«Abortirai con dolore». Le mie 100 ore di strazio tra leggi e obiettori

Monica Micheli Pubblicato da
il 10 aprile 2010.
Pubblicato in Diritti, Donne, gli Altri.

Ore 9.00. Giovedì 25 marzo 2010. Appuntamento in un ospedale cattolico di Roma per l’ecografia morfologica al quinto mese di gravidanza. Arriviamo nella piena spensieratezza. Alle 9.30 ci chiamano e inizia la pratica dell’ecografia con l’invito del medico a “svuotare la vescica”. Da questo momento la mia vita non sarà più la stessa. La vita non è mai la stessa, di volta in volta, di respiro in respiro. Ci sono volte però in cui la vita si ferma, si spezza. Il feto è “malconcio”, non si è sviluppato il cervelletto, tetralogia di Fallot e altro. “Correte al San Camillo”. Ventiduesima settimana. Siamo strettissimi per i tempi legali dell’aborto terapeutico ammesso in Italia entro la ventiquattresima settimana. Per chi ne resta fuori un’alternativa è la Spagna. Esco dall’ospedale e dopo mesi che non lo faccio mi accendo una sigaretta e la fumo tremando. La nostra via crucis è iniziata.

Al San Camillo andiamo diretti agli uffici addetti alla 194. Non ci sono responsabili che firmino il ricovero e l’accettazione della “pratica”, non ce ne saranno fino a lunedì. Per ora non capisco bene cosa voglia dire, lo capirò nei prossimi giorni, quando mi imbatterò nel sistema intermittente “obiettori-non obiettori”, quindi nell’applicazione zoppa della 194, che prevede la costante presenza di non obiettori nei luoghi in cui la legge viene applicata. Si aprono le ipotesi, tutte fuori dal San Camillo: il Grassi di Ostia, il San Filippo Neri di Roma. Acquisisco il dato e mi incammino verso il San Filippo Neri. Sono le 13.30 del 25 marzo.

Le infermiere aprono la cartella. La ginecologa ha finito il turno, ma riescono a recuperarla nei corridoi e la portano nella stanza in cui mi trovo. “Se sei un obiettore con te non ci parlo”. E’ il segnale che inizio ad avere paura. Mi prende per un braccio, caccia via tutti e mi invita a sedermi. Erre francese, bella donna, adulta, umana, empatica. Scoprirò poi, con un sorriso, di chi si tratta. “Non si metta mai di traverso agli obiettori. Lo dico per lei [...] Sta per affrontare un’esperienza più grande di lei [...] Stiamo per fare una cosa contro, contro natura. Indurremo il parto e aspetteremo le contrazioni. Metteremo una prima candeletta (il termine sta a indicare l’ovulo vaginale di stimolazione del parto) ma non basterà. Dopo dieci ora inseriremo la seconda candeletta e forse neanche questa basterà”. Vi ricordate la canzoncina “Un elefante si dondolava…”?
“Voglio essere addormentata e risvegliarmi quando tutto è finito.” “In Italia non è possibile anestetizzarla e aspirare il feto.” Per ora penso che il sistema adottato in questo paese sia solo una crudeltà nei miei confronti.

Alle 14.30 scendo di due piani. Reparto pichiatria. Ho bisogno di un certificato che dichiari la mia inabilità psichica a sostenere una maternità come quella che mi è capitata. Il colloquio è una formalità, o meglio, un’ipocrisia. Posso scegliere, e d’altronde nessuno mi ha messa di fronte alla scelta, nemmeno l’ecografista; in realtà però non è che io sia proprio libera di scegliere. Libera di riconoscermi matta. Meno male che da giovane ho letto Foucault. Esco col mio certificato e lo consegno al reparto Ostetricia Ginecologia. Il ricovero è previsto per l’indomani mattina. Torno a casa ed è quasi sera. Mi aspetta la prima delle notti senza sonno. Senza tutto. La mattina dopo io e il mio compagno (rinominato marito in ospedale. Tutti i miei principi, le mie idee su convivenza e matrimonio vanno a farsi friggere e sinceramente non me ne importa niente. Non ribatto nemmeno una volta) prendiamo il trenino che ci porta proprio di fronte al San Filippo Neri. Siamo puntualissimi ma questo serve a poco.

