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Intervista a Silvia Avallone: “Racconto gli operai che tirano coca e sognano la Golf Gti Turbo”

Davide Varì Pubblicato da
il 30 aprile 2010.
Pubblicato in Cultura, gli Altri, Lavoro.
Da un lato i palazzoni grigi e brulicanti di umanità derelitta di Via Stalingrado a Piombino – un luogo immaginario presente in tutte le province italiane – dall’altra, il respiro del mare oltre il quale c’è l’Elba, simbolo di una vita borghese, agognata e disprezzata ad un tempo. E poi la Fabbrica, la Lucchini, quel mostro che dà lavoro e morte, condanna e assoluzione, speranza e disillusione. Infine, Anna e Francesca, due ragazzine di 14 anni che scoprono l’amicizia, il sesso e l’amore come nel più classico dei romanzi di formazione. Ė Acciaio, opera prima di Silvia Avallone, uno dei libri favoriti per la vittoria dello Strega. Inutile dire che lei, ventiseienne fresca di laurea in lettere, mai e poi mai si sarebbe aspettata tanta attenzione e tanto favore della critica. E mai si sarebbe aspettata la reazione violenta dei piombinesi che si sono sentiti offesi da una descrizione così brutale e torbida della propria città e della propria comunità. Ma la colpa di Silvia Avallone non è solo quella di aver descritto senza filtri l’universo della provincia industriale, l’altra colpa originaria è quella di aver desacralizzato il mito novecentesco dell’operaio. Di averlo rappresentato come un uomo, esattamente come un uomo: con le suo forze e le sue debolezze, le sue oscenità e le sue fragilità, mettendo nero su bianco una realtà che per una buona parte della sinistra italiana è ancora inconfessabile: anche l’operaio se ne fotte della politica e del bene pubblico, anche l’operaio si fa di cocaina, anche l’operaio sogna la golf Gti turbo.
Davvero Piombino è quest’inferno?
Nessun inferno. Com’è noto via Stalingrado non esiste, è un luogo immaginario.
Neanche troppo immaginario a sentire i piombinesi che, dicono loro, hanno riconosciuto gli stessi luoghi e gli stessi “volti”…
Sì, alcuni di loro, ma solo alcuni, mi accusano di aver descritto in modo eccessivo il degrado dei quartieri popolari. Il fatto è che il mio non è un reportage ma un romanzo, solo un romanzo. E poi il punto è un altro.
E quale sarebbe?
Il punto è che ormai ci si vergogna della povertà. Ma è proprio lì che io vedo la bellezza. Ė nella dignità delle persone che vanno avanti con fatica che io vedo la verità. Non certo nell’Italia patinata di questo inizio millennio. La povertà e l’emarginazione fanno parte del nostro paese. I palazzoni grigi, i quartieri dormitorio e, come dire, le via Stalingrado d’Italia esistono, sono davanti ai nostri occhi. La vera colpa è il processo di rimozione che cancella questi luoghi, che li rende inesistenti. Le vie Stalingrado di Milano, Sesto San Giovanni, Roma e Napoli son vere, reali e non sono certo un romanzo. La letteratura è libera, la letteratura vera non è ideologica, non può esserlo, per questo ha il diritto e forse il dovere di svelare questi universi. Ripeto, anche la loro bellezza.
A questo punto devo chiederti cos’è per te la bellezza?
Io credo che ormai il messaggio della bellezza patinata e da rivista abbia trionfato. Eppure io mi ostino a pensare che la bellezza sia nell’umanità delle persone. E credo anche che se vogliamo cambiare questo mondo dobbiamo avere il coraggio di raccontarlo. Raccontarlo per quello che è.
Le critiche sono arrivate anche da una parte della sinistra che non ti perdona di aver messo in crisi il mito dell’operaio.
Ma non è certo una mia responsabilità se gli operai non si sentono più Classe nè si sentono rappresentati da un’unica identità e appartenenza politica. M poi io mi chiedo: siamo sicuri che questo sia necessariamente un male? Siamo sicuri che restituire complessità e, perchè no, contraddizione e fragilità a chi lavora in fabbrica sia un’operazione necessariamente negativa? Non credo che abbiano diritto alla dignità solo se cantano Bella ciao.
E quel’operaio morto sul lavoro perchè era fatto di cocaina? Ce n’era proprio bisogno?
Certo, tra gli operai ci sono anche tossicodipendenti, mi sembra assurdo che qualcuno possa pensare il contrario. In quel caso ho voluto prendere in caso limite ma un caso limite del tutto verosimile. Ma davvero qualcuno pensa che a tirare cocaina siano soltanto i figli di papà?
L’altra accusa, come vede ce ne sono diverse, è quella di aver creato un romanzo furbo, un prodotto di marketing editoriale in cui c’è un po’ di disagio adolescenziale, un po’ di sesso e un pizzico – il giusto – di violenza…
Questa è l’accusa peggiore. Quando scrivo non penso al tipo di lettore nè alla resa editoriale, figuriamoci…
Le protagoniste sono due adolescenti, due ragazzine che si innamorano. Solo loro sembrano l’unica possibilità di redenzione di quel mondo che, pure, le accerchia.
Sono adolescenti, vivono il momento delle infinite possibilità. Non sono ancora segnate, disilluse, sfiancate dalla vita. Ma la loro è un’età anche molto complicata, lontana anni luce dalla visione edulcorata. Sono inquiete ed impaurite. L’adolescenza è spesso un periodo terribile anche se molto intenso.

