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L’Italia non c’è più

Lanfranco Caminiti Pubblicato da
il 29 aprile 2010.
Pubblicato in gli Altri, Politica.
Non c’è alcuna contraddizione nell’affermare che la spinta propulsiva del berlusconismo sia esaurita e che la destra stia trionfando. Almeno, se si considera il berlusconismo, come è stato, non solo un sistema di potere ma una performance in grado di entusiasmare, convincere e incantare gli italiani, o quanto meno di tenerli inchiodati alle poltrone a godersi gag e battute dello spettacolo fino alla fine. Forse l’incantatore ha stancato, le barzellette si ripetono e fanno ridere di meno, oppure, solo, c’è voglia d’altro, di più “forte”. Ma l’indebolirsi del berlusconismo – che non significa per nulla l’uscita di scena di Berlusconi – non sembra comportare uno spostamento del sentire nazionale verso la sinistra, quasi la storia si muovesse secondo le regole fisiche del pendolo e della gravità. Accade, è accaduto, dove c’è una forza di narrazione capace di fare da polo opposto all’altra, dove c’è una credibilità e un’autorevolezza capaci di attrarre poteri e opinioni, strutture e popolo. Ma la sinistra, da lungo tempo, non è una politica affluente, egemone; sembra, semmai, chiusa in fortino, a difesa di quanto ha accumulato da assalti sempre più ravvicinati, vedendosi lentamente erodere postazioni su postazioni.
È vero, dal letame nascono le rose, ma più prosaicamente da un mostro nasce un mostro. È il leghismo, piuttosto, che sta soppiantando, come racconto nazionale, il berlusconismo. Dovremmo smettere di considerare la Lega espressione circoscritta di “un” territorio, il nord, e cominciare a vederlo per quello che sta diventando, anzi è già diventato: un “progetto d’Italia”. Se non suona troppo irriverente il paragone, in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, i lumbard di Bossi, i padani, si stanno riproponendo nel ruolo storico che fu dei piemontesi. Questi portarono l’efficienza di una burocrazia, la mentalità europea, la meccanizzazione dell’agricoltura, una forte disciplina militare, la distinzione dello Stato dalla Chiesa. Quelli sulla relazione stretta fra territorio e produttività hanno costruito un “modello politico-amministrativo”. [E mi fermo qui con l’analogia, lasciando alla suggestione di trovare in un presente “rovesciato”, sottosopra, i ruoli che furono di Vittorio Emanuele II e di Cavour, con le camicie verdi al posto di quelle rosse].
Un modello che si è imposto nella provincia del nord, dove elementi di omologazione e analogie sono fortemente riscontrabili, soprattutto dalla “fine” della produttività della grande fabbrica e del suo indotto distrettuale e del lavoro industriale, e dove risulta più convincente per i produttori di territorio, e ha superato – stracciato, anzi, dove il confronto c’è stato – anche il berlusconismo. E va dilagando oltre il ponte di Piacenza, tracimando il Po, verso le regioni “rosse”. Un modello che è restato, almeno sinora, minoritario nelle grandi città – a Torino, a Milano, a Venezia – che hanno storicamente una vocazione cosmopolita ma, soprattutto, che hanno affrontato la crisi dell’industria e la globalizzazione convertendosi, anche perché lo potevano, ai caratteri immateriali della produzione. Il Lingotto di Torino, nel bel film di Wilma Labate, Signorina Effe, dove i due protagonisti dentro un passaggio storico – la lotta a oltranza alla Fiat negli Ottanta e la manifestazione dei 40mila impiegati – si incontrano dopo vent’anni senza riconoscersi in uno spazio che non è più lo stesso, e loro stessi d’altronde non sono più gli stessi, è esemplare per molti versi.
