Big Bang: è la parola giusta. La politica italiana ha bisogno di un Big Bang, cioè di un atto di creazione. Di nuova creazione. Non si esce con qualche aggiustamento dalla crisi devastante che stiamo attraversando. La crisi non è Berlusconi. Berlusconi è il sintomo della crisi. Berlusconi è un tentativo, ormai esaurito, di soluzione. Berlusconi è il leader politico che ha tentato di coprire la crisi con il suo carisma e il suo populismo. Ci è riuscito solo in parte e solo per un periodo. E questo periodo si è concluso.
Ma il problema oggi non è come abbattere Berlusconi, cioè “il male”; ma come affrontare la crisi che Berlusconi non riesce più a interpretare. Il “male” è la crisi. Non si tratta di porre fine al berlusconismo ma di costruire il dopo-berlusconismo. In cosa consiste la crisi politica italiana? Nel fatto che le idee non corrispondono più in nessun modo agli schieramenti. Gli schieramenti si sono costruiti attraverso un artigianale e pasticciato travaso dei vecchi partiti della prima Repubblica nei due contenitori – grossolani – del bipolarismo. In questo travaso, le idee si sono disperse. Si sono dispersi anche i gruppi dirigenti, schiantati dalle lotte di potere e dall’assenza di politica.
La lotta politica ha perso di senso. Il bipolarismo, che avrebbe dovuto marcare l’alternatività tra destra e sinistra, si è realizzato – paradossalmente – attraverso la scomparsa di destra e sinistra. Oggi l’ex leader del Msi si batte contro la Lega e il clericalismo, e Repubblica invoca Cordero di Montezemolo come leader della sinistra. Esistono ancora destra e sinistra? E in che cosa consistono? E dov’è la linea di demarcazione? E se non esistono più, o se la linea di demarcazione è diventata troppo sbiadita, esiste la possibilità di rendere più forte e visibile questa linea, e di rimettere ordine, e di far tornare destra e sinistra alle loro nette identità di una volta? Cioè: ha un senso battersi per restaurare i vecchi schemi? La clamorosa uscita di Gianfranco Fini, cioè il gesto di rottura – con tutte le possibili frenate, gli stop and go, le cautele – è un punto di non ritorno.
Perché? Perché è un atto di frattura fondato non su una tattica – su uno spostamento “interno”, su una valutazione di opportunità – ma su alcuni principi. Due essenzialmente. Quello laico (sul Secolo, domenica, c’era scritto che le cose sono cambiate sul caso Englaro, e dunque su una idea diversa di laicità, e di vita, e di morte, e di diritti, cioè sui temi decisivi della politica); e quello solidale (la filosofia xenofoba leghista viene considerata incompatibile coi principi di libertà e di civiltà). Una frattura di questo genere non è sanabile, perché avviene su un terreno non negoziabile. Presuppone il ripensamento di tutto l’impianto di pensiero della destra. Ricordate altre rotture, nella recente vita politica italiana, di questa portata? Forse l’ultima fu la scissione del manifesto dal Pci, anno 1969.
Per questo faceva impressione nei giorni scorsi leggere i commenti dei grandi giornali, degli opinionisti, dei politologi. Nessuno sembrava neppure interessato a porre la questione a quest’altezza. L’editoriale domenicale di un intellettuale prestigioso e esperto come Scalfari era quassi uguale a quello del “corrierista” Panebianco. Scalfari si chiedeva: dove vuole arrivare Fini? A diventare presidente del Senato, o forse della Repubblica? Non si accorge che in questo modo porta voti alla Lega? Colpiva la distanza tra la complessità di quello che sta avvenendo e il metro di lettura di Scalfari. Il fondatore di Repubblica (come anche l’editorialista del Corriere) non era neppure sfiorato dal sospetto che una rottura così clamorosa nel centrodestra abbia altre ragioni e altri obiettivi, e metta in discussione molto più che la distribuzione di alcune poltrone: mette in discussione i futuri assetti della politica.
Perché Scalfari e Panebianco non avvertono questa novità? Perché Scalfari e Panebianco, come la stragrande maggioranza degli opinionisti, non vogliono, o non riescono, a uscire dagli schemi vecchi della politica, dalla divisione secca destra/sinistra e dalle sottodivisioni tattiche al loro interno. Pensano che in quello schema si esaurisca tutto il “pensabile”. La rottura di Fini pone questioni grandissime alla sinistra. Nell’area della sinistra molti sono convinti che occorra un Big Bang. Lo hanno detto. Cioè che bisogna fare punto, mandare tutto all’aria e rifondare la sinistra. Però quasi tutti sono convinti che rifondare la sinistra voglia dire azzerare ogni cosa, e poi, con le stesse forze, le stesse idee, gli stessi recinti, rifondare – appunto – una strategia e un gruppo dirigente. Tra ri-fondare e ricreare c’è una enorme differenza.
Ri-creare prevede uno scompaginamento non solo del proprio campo, ma di tutti i campi. Il Big Bang, che è un atto creativo, avviene sul caos generale, non può avvenire sul caos solo di una parte definita, limitata, dell’universo. Ri-creare non può essere ri-creare solamente la sinistra: deve essere una ri-creazione (ma se volete, e siete allegri, levate pure quel trattino…) di tutta la politica. Fini – è chiaro – è dentro questa prospettiva. Se troverà interlocutori a sinistra – seri e coraggiosi – sarà difficile fermare una specie di rivoluzione. Che travolgerà tutti, che travolgerà la seconda Repubblica. E solo questo può determinare il superamento del berlusconismo e il superamento della crisi che lo ha prodotto.
