Quindici giorni dopo il mio ricovero per un’interruzione terapeutica di gravidanza che ho raccontato nello numero del 9 aprile di questo giornale, torno in ospedale per incontrare e intervistare la ginecologa che mi ha assistita, Mirella Parachini, da sempre esponente dei radicali e delle battaglie in difesa della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Gli Altri avevano puntato il dito contro gli obiettori, così inizio da questo argomento, per arrivare poi ai grandi temi della maternità e dell’autodeterminazione.
L’obiezione di coscienza prevista dalla legge 194/78 è stata un compromesso davvero necessario?
Bisogna tornare alla storia della legge. La clausola poggia sul fatto che si varava una legge in un sistema in cui prima tutto questo non accadeva; la necessità di rispettare un organico che già potesse avere delle scelte opposte, si può quindi capire. Il problema è quanto questa norma dovesse essere transitoria, e Sansonetti fa bene a sollevare la questione: non possiamo darla per scontata. Nella struttura in cui lavoro, è stato indetto in questi giorni un bando di avviso pubblico e non si sa quanti di quelli che verranno assunti saranno obiettori, quindi io, responsabile del servizio di IVG, non so su quante forze potrò contare. Come radicali abbiamo sempre fatto le battaglie per l’obiezione di coscienza al servizio militare, col particolare però che si prevedeva un incarico alternativo: manteniamo l’obiezione di coscienza, ma non a costo zero. Una cosa che potrebbe ridurre l’obiezione selvaggia è dare agli obiettori un incarico alternativo, per esempio dei turni per la contraccezione. Noi che non facciamo obiezione, abbiamo lavoro in più, a parità di stipendio e ruoli. Mi viene quasi da dire che sono io a fare un’affermazione di coscienza.
Quali sono, oltre all’incarico alternativo, le possibili strade di contenimento dell’obiezione?
Un’altra possibile riduzione dell’obiezione trova la sua strada dentro la questione sanità pubblica e privata. In Italia l’unica prestazione sanitaria per cui non vale il ricorso alle strutture private è l’IVG, e i radicali su questo hanno fatto un referendum, che è stato perso. Sulla questione pubblico/privato, sono state accesissime le discussioni con le mie amiche e compagne di battaglia: il timore era che il privato lucrasse sull’interruzione di gravidanza. Credo che i trent’anni trascorsi dall’approvazione della legge ci abbiano dato ragione. Faccio l’esempio spagnolo: più del 90% degli interventi IVG avviene nelle cliniche private convenzionate (dove il costo è di 250 euro a prestazione, tutto compreso, mentre lo Stato italiano per ogni interruzione di gravidanza spende 1200 euro), strutture in cui non c’è obiezione di coscienza e in cui la qualità del servizio si alza per poter competere con il mercato. Questo avviene anche in Olanda e in Inghilterra. So di toccare un argomento delicato, ma pensiamoci, perché questi due anticorpi – incarico alternativo e strutture private – permetterebbero forse di arginare l’obiezione.
Intravedi una schizofrenia tra ipermedicalizzazione della gravidanza e obiezione di coscienza?
In Italia sta proliferando la diagnostica prenatale, principio giusto ma di cui c’è un abuso (la media nazionale è di 6 ecografie per una gravidanza); la donna incinta viene seguita e ipermedicalizzata ma poi, quando per esempio l’amniocentesi va male, abbandonata a se stessa. Le donne dovrebbero fare pressione chiedendo al proprio medico quale sia il suo impegno in caso di esito negativo della diagnosi prenatale. Metterei quindi la questione della coscienza sul piano della serietà professionale.
Esiste una questione di potere legata alla RU486?
La RU486 pone sicuramente il tema della manipolazione, perché l’intervento chirurgico rende molto più passiva la paziente. Eppure la questione non è così semplice, perché non è che prendi la pillola e te ne vai a casa. La pillola richiede una presenza: la donna dopo aver preso la prostaglandine ha bisogno di assistenza, ha paura, ha dolori, ha perdite di sangue. Non è vero che il personale è assente, semplicemente cambia il tipo di assistenza, che diventa meno meccanica. Non ti metto le mani addosso, non uso strumenti chirurgici ma ci devo essere. L’impegno assistenziale con l’aborto farmacologico paradossalmente è maggiore, ma di diversa natura. Questo potrebbe non favorire la disincentivazione all’obiezione. Per gli eventi medici stiamo viaggiando verso una semplificazione e una minima invasività degli interventi, per tutti tranne che per l’interruzione volontaria di gravidanza.