Le donne, le donne mature, sono invece schiacciate in modo irreversibile.
Sì, ma non è un dato esclusivamente di genere. Anche gli uomini vivono la maturità come il momento della disillusione. E’ una dato ontologico che accomuna tutti. C’è da dire che le donne sono schiacciate anche socialmente oltre che esistenzialmente. Le mie donne sono spesso improgionate dentro la famiglia nella quale hanno investito tutta la propria esistenza.
E della condizione delle donne di quest’Italia che ne pensi?
Vorrei una donna che potesse scegliere la propria vita. Che sia escort, casalinga, donna manager, l’importante è che sia messa in condizione di avere la possibilità di costruire il proprio futuro.
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11 Responses to Intervista a Silvia Avallone: “Racconto gli operai che tirano coca e sognano la Golf Gti Turbo”

  1. Sergio

    12 settembre 2010 at 12:24

    I Piombinesi si sono offesi? Ma perchè? Il libro non è un atto di accusa nei confronti di nessuno in particolare! Le cose stanno così a Piombino, come a Milano, Torino, Genova, Napoli….: gli operai per troppi anni hanno dovuto ascoltare i discorsi, spesso sterili, delle sinistra e, purtroppo, il canto delle sirene borghesi (le TV berlusconiane) ha avuto la meglio…. e ora i loro miti sono altri, non certo Che Guevara…. insomma la coscienza di classe è sfumata. Silvia Avallone ha scritto un bel romanzo che non ha la pretesa di essere una pietra miliare della letteratura ma semplicemete “un bel romanzo” che parla delle frustrazioni di chi lavora in fabbrica e – che c’è di male – di amicizia, sesso e violenza.

  2. francocordiale

    12 agosto 2010 at 12:59

    Piaccia o no, bello o scadente romanzo che sia, Acciaio della signorina Avallone rispecchia certi caratteri della letteratura di massa odierna, in cui non mancano certo gli STEREOTIPI, sia di concetto, sia di linguaggio. Credo che siano proprio questi la chiave del successo editoriale del libro, inevitabilmente “giovanilista” e “moccioso” (sull’onda di “tre metri…”). Che poi sia travestito da “romanzo operaio” sembra un espediente per “intellettualizzarlo”: non è certo “La vita agra” di BIanciardi! Vorrei sapere come far pervenire ai signori “editors” un romanzo diverso… Quali salotti bisogna frequentare? PS:sono un signore un po’ avanti d’età e con pochi quattrini…

  3. Ariel 54

    5 agosto 2010 at 18:29

    Non ho letto il libro ma, immagino, che ci sia poco d’inventato, al massimo è una visione parziale come tutti noi l’abbiamo per mille situazioni, anche quando ci viviamo in mezzo.
    Ricordo il film “La scuola” nel quale molti insegnanti, e studenti, si sono immedesimati. L’insegnante migliore era una donna ormai anziana che era stata maestra. La più giovane aveva paura di entrare in classe, eppure era la stessa classe! Tutto molto vero! Certo l’autore aveva il doppio degli anni ed una certa esperienza.
    La classe operaia è il motore dell’economia, ancora oggi. Ma viene disprezzata da una classe politica che se ne frega e la ignora.
    Marchionne fa il suo mestiere ma nessuno mette un argine o cerca di fare degli accordi compatibili con una vita decente.
    Già ora sono loro che pagano le tasse per il lavoro degli statali, visto che i padroni portano i capitali all’estero. Insieme agli agricoltori, vengono pure trattati male. La vedo nera,con un numero di veri lavoratori sempre minore.
    Per quanto riguarda la Golf me la sono sempre sognanta anche io, nonstante faccia un lavoro privilegiato ma, aimè, pagato molto male.

  4. alberto

    5 maggio 2010 at 12:09

    Certo che vedere la mia Città, dalla quale manco da un pò di tempo, rosa dalla gelosia per una scrittrice giovanissima, esordiente, che ha dimostrato con la pubblicazione del romanzo le sue ottime qualità , mi fà un grande dispiacere.

    La maggior parte di quelli che parlano del libro non l’hanno letto, a Piombino il libro non lo vendono? o forse sono troppi 18,00 euro ?

    I Piombinesi , tutti, hanno perso un’altra occasione, avrebbero potuto volgere a loro favore tutta la faccenda in mille modi, per il semplice fatto che ha ragazza ha fatto il Liceo a Piombino, ( o sono scemi pure gli insegnanti del Liceo?) è figlia di un piombinese ed ha vissuto in quell’ambiente .