Se la sinistra non darà sponda a Fini, Fini perderà, la sinistra si adatterà alla linea Montezemolo e magari vincerà anche le prossime elezioni, ottenendo che Confindustria succeda a Berlusconi. E così la crisi si aggraverà.
Marco Valisano
27 aprile 2010 at 10:47
Mi scuso se il commento che ho lasciato manca di ordine e forse anche di un po’ di chiarezza, l’ho scritto di getto…
Marco Valisano
27 aprile 2010 at 10:43
Stimatissimo Piero Sansonetti,
la sua analisi sulla chiave di lettura di cui oggi c’è necessità per comprendere le nuove dinamiche della politica mi trova d’accordo in pieno. Mi sembra però che all’interno di questi pensieri non si possa proprio trascurare il ruolo e la vitalità della Lega. Mi spiego meglio: Lei parla di berlusconismo, di un dopo-Berlusconi, e certo questa è una questione che troverà una risposta nelle nuove dinamiche da lei indicate… ma potrebbe anche no, perchè l’alternativa c’è: la Lega. Il partito di Bossi è un incredibile catalizzatore di consensi attorno ad alcune tensioni tra le meno nobili dell’animo umano: xenofobia, intolleranza, pressappochismo. La gente vota spesso Bossi per voglia di azione, pare che riesca a condensare tutto lo scontento del cittadino attorno ad alcune tematiche, ad alcuni pregiudizi. A me, onestamente, fa impressione, e nel modo in cui pensano ed agiscono i leghisti vedo delle incredibili affinità coi vecchi fascisti. Emblematico è stato Berlusconi quando, per rispondere alle critiche di Fini, ha escalamato che La Russa gli aveva detto che le posizioni della Lega assomigliano molto a quelle abbandonate da AN. La Lega è una strana sintesi tra la destra e la sinistra, e se si va a vedere notiamo che diversi dirigenti leghisti sono partiti proprio dalla lotta proletaria. Credo che l’unico movimento capace, in un dopo-Berlusconi, di radunare attorno a sè sostegno e consensi sufficienti sia proprio la Lega, e credo che se non dovesse avvenire la rivoluzione politica da lei auspicata (cosa molto difficile, a mio avviso) avremo probabilmente una vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni; con l’aggravarsi della crisi, l’unico partito che a quel punto avrà forza sufficiente per togliere le castagne dal fuoco sarà la Lega. Questo lo dico realisticamente, non lo spero affatto, conto su Vendola… ma niente si può fare senza il sostegno del popolo, e i temi attorno ai quali Vendola oggi raccoglie consensi, il modo in cui parla, tutto ciò ai più non interessa. Ecco, mi sembra che nella sua analisi manchi l’elemento leghista, secondo me invece importantissimo. Spero davvero di sbagliarmi, ma il grido incoscentemente rivoluzionario che esce dalle bocche delle camicie verdi mi riporta con la mente alle urla delle loro cugine nere. Vorrei sapere cosa lei ne pensa.
Con grandissima stima per lei e per il lavoro che tutti voi state facendo,
Marco Valisano.
P.S.: Ma Massimo Cavallini che fine ha fatto? E’ un po’ di tempo che non mi capita più di leggere un suo articolo.
antonino marotta
26 aprile 2010 at 19:52
Il big bang lo deve fare Berlusconi e…. se dipendesse da lui..ci sarebbe già stato.Non gli e lo consentono i benestanti italiani mantenuti a vario titolo dallo stato, non certo chi lo mantiene in vita
alessandro
25 aprile 2010 at 19:22
Sì. ci vuole un big bang. Ma credo non quello che lei auspica, Sansonetti. La sinistra globalizzatrice è scomparsa in tutto il mondo. Dal Venezuela, dove cercava il colpo di stato con la complicità degli Stati Uniti, all’ Argentina, dove si è immolata sulla base della difesa della parità con il dollaro, all’ Ecuador, alla Bolivia, al Cile. Di fronte al fallimento della globalizzazione,e dell’ Europa che quì ne è la ralizzzione in forma pura, con la crisi greca, con il debito dei “Pigs” o dei “Piigs” che dir si voglia, la sinistra italiana, (Tutta), da Franceschini a Vendola a Ferrero, non è riuscita a sviluppare elementi di critica ad un sistema (quello basato sulla libera circolazione dei capitali- cioè al sistema che sottrae la distribuzione del reddito alla decisione politica- cioè alla dittatura del capitale) nemmeno quando questo è in crisi cosmica. Altro che se ci vuole un big bang! Per fortuna è già in corso, e Berlusconi, che non è affatto in crisi ma sta annientando il radicamento sociale della sinistra (pardon, amministrativo), ne è l’esecutore testamentario. Ciao sinistra
Augusto
25 aprile 2010 at 18:25
Come spesso accade, condivido le analisi di Sansonetti. Peró.
Peró quello espresso é un sogno; un bel sogno. Ma sempre tale rimane.
Non credo proprio che gli “illuminati” di destra e di sinistra riusciaranno a creare due nuovi schiaralenti laico-liberale l’uno e laico-sociale l’altro; lasciando alle ali estreme tutti i fondamentalismi.
Non ci riusciranno perché la societá italiana é ancora permeata dal pensiero cattolico, nella migliore delle ipoteri o, piú probabilmente, dal perbenismo e ipocrisia di stanpo ecclesiale; qualunque sia la ecclesia considerata.
Senza dimenticare i giochi economici o, piú probabilmente, di reale corruzzione che permeano tutte le aree della politica, stato e parastato.
Questi “potenti” appunto per non perdere il controllo dei loro (loschi?) affari, non permetteranno mai l’avverarsi del nostro sogno (di Sansonetti e mio).
Oppure dovremmo sognare varie centiania di “piazza Loreto”?
Cordiali saluti