La destra oggi, attraverso la battaglia contro la RU486, addirittura rivendica il valore politico dell’applicazione della 194…
In tutti i paesi è una questione politica. In Francia Roussel-Uclaf ritira la produzione del prodotto nel 1988 perché boicottato dai movimenti pro-life. Il ministro della salute francese, il socialista Claude Evin, scende in campo e obbliga la farmaceutica a riprendere la produzione della pillola che è “proprietà morale delle donne.” In Germania Schroeder risponde alle posizioni anti RU486 della conferenza episcopale dicendo che la questione non è negoziabile. Se in Italia avessimo una classe politica in grado di prendere tali posizioni, potremmo ristabilire correttamente il piano della discussione.
Perché tanto accanimento contro la pillola RU486?
Sicuramente si suppone che la donna quando è “sottoposta”, in senso fisico materiale, venga disincentivata ad abortire, e sappiamo invece quanto questo non sia un deterrente. C’è poi il fattore punitivo: se lei soffre ed espia è un po’ meglio che se non soffre. Quando la chiesa minacciò di scomunica chi vendeva la pillola RU486, io rimasi basita. Perché, allora, non scomunicare chi vendeva le cannule per l’aspirazione? Un altro argomento su cui inviterei ad approfondire la discussione nasce dall’esperienza di due gruppi, francese e svedese, ai tempi in cui la RU venne scoperta, che tentarono un esperimento in cui si invitavano le donne ad assumere una dose minima di RU come induttore mestruale, per cui le donne non avrebbero saputo se fossero rimaste o no gravide. Gli studi non hanno potuto essere portati a termine perché non si è trovato un numero sufficiente di pazienti. Questo dimostra che l’accessibilità all’aborto non è un incentivo ad abortire.
L’interruzione volontaria e terapeutica di gravidanza è dolorosa solo per le donne o anche per il personale medico che la pratica?
Emotivamente noi siamo molto coinvolti in questa procedura, e il nodo non sta nell’impegno materiale. L’interruzione di gravidanza è la Cenerentola della ginecologia. In questo senso la Fiapac (International Federation of Professional Abortion and Contraception Associates) restituisce dignità scientifica, possibilità di ricerca, documentazione e approfondimento a una branca considerata negletta. Entrare nel merito aiuta tantissimo il medico. I nostri congressi, che ricorrono ogni due anni, sono sempre molto intensi. I medici stanno lì assetati di informazioni, sono coinvolti e hanno bisogno di sapere che quello che fanno sta rientrando in una buona pratica clinica.
Perché hai scelto la professione di ginecologa?
La risposta è facile: perché mi laureavo in medicina nel 1978 – seppure all’università Cattolica – e militavo nei radicali. Ma non è stata soltanto la battaglia sull’interruzione di gravidanza a stimolarmi in questo senso. C’era la ricerca femminista sulla medicalizzazione del parto – la parola d’ordine era “riprendiamoci il parto” –, sulla contraccezione. Poche cose sintetizzano ciò che mi sta a cuore come la ginecologia. Oggi sto approfondendo tutto un risvolto sulla demografia, che studia alcuni paradossi che mettono in discussione luoghi comuni come questo: in Italia si usa meno contraccezione, si abortisce di meno, si fanno meno figli e si lavora di meno; in Francia, viceversa, c’è molta contraccezione, molti aborti e un tasso molto alto di natività. Mi affascina l’aspetto della gestione della propria vita riproduttiva, e come questa si rapporta alla dimensione sociale. Dall’individuale al sociale. C’è un bellissimo libro di Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, dove l’ecografia viene vista come percorso di antropomorfizzazione della gravidanza, per cui questo evento, che per tanto tempo è stato privato, diventa pubblico, e la donna ne viene spossessata.
Come si possono conciliare queste teorie e pratiche femminili e femministe con la medicalizzazione della gravidanza?
Più che di non medicalizzazione, parlerei di non ipermedicalizzazione, dietro la quale si nascondono le paure della donna e del medico, paure di un evento misterioso, pericoloso e in qualche modo minaccioso. Scegliere il percorso della demedicalizzazione, vuol dire intraprende anche quello dell’accoglienza. In questa complicatissima questione, credo che l’unica strada sia l’autodeterminazione. Non può essere il medico a decidere per la donna.
