Edoardo Sanguineti aveva iniziato quasi per caso la collaborazione con il nostro settimanale. Per lui marxista rigoroso dovevamo rappresentare un universo un po’ esotico. Eravamo convinti di stupirlo con le nostre provocazioni per così dire, poco ortodosse. E invece era sempre lui che stupiva noi. Era un’avanguardia Edoardo, un’avanguardia vera. Ci mancherà molto. Ci mancheranno le sue parole e ci mancherà la sua infinita dolcezza.
Ciao Edoardo, che la terra ti sia lieve…
Gli Altri
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Edoardo Sanguineti è morto. Era un poeta ostinatamente non poetico, uno scrittore che aveva voluto dimenticare la sintassi, un marxista intelligentissimo, un critico pieno di ironia che amava Dante e credeva che le forme avessero più significato delle storie. Che manipolare la lingua è un atto che riassume in sé la poesia e la politica, e che soltanto i cattivi poeti lavorano direttamente sulle emozioni. Per questo motivo per decenni ha continuato a spaccare le strutture, la sintassi, il lessico.
Sanguineti devastava ogni elemento della lingua, poi ne raccoglieva i frantumi e li strofinava gli uni sugli altri, ci buttava dentro altri versi di altri poeti, qualche nome di stazione ferroviaria, altre robe incomprensibili scritte in tedesco o in inglese o in greco antico e in un giro lunghissimo di frase (che era in realtà una frana di suoni, che erano in realtà un concerto stranito e rabbioso e stonato), se riuscivi a arrivare alla fine, se ti fidavi di lui e del suo procedere apparentemente privo di direzione, ti faceva vedere delle cose. Erano spiragli di luce o di esperienza che balenavano in quel marasma, piccole esplosioni interne che si radunavano e crescevano come in un pezzo di musica elettronica. E all’improvviso ti fulminavano in una chiusa che non ti aspettavi. Ma insieme, e forse soprattutto, quel che risuonava nel furore visionario di Palus Putredinis (il primo, anonimo io che si leva dal primo verso del suo primo libro) era più di poesia: era un progetto di società. Era la pretesa probabilmente assurda e nevrotica di chi alla letteratura ha dato tutto: la chiave di lettura del reale, la capacità di inventare alternative, il compito di opporre un rifiuto categorico allo strapotere di un esistente poco amato che trova insieme legittimazione e sostegno nella linearità sintattica (borghese, avrebbe detto forse lui) della lingua.
poi si ballò tutti, anche
Micha, nel salottino; attraverso Cerisy, Canisy, Coutances, Regnéville; (ma il 12
luglio era chiuso il Louvre, martedí);
e scrisse (sopra un foglio a quadretti):
“pensavo che non posso guardarti in faccia”; e: “mi dispiace per te”;
e ancora scrisse (mia moglie): “sta male”;
e poi a Gap (H.A.),
(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare (dissi);
che noi (quasi piangendo, dissi); (e volevo dire, ma quasi mi soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:
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Enrichetta
21 maggio 2010 at 10:33
Sanguineti scrisse questo,: “Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare.”
quindi si capisce che non concordo, resta il fatto che la sua bellezza non viene cancellata.
Enrichetta
21 maggio 2010 at 10:32
Un dolore sordo ho provato.
E’ vero come dice “un compagno romano” loro ci odiano, noi non dobbiamo odiare, pena metterci al loro livello, ma certamente lottare, chi non lotta ha già perso, lottare anche con la poesia, con la cultura, con la nostra capacità di creare estetica.
Non riesco a dire aòltro perchè il dolore è davvero ancora troppo intenso.
agramm
21 maggio 2010 at 03:06
la ricordavo, ma da dove è tratta ?
Un giovane compagno romano
20 maggio 2010 at 14:29
Da: L’odio di classe
“Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. “Loro” sono i capitalisti, “noi” siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma «tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro.
A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione. E’ il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. E’ un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza.
Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto? Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale.
E’ importante riaffermare l’esistenza del proletariato. Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Poi c’è il sottoproletariato, che ha problemi di sopravvivenza e al quale la destra propone con successo un libro dei sogni”.