È alla “nascita d’una nazione” quello cui stiamo assistendo, con il suo tasso di aggressività e – per continuare la citazione di Griffith – di intolerance. Che essa passi per disfare l’Italia e disfare gli italiani, così come sono stati ereditati da centocinquant’anni, va da sé. C’era una volta lo spot di un Carosello, in cui un signore viveva l’incubo di vedersi crescere a dismisura la pancia per cattive abitudini alimentari, ma svegliandosi all’improvviso si accorgeva che la pancia non c’era più, e saltava sul letto gridando felice: «La pancia non c’è più, la pancia non c’è più». Ecco, appunto, rovesciando le cose, noi ci stiamo svegliando da un sogno in cui tutto sembrava ancora tenersi, per ritrovarci nell’incubo gridando: «L’Italia non c’è più, l’Italia non c’è più».
Assistiamo alla nascita d’una nazione sotto l’impronta leghista, come l’altra fu sotto l’impronta sabauda. Il tratto comune, nell’un caso e nell’altro sembra essere considerare il sud come un orpello da mettere a regime. Qualche anno fa le battute di Calderoli sui forestali calabresi che avrebbe sistemato in quattro e quattr’otto lasciavano il tempo che trovavano; ma oggi sarebbe sciocco non prendere sul serio Maroni [non alla lettera, ma sul serio] quando pone un’opzione sul prossimo sindaco di Napoli. L’estroso e bizzarro vicesindaco di Lampedusa, signora Maraventano, senatore leghista, potrebbe lasciare il passo a più notabili personalità meridionali.
È questa la nuova “Italia” [le virgolette diventano d’obbligo] che abiteremo? Le camicie verdi arriveranno in Aspromonte?
E c’è un altro racconto d’Italia, che non sia quello statalista e centralista di “Roma ladrona” né quello del “buongoverno” delle regioni rosse – anche la Lega dove governa da tempo è “buona” –, che la sinistra sia in grado di immaginare, di narrare?
Qual è la nuova “patria repubblicana”? La sinistra, sinora, è rimasta impastoiata tra la difesa esegetica e ermeneutica di una Costituzione che è messa sotto scacco dal sentire comune oltre che dalle mutazioni del tempo e la rincorsa nuovista al federalismo.
Avere intuito la relazione moderna fra territorio e produzione, fra formazione della decisione politica-amministrativa e circolazione del denaro è la carta vincente e futuribile della Lega, passata da una difesa sindacale del territorio a un progetto espansivo. Da un pezzo, non è più tempo di secessione, ma di federalismo. D’altronde, va detto, ovunque in Europa la “provincia” va trionfando, come in un nuovo rovesciato 1848 che frammenta le nazioni, dove non sono Praga e Budapest, Milano e Parigi a “trainare” verso l’accentramento, ma Bratislava e Lille e Varese e Wadowice e Kortrijk, a strappare verso linee di fuga. È questa la nuova Europa?
Dalla crisi della grande industria e dello Stato centrale se ne poteva uscire a sinistra, visto, peraltro, che proprio fra le eresie della sinistra sono nate in anticipo le analisi su quello che stava succedendo. Ci si è lasciati sfuggire i nuovi soggetti produttivi e le nuove autonomie territoriali. Rimarrà agli storici da capire come sia potuto accadere che il federalismo da “pensiero meridionale” di tradizione democratica sia diventato il suo opposto territoriale e politico. O forse ci vorranno i fisici e il pendolo.
La proposta di Prodi di strutturare il Partito democratico su basi territoriali, dando più voce e più autorevolezza e potere di decisione alle “periferie”, ha creato scandalo e una levata di scudi. Non poteva essere altrimenti: il partito di Bersani è “emiliano” [titolo in prima de «l’Unità» di domenica 18 aprile: «Modello Reggio Emilia: partire da qui» – sai che novità], quanto quello di Veltroni era “romano”. D’altra parte, Prodi prendeva solo atto di una situazione già reale nel Pd: in Puglia è stato il Pd locale a volere fermamente Vendola contro la decisione “dall’alto” e hanno avuto ragione; in Sicilia il Pd, o una sua buona parte, sta sperimentando l’appoggio a Lombardo “senza autorizzazione”; in Basilicata funziona il trentino “modello Dellai” [dei consiglieri vincenti, la provenienza democristiana è di stragrande maggioranza]; e all’ultima Direzione nazionale convocata nel post elezioni regionali, i calabresi non si sono neppure presentati, avvelenati dalla gestione maldestra delle primarie, della scelta del candidato e della formazione delle alleanze, che ha portato a una sconfitta bruciante.