Articoli su questo e altri argomenti, venerdì 16 in edicola.
monica micheli
4 maggio 2010 at 10:53
non so quanto l’interruzione volontaria di gravidanza possa essere considerata un metodo anticoncezionale nella percezione che una donna che l’affronta può averne. io non metterei in dubbio la coscienza femminile al riguardo, nel senso che eviterei il processo alle intenzioni. questo argomento credo sia di “competenza” di discussioni come quelle avvenute nei gruppi di autocoscienza. poi, di pertinenza più ampia, sono le politiche sociali dello stato italiano, le leggi e la loro applicazione. bisogna forse separare gli ambiti, riappropriandosi davvero di ogni declinazione che un argomento come questo offre alla riflessione
Ariel 54
1 maggio 2010 at 17:44
Quand’ero giovane, molto tempo fa, ho partecipato attivamente a tutte le battaglie per “aborto per non morire, anticocezionali per non abortire”. Ne ho visto e sentito di tutti i colori. E’ purtroppo vero che parecchie donne usano l’aborto come metodo anticocezionale; lo facevano anche ieri quando il rischio di morire era molto reale.
Ed è quindi vero che la scarsa educazione sessuale non ha dato i risultati sperati. Detto questo vedo molta cattiveria da parte di gente che in pubblico si professa antiabortista ma che, davanti al problema di una gravidanza indesiderata, magari di nascosto, ma abortisce od aiuta ad abortire.
D’altra parte è ancora un bel problema avere figli desiderati in quest’Italia che si riempie la bocca di famiglia e non si cura di chi non ha una casa o un reddito ssufficiente. L’aborto è ancora una legittima difesa per non cadere nella miseria insieme ad un bambino sicuramente innocente.
Bruno
16 aprile 2010 at 17:21
Io credo sia corretta l’analisi contenuta nell’articolo presente sul numero della settimana scorsa, nel quale, tra le altre cose, si sostiene (sintetizzo) che la battaglia contro la RU abbia alla base quel meccanismo di controllo che vede gli obiettori essere ago della bilancia solo fin quando l’aborto sarà praticabile esclusivamente per via ospedaliera.
Nel momento in cui viene offerta una via alternativa, quella che in questo articolo è identificata nel passaggio ad un diverso tipo di assistenza medica, viene meno il monopolio degli obiettori e così il loro potere di influenza.
Queste riflessioni non sono tesi, ma sono le basi sulle quali dovrebbe svilupparsi la discussione intorno al tema dell’aborto, che a tesi condivise dovrebbe poi portare.
E qui sta il punto.
Io non discuto le posizioni dei movimenti pro-life (personalmente le trovo abbastanza deliranti con ovvie e conseguenti derive fanatiche, ma non le discuto in questo tipo di dialogo).
Mi chiedo solo se le donne che seguono quel tipo di ideali, siano chiare a loro stesse nella consapevolezza di quale sia l’oggetto della questione alla quale pure vogliono dare una personale risposta.
Mi chiedo in sostanza se e quante siano consapevoli che il tema della questione “aborto” non sia l’aborto in sé come scelta (sulla quale appunto non si possono discutere le personali posizioni, tantomeno posso farlo io in quanto uomo) ma prima e soprattutto il loro stesso esistere PRIMA come soggetti unici e non PRIMA come elemento di un totale formato dalla somma dei singoli soggetti unici.
Mi chiedo se le posizioni delle pro-life vengono sviluppate (anche) su basi che presuppongano una percezione del proprio essere come persona, prima che come elemento di una collettività agli obiettivi della quale offrire il proprio contributo sotto forma di condotta di vita.
Perché finché le posizioni, pur integraliste, di aderenti ai movimenti pro-life (e uso il termine solo per riconoscibilità, perché se lo si usasse correttamente sarebbe impossibile dire che non sia un termine che comprende tutti, abortisti compresi, che certo non sono anti-life) vengono interpretate attraverso i codici di un obiettivo comune del soggetto collettivo del quale ogni singolo è elemento pari agli altri e di cosa è necessario per il raggiungimento di quell’obiettivo, quelle posizioni appaiono più che corrette e comprensibili, per quanto non aderenti alle proprie posizioni.
E’ però quando quelle condotte di vita, quelle scelte, vengono filtrate attraverso un codice che contiene regole che prima di tutto vanno a dare i contorni dell’individuo in quanto tale e non solo come elemento di un più grande individuo collettivo, che le stesse scelte e posizioni che prima apparivano corrette e comprensibili, cessano di esserlo.