Il medico che mi ha accolta il giorno prima non è di turno. Aspetto che si liberi un letto e non è detto che vada tutto liscio: se arrivasse una partoriente mi scavalcherebbe nel sistema dei codici rosso giallo verde che quasi tutti abbiamo sperimentato al pronto soccorso. Dopo ore di attesa, alle 16.00 del 26 marzo mi ricoverano. Sto tremando, ma non è ancora tempo. Il medico di turno è un obiettore, non inizierà la stimolazione del parto. Dovrò aspettare la sera, quando di turno sarà la ginecologa incontrata il giorno prima, la donna dalla erre francese. Il mio letto si trova nel reparto di Ginecologia, un proseguimento di quello di Ostetricia, due luoghi che si mescolano e si confondono anche nella sistemazione delle pazienti. Mi aggiro tra donne al nono mese in dolce attesa. Meno male gli amici, le amiche, gli affetti che restano fino a tardi con me, quando chiedo di avere un ultimo colloquio con un ecografista. Sono le 22.30 e io e il mio compagno veniamo ricevuti da quello che soprannominiamo Dottor House.

Diretto, quasi crudo, mentre parla mi dà l’idea che nonostante tutto la vita ancora lo appassioni. “Qui arrivano coppie che pensano che il prodotto del loro concepimento sia il migliore del mondo. Ma la vita è una questione di culo.” Sfoglia il referto ecografico. “Quando c’è un tale casino la causa è sempre una cazzata. Non è mai genetica.” La cosa mi rincuora e allo stesso tempo mi mette di fronte alla fragilità dell’esistente, del mio intimissimo esistente. Usciamo dal suo studio e inizia la stimolazione del parto. Non ho scelta, e in questo forse sono stata fortunata. Mai come questa notte l’ho sentito muoversi dentro di me. Faccio finta di non sentirlo, e non è facile perché l’ho amato con tutto il mio cuore. Il mio compagno torna a casa a riposare un po’. Mi addormento anche io e alle 3.00 mi sveglio con i primi dolori, comincio ad aggirarmi per l’ospedale, da una corsia all’altra, da un corridoio all’altro, fino alla mattina.

Mi tengono a digiuno e applicano la seconda candeletta. La ginecologa non obiettrice che prosegue la stimolazione del parto è di turno fino alla sera, mi sistema in sala parto e si prende cura di me; le seguirà un medico obiettore, cioè se la stimolazione non sarà stata sufficiente dovrò resistere ai dolori delle contrazioni che non si fermeranno e aspettare che arrivi il turno di un nuovo non obiettore. Per me il tempo si sospende. Lentamente vado in trance e tutto il mondo si chiude nel cerchio di ciò che sto vivendo. Arriva l’obiettore ma io ho “fortuna”. Le due candelette sono sufficienti e alle 2.15 avviene “l’espulsione”. Poi il raschiamento, poi crollo e mi addormento fino alla mattina. Tutto è finito, ma i termini legali dell’operazione rimandano le mie dimissioni a 24 ore dalla piccola anestesia fattami per il raschiamento. Ho perso il mio vecchio letto in Ginecologia e vengo sistemata in Ostetricia, cioè dormirò insieme alle puerpere. Sono incazzata nera e voglio firmare, ma la fortuna mi abbandona e mi capita una ginecologa di turno che senza ammettermi a colloquio fa sapere all’infermiera che non posso andarmene dall’ospedale per un’ecografia che in realtà non devo fare. Ha da passa’ la nottata e la nottata passa. Il giorno dopo, finalmente, torno a casa. E’ lunedì 29 marzo.

Nei giorni che seguono scopro chi è la ginecologa dalla erre francese che mi ha accolta e ha messo a disposizione la sua umanità e la sua professionalità nel sistema delle disfunzioni dell’applicazione della 194. Mirella Parachini,  una donna che dagli anni settanta lavora in difesa della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Per quanto mi riguarda, penso che il sistema italiano di aborto terapeutico sia stato per me la via migliore, perché non ho dormito, sono rimasta lucida, l’ho fatto io, ne sono stata consapevole, col corpo e con la mente. Eppure, mi chiedo, se una donna fosse davvero psichicamente inabile a sostenere una maternità insostenibile, come è possibile chiederle di sostenere lucidamente, col corpo e con la mente, un dolore come quello che ho affrontato io? Le mie riflessioni sull’interruzione di gravidanza non si fermeranno qui, continueranno a fare i conti con le contraddizioni umane, sociali, sanitarie, ideologiche, politiche. Mi domando: non bastava il mio intimo strazio? Disfunzioni e contraddizioni sulle carne viva. La mia e non solo.