Edoardo Sanguineti
Genova, gennaio 2007
Miro Renzaglia
19 maggio 2010 at 14:27
Spero nessuno se abbia a male
E’ MORTO UN POETA. EDOARDO SANGUINETI
di miro renzaglia
Una vita dedicata alla poesia. Quella di Edoardo Sanguineti, morto ieri, all’età di 79 anni nella città, Genova, dove era nato il 9 dicembre 1930. Il poeta è morto nel corso di un intervento operatorio le cui circostanze sono oggetto di indagine.
Fine intellettuale, teorico e critico letterario, autore di teatro e docente di letteratura all’Università del Capoluogo ligure, Sanguineti segnerà ancora a lungo il percorso della scrittura poetica italiana. La sua attività prende via, lui poco più che ventenne, con le prime raccolte, Laborintus (1956) e Opus metricum (1961). Proprio nel 1963, darà vita insieme a Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Luciano Anceschi e molti altri, alla esperienza di rinnovamento poetico più profonda del Novecento italiano, dopo il Futurismo: quella del Gruppo 63 che, nel suo nucleo essenziale: Giuliani, Sanguineti, Pagliarani, Balestrini e Porta, s’era già raccolto nell’antologia de I Novissimi nel 1961.
La poesia di Sanguineti è poesia politica in estensione fra lettura ideologica, marxista e strutturalista dei piani della scrittura e attenzione a quelle “umane faccende” che si svolgono, seminascoste e talvolta perfino intimamente tra le pieghe della grande narrazione della storia. Nonostante le tutt’altre ascendenze della politica in senso stretto, il poeta genovese non aveva difficoltà a riconoscere un proprio debito di apprendistato con Ezra Pound, tanto da accettare di buon grado di essere definito da Umberto Eco “poeta post-poundiano”. Era proprio in Pound e nel Vorticismo, infatti, piuttosto che nei futuristi che Sanguineti e, con lui molti dei poeti del Gruppo 63, trovarono la chiave di superamento del fin lì dominante Ermetismo.
Una scrittura materialista, la sua. Dove per materialismo non va inteso solo il principio marxiano del termine quanto, piuttosto, il concepire la parola come materia viva da lavorare e trasformare ai fini di un linguaggio che non si voleva più ripiegato sul suo significato ma che cercava nel significante nuove strutture argomentative. Una ricerca tutta sperimentale che lo porterà negli anni Settanta a sviluppare un discorso se non “al termine della parola” sicuramente in zone molto prossime ai “giochi di parola”.
E’ il tempo Wirrwar (1972) Postkarten (1978) Stracciafoglio (1980) e Scartabello (1981), fino a quel Gatto Lupesco (raccolta che racchiude il lavoro tra il 1982 e il 2001) che contiene la più chiara definizione del suo estremo approdo poetico, Cos’è la poesia: «la linea (lunga che, larga che) lista / (unifica, univerte, ulcera, ustiona), / con campi e cerchi, critico e cronista: / (informa e incide e imprime, idolo e icona): / Arti e artefatti articola in artista / nessi di nodi di nuda non persona, / occhi ottativi in ottimo ottimista: avventi e apofobie, se avverbia, aziona: / normale normativa nutre nomi, / concilia congiuntivi e congiunzioni, / esprime esclamativi, elude encomi: / succhia i supini, è soma in semi ne in stomi: / chiavi e chiodi conchiude in cavi coni, / indica indicativi in ipoidiomi:». Un approdo che ha nell’ironia e nell’autoironia la cifra tangibile dello stile.
In un’intervista del 2003, a cura di Marina Giardina che gli domandava: «Quale è il disordine da cui noi oggi dobbiamo uscire? Quale palus putredinis? Quali modelli?», rispose: «La poesia deve rifiutare i modelli. Si continua a tornare all’ordine quando invece bisogna tornare a quel disordine».
«Quel disordine» a cui intendeva essere necessario continuamente ritornare per rifiutare i modelli imposti, a noi piace dare il nome di vita. Che è poesia.
Hab Levi
18 maggio 2010 at 16:38
sincero cordoglio