Allora sta qui il punto.
Non la singola posizione anti-abortista di una donna, ma la necessità di identificare un obiettivo, un progetto di vita, che sia prima di tutto personale e dopo, solo dopo, collettivo.
Questo credo sia stato tolto alla vita delle donne.
Non la capacità di lottare o di essere pronte a condurre la propria vita in direzioni ai più incomprensibili ma lo stesso rispettabili, ma la consapevolezza del proprio essere titolari di un notevole numero di diritti al pari degli uomini, con la differenza di quell’unico diritto in più di esclusiva pertinenza femminile che è quello di generare vita.
Motivo per il quale sono proprio gli uomini a voler dare i contorni di quel diritto, progressivamente ristretto (in maniera inversamente proporzionale al progresso storico delle libertà femminili) fino a farlo passare dalla colonna dei diritti a quella, tutt’altro che inerente al proprio singolo progetto di vita ma principalmente a quello collettivo, dei doveri.
Perché?
In questo senso non è in discussione la singola posizione sul tema, ma principalmente la percezione di quale sia, quel tema.
Perché le donne non lottano prima e soprattutto per riportare quel proprio diritto, così alto e unico, là nella colonna dei diritti togliendolo a quella dei doveri nei quali gli uomini impongono loro di vederlo?
Perché non si uniscono in questa battaglia comune per raggiungere un obiettivo che dovrebbe spettare loro di diritto, appunto, come sarebbe se l’uomo non ne avesse snaturato il senso, prima di condurre la singola battaglia personale sulle personali posizioni su quello che è solo un elemento, uno dei tanti, di un discorso più ampio che potrebbe certamente contenere posizioni divergenti e rispettabili, ma senza per questo perdere la reciproca consapevolezza del tema più ampio e sicuramente più alto che è il senso stesso dell’essere donna?
E’ chiaro che conoscendo la matrice religiosa delle posizioni anti-abortiste, la domanda è retorica.
E’ però sconfortante dover rilevare che nel terzo secolo si sia riusciti a riportare le donne là dove loro stesse si percepiscono solo come elemento utile a un progetto collettivo di stampo maschile, piuttosto che là dove il progresso e le loro stesse battaglie, tutt’altro che lievi, le aveva quasi portate ad arrivare e cioè in un punto della storia nel quale, al pari degli uomini, avrebbero avuto tutto il diritto di essere prima di tutto un progetto singolo e unico intorno al quale impostare la propria vita, in qualsiasi modo si ritenesse utile farlo, e dopo, solo quando raggiunto un personale progetto di vita consapevole, come elementi di un totale che a quel punto non avrebbe richiesto impegno né battaglie per essere un totale meritevole di ostinata conservazione.
Mari
15 aprile 2010 at 11:05
Grazie per il vostro impegno nel cercare di mantenere un poco di rispetto per le donne che soffrono. E non solo donne, ma anche gli uomini che stanno accanto a queste donne.
Purtroppo in Italia oggi vige l’ignoranza e la paura. E la politica sta lavorando in un modo da rendere il popolo sempre piu’ ignorante e sempre piu’ incapace di prendersi delle responsabilita’.
Io non sono una radicale, ma sono umana e non mi ritengo perfetta da poter giudicare le scelte degli altri. Purtroppo e’ proprio l’ignoranza a scatenare il giudizio, la paura di qualcosa di doloroso che non si conosce.
E la dott.ssa ha ragione, si pensa che che la donna DEBBA soffrire se fa la scelta di abortire, (che spesso scelta non ne ha, ad es. quando il bambino non ha possibilita’ di sopravvivenza e rischia di compromettere la salute della donna e la possibilita’ di avere un altro figlio).
E sempre facile attaccare chi si sente gia’ debole e chi soffre, chi non ha le forze per difendersi. Si parla tanto del rispetto per la vita, ma stranamente non se ne parla piu’ una volta che il bambino e’ nato e le famiglie lasciate sole, bambini maltrattati, abusati, mancanza di sostegno e cosi via. Vorrei vedere cosi tanta lotta per i diritti dei bambini e le famiglie, come c’e’ contro questa pillola che non fa altro che rendere meno invasiva fisicamente una cosa che in ogni caso rimane psicologicamente devastante!