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44 Responses to «Abortirai con dolore». Le mie 100 ore di strazio tra leggi e obiettori

  1. angela

    20 settembre 2010 at 14:06

    Ciao Monica,ho letto la tua esperienza che è stata la stessa mia di circa 20 giorni fa. Penso che negli ospedali i dottori dovrebbero preoccuparsi del bene dei pazienti senza avvalersi di obiezione di coscienza “troppo comodi”.E’ molto importante far sapere in quale sistema ci troviamo, ed è per questo che riporto qui la mia esperienza.
    Giovedì 2 settembre, veniamo chiamati a casa per comunicarci che l’esame dell’amniocentesi ha presentato il cromosoma della trisonomia 21. Corriamo all’ospedale Sant’ Anna di Roma per ritirare le risposte, siamo talmente affrettati che portiamo con noi anche il nostro piccolo di 3 anni . Il dottore ci spiega che cos’è la trisonomia 21 e cosa comporta per il bambino: purtroppo già so che farò perchè ne avevamo parlato tante volte con mio marito. Mi giro e vedo il mio piccolino giocare ingenuamente con le sue macchinine su una sedia e li capisco che è iniziato il nostro calvario: quel fratellino che faceva già parte della nostra famiglia e di cui già parlavamo da tempo (come nasce?come si forma?quando ci posso giocare?) non ci sarà più. Vengo a sapere che le uniche due strutture dove vengono “trattate meglio le pazienti come me” che voglio fare l’IVG, sono il San Giovanni ed il San Filippo Neri. Non capisco bene cosa significhi “essere trattata meglio” …………….Scelgo la struttura del San Filippo perché è la più vicina a casa mia.
    Il giorno dopo ho appuntamento con la D.ssa Parachini, la quale mi spiega schiettamente che andrò ad affrontare: un parto (avendo già un figlio sapevo di cosa parlava), e la procedura per la stimolazioni delle contrazioni, ed essendo tutto indotto artificialmente, niente poteva essere previsto……. fra le altre cose mi spiega anche che per il ricovero e per la terapia devo essere seguita da dottori NON obiettori di coscienza che sono solo 4 su 16 dottori (assurdo!)……….. da qui vivo il mio secondo incubo perché comincio a capire la frase “essere trattati bene”. Faccio altre domande sull’epidurale ed altro, ma la mia mente è su quella grande fetta di obiettori di coscienza, presenti nell’ospedale, che potrei incontrare lungo il mio percorso. Faccio il colloquio con lo psicologo (o psichiatra non ricordo) cercando di capire da quale parte fosse (io li ho chiamati i buoni ed i cattivi), sono talmente sconvolta psicologicamente dalla mia situazione personale e da quella che ho appreso sui dottori che non ricordo molto sul colloquio.
    Dopo un week end da dimenticare, il lunedì saluto il mio piccolo(ignaro di tutto) che va a stare dalla zia e mi ricoverano in reparto ginecologia. Penso che è una buona cosa stare in questo reparto anziché in ostetricia. Purtroppo i reparti sono così vicini che è inevitabile incontrare quelle belle pancione, e penso che io ed il mio bambino non arriveremo mai a questo punto.
    Il martedì comincio ad informarmi se inizierò la terapia e chi ci sarà di turno: bene ci sono i buoni! La D.ssa L. Di Troia viene a farmi visita con il suo dolce sorriso mi dice che cominciamo la terapia: sono le 9,00 di mattina. Alle 18,00 i dolori che ho avuto per tutto il giorno sono fortissimi ma,nonostante tutto, la mia preoccupazione è: chi arriverà al turno di notte? Riuscirò a finire prima che arrivino i cattivi? Come un ossessa cerco di fare domande su chi è di turno, non riesco a concentrarmi solo sul mio parto perché sò che se arriverà un dottore obiettore dovrò aspettare fino all’indomani per continuare il mio travaglio – ma come si può? Riprendere fisicamente e psicologicamente un travaglio l’indomani dopo 12 ore di travaglio? E’ come essere un computer: essere in stand-by fino al prossimo turno!-
    Per fortuna verso le 20,00, mentre vado in sala travaglio, incontro la D.ssa Parachini mi stringe le mani e la sento quasi di famiglia: come un sollievo ora posso concentrarmi su quello che dovrebbe essere la mia sola preoccupazione! Alle 21.00 avviene l’espulsione, poi il raschiamento ed il dopo ancor meno facile lo sto ancora vivendo.

