi un’idea della diplomazia internazionale italiana basandosi sui tre casi che arrivano in tv, offre le stesse possibilità di farsi un’idea realistica di quante, sul piano delle carceri, una visita al carcere di Opera ne offra per farsi un’idea del sistema penitenziario nazionale.