    Ma cosi vanno le cose, mentre gli altri avanzano , Piombino indietreggia, ci sarà pure un ragione, vero?
    Saluti

  5. marco

    4 maggio 2010 at 19:22

    Non ho letto il libro, i premi letterari ormai sono solo strumenti delle case editrici,ma leggere come vede una “situazione” una ragazza di 26 anni, che non era ancora nata quando la sinistra ha tirato i remi in barca (tanto per rimanere a oggetti delle nostre parti) e’ utile. Ognuno di noi vorrebbe che gli altri leggessero la realta’ con le nostre chiavi di lettura ma e’ giusto cosi’, che i giovani non ci capiscano,perche’ non gli abbiamo mai spiegato perche’ avevamo altri miti, o gli stessi miti visti in maniera diversa, e la nostra storia la facciamo raccontare a Repubblica.

  6. DJ Karanka

    3 maggio 2010 at 15:05

    E se un operaio sogna il Golf – e magari se lo compra pure, come molti che conosco? Che c’è di male? Cosa deve sognare un operaio, di andare in
    giro in bicicletta con la camicia di sacco uguale per tutti à la Mao Tse Tung?
    Oppure di stare in lista d’attesa per vent’anni per avere una squallida automobile di stato come in Corea del Nord? Ditemi voi.

  7. Franco

    2 maggio 2010 at 22:10

    Certo Marco,sono daccordo l,Elba vita borghese ne ha poca specialmente
    la parte mineraria,a Rio Marina sembra essere a Piombino,molti lavorano
    alla Lucchini.X quanto riguarda l,ambizione dei Piombinesi x l,Elba non esiste
    perkè molti Piombinesi sono di discendenze isolane.La Fabbrica raccontata
    nel libro non esiste,si capisce che la immaginata solamente poi sono clichè
    ormai vecchi,ci può credere solo un abitante di Roma nord.cmq non mi piace il premio Strega non piace nemmeno il liquore Strega non mi piacciono nemmeno
    i salotti mediatici della RCs questi sono bambini solo dà zecchino d,oro.

  8. marco

    1 maggio 2010 at 16:53

    Non ho letto il libro ma conosco un po’ quella parte di Toscana, abbastanza per sapere che l’ Elba di vita borghese ne ha poca anche se soldi ne girano e ne sono girati tanti. Comunque Piombino e’ una citta’ dove il numero degli operai dell’ industria e’ diminuito in maniera consistente, credo dimezzato. Anche la popolazione e’ diminuita. Non da l’ idea di citta’ ricca ma di citta’ ex-operaia. Non so se “se ne fotte della politica” ma l’ appartenza alla sinistra e’ sempre sentita, dove sinistra e’ soprattutto PD che ha una percentuale elettorale superiore a quella toscana. Esistono molte Italie e si possono conoscere solo vivendoci perche’ i media, di destra o sinistra, danno un idea distorta e propagandistica del “paese”. Ben venga qualche libro che racconti storie anche parziali ma con un minimo di presa diretta.

  9. Carla Brenci

    1 maggio 2010 at 09:30

    Io invece credo che Acciaio sia un bellissimo libro . l’operaio e’ diventato, suo malgrado, un’icona del novecento e questo lo ha ridotto mero paradigma, a icona per l’appunto. E un’icona non e’ mai un uomo

  10. pietro ancona

    1 maggio 2010 at 07:35

    Rara stupidità ed ignoranza che condiscono una voglia a mostrare gli operai come il subproletariato descritto da Pasolini e altri. L’autrice non sa nulla della coscienza operaia, dell’alienazione, dagli studi fatti da Marx e dal marxismo e che sebbene dileggiati da epigoni felloni sono sempre validi.
    Il socialismo non ha mai descritto l’operaio come superpersona capace di incarnare ideali profondi e di realizzarli. La coscienza operaia è un prodotto della società in cui viviamo ed anche dal grave degrado e disgregazione di una sinistra che si è arresa al liberismo ed all’individualismo e che ha cambiato classe. Oggi rappresenta la borghesia. Basta leggere il decalogo del partito sexi di Enrico Letta o la proposta di Vendola che vorrebbe fare un centro-sinistra con Casini e Caltagirone.

  11. Franco

    30 aprile 2010 at 22:24

    Un libro molto infantile come infantile e stato il suo comportamento nei confronti
    della citta,respingendo critiche, e comportandosi da prima della classe la quale vuole sentirsi solo brava.A silvia gli ha fatto bene visitare Porto Azzurroi, e la Lucchini; realtà che prima del libro aveva solo immaginato.Un libro pieno solo di luoghi comuni a molti film commedia.Forse la futura scrittice non sa che nell,ultimo conflitto mondiale gli operai da lei vituperati nascosero i torni ai tedeschi che volevano portali in germania x difendere la loro fabbrica.Realta e finzione sesso droga amori adolescenziali si fondono in un romanzetto trash
    forse autobiografico.