  2. erika

    5 luglio 2010 at 14:49

    leggendo la tua storia ho immaginato quello che avrei sicuramente dovuto affrontare circa 10 anni fa, quando, a causa di un esito sbagliato del tri-test, mi è stato detto, senza mezzi termini: “signora, al 99% suo figlio è down, cosa fa lo tiene o abortisce?”. dire che è stata una doccia gelata è dir poco. ringrazio dio, il cielo, le stelle e chiunque ci sia se c’è di aver avuto al mio fianco mia madre, che in quell’occasione ha avuto la freddezza di fare mille domande e far capire a quella dottoressa o infermiera che fosse (sinceramente di lei ricordo solo la sua glacialità unita ad un’ espressione scocciata) che nelle modalità dell’esame che mi era stato fatto qualcosa non quadrava, infatti ne mancava una parte, cioè l’ecografia da dove poter prendere le misure del feto da comparare… si erano dimenticati di prescrivermela. il rimedio è stato quello di sottopormi ad un’amniocentesi di urgenza, sono stati i 30 giorni più brutti della mia vita, poi finalmente, la bella notizia: il mio bimbo godeva di ottima salute. ancora oggi mi chiedo come abbiano fatto a darmi un esito di un esame mai fatto o forse di qualche altra mamma. e se quel giorno mia madre non ci fosse stata, che decisione avrei preso? sicuramente la tua. e cosa sarebbe successo quando, a cose fatte, sarebbe risultato che il feto non aveva anomalie di alcun tipo? col senno di poi avrei dovuto denunciarli tutti, ma in quel momento ero talmente sfasata che non mi si è nemmeno palesata l’idea. ancora oggi comunque quando passo davanti a quell’ospedale mi vengono i brividi. La tua storia, la mia e quelle di moltissime altre donne, anche se diverse tra loro, hanno tutte un comun denominatore e cioè quella di avere uno stato che ancora oggi non è in grado di tutelare i diritti dei suoi cittadini e che troppo si fa influenzare da un credo religioso che pur di imporre la propria ideologia non si fa alcuno scrupolo a passare sulla vita di tutti.
    con infinito affetto erika

  3. filomena

    5 luglio 2010 at 08:35

    mia cara Monica è tra le lacrime che ti scrivo!
    nel 77 ero una giovane minorenne alla sua prima esperienza amorosa,il risultato fu una gravidanza mai realizzata neanche mentalmente,il ragazzo con cui avevo concepito mi accompagnò da uno dei ginecologi più illustri della città ufficialmente per una visita,era la mia prima visita, fu un incubo tra urla e morsi a chi mi teneva ferma ,il grande professionista, poi scoperto fosse anche uno dei più grandi obiettori di coscienza,praticava un raschiamento senza anestesia ,senza analisi ect,quando si è stancato del mio pianto disperato di bambina terrorizzata e dolorante ha tolto gli strumenti in malo modo dal mio corpo martoriato dicendomi che se volevo proseguisse dovevo chiedere per favore………………………….inutile dire che sono stata portata via in condizioni ………Da allora mi sono sempre battuta per una legge a tutela della donna…………e leggere adesso quello che ancora succede mi riporta indietro…..riprovo tutto il dolore e l’umiliazione di tanti anni fa!
    Ti abbraccio con tanta tristezza e tra le lacrime che ormai non controllo più, ma con una nuova consapevolezza, certe battaglie non vanno mai abbandonate !!!!!!

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  5. Alessandra Barbieri

    30 aprile 2010 at 07:29

    Monica, la tua storia mi ha fatto piangere. Non solo di dolore per quello che hai passato, ma anche di rabbia. Tanta.
    Rabbia perche’ di fronte ad una scelta come la tua, di prenderti sulle spalle tu il dolore e portartelo dietro pur di risparmiarlo a tuo figlio (perche’ non nascondiamoci dietro a un dito, le motivazioni per una IVG a quella settimana sono SOLO ed ESCLUSIVAMENTE quelle) l’unica cosa lecita e’ il silenzio. E il rispetto. Magari un abbraccio.

    Ho avuto la fortuna di due figlie sane, ma al pensiero di quel che avrei provato se cosi’ non fosse stato ho un nodo allo stomaco che non se ne va.

    L’obiezione di coscienza e’ una cosa vergognosa. Potevo capirla al momento in cui la 194 e’ stata approvata. Per coloro che erano GIA’ ginecologi. O al massimo specializzandi in ginecologia. Ma appunto come norma transitoria.
    Se non ti senti di assistere le donne in questo frangente semplicemente fai il dentista, o l’otorino. O vai a lavorare nella clinica di Santa Maria Immacolata dei Sacramenti.
    Ma se lavori pagato dallo Stato (che almeno formalmente e’ laico) fai TUTTO quello che lo Stato ritiene lecito fare.