Il Pd, insomma, riflette – e come potrebbe essere altrimenti – nella sua “presa” sul territorio la situazione del paese: al nord, rimane nelle grandi città – Venezia, Torino – con una sua relativa autonomia, circondato dalla marea leghista che lo stringe d’assedio; si fa forte delle storiche roccaforti delle regioni rosse, dove comunque dovrà fare i conti con la nuova competizione leghista, che, al momento, paradossalmente sembra richiamarsi alle “radici” di quel modello, accusato ora d’essersi parassitizzato; al sud, ciascuno fa quel che può. “Tenere insieme” un partito così è un’impresa disperata; ora il mantra è “stare sui territori”, come fino all’altro giorno era “stare sui media”, e questo sarebbe servito a far fronte al berlusconismo, e quello servirebbe a far fronte al leghismo. La diagnosi era ed è deboluccia e i rimedi una minestrina: i buoi, peraltro, sono già scappati.
“Tenere insieme” un paese così è un’impresa disperata. I tatticismi politici non sono duraturi se non si fanno carico d’una prospettiva strategica, di lunga durata e vitale. E a me sembra che sia questo il nodo centrale delle questioni politiche d’adesso: ricominciare l’Italia. In questo momento, mi sembra l’unica discriminante politica comprensibile e accettabile ovunque. Poi, se riusciamo a liberarci del paese che è venuto, facciamo la conta sul paese che verrà.
Per ricominciare l’Italia non si può che partire dal sud. È qui che va investita ogni energia, ogni intelligenza, ogni tattica di alleanze, ogni ipotesi di progetto per “risalire” l’Italia. Non sto dicendo che va abbandonato il nord ma che va messo in campo un progetto Paese. Semmai, è il sud che da troppo tempo è stato abbandonato dalla politica, delegato alle forze di polizia e alla lotta alle mafie, come fosse davvero solo quello. A Gioia Tauro, uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta, una lista civica di volenterosi ha battuto una coalizione di centrodestra potentissima fatta di nomi altisonanti, con Scopelliti in onda vincente e con tutte le alleanze possibili. Sulla carta, era un’impresa disperata. Non c’erano partiti e partitini di sinistra a comporre la lista civica, perché si sono sfaldati da tempo. Sarà difficile che troveremo sulla prima pagina de «l’Unità» il titolo: «Gioia Tauro: partire da qui» – ma questa sarebbe davvero una novità.
La manifestazione del Primo maggio a Rosarno – che potrebbe essere solo un “atto dovuto” – può, invece, essere un primo passo di questo percorso. Sarebbe bello ci fosse tanto animo “repubblicano”. Ci fossero tanti “patrioti”. Di dovunque.
È già accaduto. A Reggio Calabria, a ridosso della rivolta, nel 1972 fu organizzata dai sindacati una manifestazione straordinaria, con pullman e treni che arrivarono dalla Lombardia, dal Veneto, dalla Toscana, e navi che vennero dalla Sardegna, dalla Liguria. “Nord e sud uniti nella lotta”, era lo slogan. Altri tempi, altra Italia.
Stavolta non “calerà” nessuno. Stavolta è tutto diverso, rovesciato, sottosopra. Stavolta non ci sarà un nord operaio che viene a ricomporre democraticamente il paese, a “salvarlo” dalla secessione di destra, tenendolo insieme a partire dal lavoro, dai suoi diritti. Stavolta è qui, al sud e dal sud, che bisogna mettere assieme forze e disponibilità, intelligenze e passioni, interessi e istituzioni. Di dovunque.
Ricominciare la democrazia in questo paese passa per ricominciare l’Italia. Dal sud.
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2 Responses to L’Italia non c’è più

  1. IO

    15 maggio 2010 at 19:57

    L’Italia è finita. E’ come la Jugoslavia.

  2. alessandro

    30 aprile 2010 at 08:22

    Caro Caminiti

    Nel berlusconismo adesso si sta formando una sinistra (Lega, Tremonti, Polverini, piccola impresa) e una destra (Fini, Casini, Montezemolo, grande impresa). La sinistra deve dire con chi sta. Io sto con la prima.