    Mi dispiace, mi dispiace come non immagini di quel che hai dovuto passare….come se dover rinunciare a tuo figlio non fosse stato abbastanza… :( (

  6. Monica Micheli

    monica micheli

    25 aprile 2010 at 18:01

    Caro Claudio, ti ringrazio davvero per il tuo racconto

  7. Ariel 54

    25 aprile 2010 at 16:52

    Ricordo quelle povere criste che lasciavano la stanza, al mattino, a quelle che dovevano fare il corso per il parto: che inutile catttiveria!
    Hai avuto molto coraggio, Monica, ma l’avresti pagata cara in caso contrario!
    Un governo che si riempie la bocca di famiglia toglie gli insegnanti di sostegno, che poi sono insegnanti normali riciclati malamente, non fa niente per asili, scuole materne e scuole in genere.
    E’ già dura con un figlio sano. Un abbraccio.

  8. Claudio

    25 aprile 2010 at 08:32

    Io e mia moglie “abbiamo” avuto la stessa esperienza 4 anni fa.
    Siamo stati insieme per tutto il tempo.
    Ho percorso decine di volte un corridio dove tutti festeggiavano l’arrivo di una nuova vita. Il passaparola evitava che questa comunità di neomamme provate ma felici, di padri orgogliosi, bimbi saltellanti e parenti vocianti si spingesse fino all’ultima stanza in fondo.
    Il ricordo del contrasto fra il mondo di qua e quello di là, degli sguardi e delle frasi di chi dovrebbe essere animato da pietà e comprensione cattolica, e che invece ti guarda e agisce con un disprezzo malcelato, della solitudine di una donna nella sua sofferenza più profonda sono quanto mi rimarra per sempre.
    “Non ce la faccio più, non ce la faccio più…”
    Angelica era l’ostetrica che teneva la mano di mia moglie insieme a me quando improvvisamente (ma chi conosce questa pratica di aborto sa che spesso è così…) il feto uscì.
    Mentre Angelica si precipitava sul telefono a chiamare il dottore che naturalmente era impegnato atrove, io tenevo fra le mani la testa di mia moglie. Ci siamo guardati per lunghi minuti faccia contro faccia fino all’arrivo del medico che doveva separarla da quella che era stata la fonte di tutti i suoi dolci pensieri per 5 lunghi mesi e che ora era immobile fra le sue gambe.
    I suoi occhi erano spalancati, increduli, spaventati. Piangeva.
    E’ stato solo l’inizio del viaggio. Elena è una bimba mai nata, vive solo nella testa dei suoi genitori. La disperazione, i ricordi e il rimorso non ci abbandoneranno mai.
    L’ipocrisia di uno stato e di molti suoi cittadini che si dicono cristiani ma che del messaggio di Cristo non hanno capito niente è stata un’amara conferma.

  9. Shaina

    24 aprile 2010 at 14:39

    Avrei fatto la stessa cosa…

    Ti abbraccio…

  10. Ale

    20 aprile 2010 at 18:39

    Diamo spazio all’esperienza nel dibattito pubblico e politico. Denunciamo ipocrisie e ideologie camuffate da disorganizzazione. E’ già espresso nella 194, ma mai abbastanza, il rispetto della DIGNITA’ PERSONALE DELLA DONNA.

  11. Luca Barattoni

    18 aprile 2010 at 22:08

    Sei una grande.

  12. Rolando

    18 aprile 2010 at 18:57

    pur se completamente diversa, mi è balzata alla mente la vicenda della bambina di 13 mesi, morta perchè al padre era scaduta la tessera sanitaria.
    e come in quel caso non so cosa dire, tranne dirti che ho letto con rabbia e dolore.

  13. marcoboh

    18 aprile 2010 at 14:07

    grazie, ho letto con interesse e ansia, speravo che tutto sarebbe andato così. in un paese normale l’obiezione nemmeno dovrebbe esistere, invece ci dobbiamo dire contenti del fatto che l’aborto non sia proibito.

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  15. lucia berardi

    16 aprile 2010 at 12:28

    anch\io volevo lasciare un messaggio di solidarieta. Volevo anche scrivere una storia vecchia. Che pensavo fosse obsoleta, ma vedo bene che non e affatto cosi.
    Io sono una di quelle che la battaglia per la possibilitå di essere assistite durante un aborto, cioe di non fare un aborto clandestino, l\hanno fatta. E devo dire che pensavo fosse impossibile tornare al medioevo in cosi pochi anni.
    Vi voglio raccontare quindi una soria che pensavo fosse vecchia ma che vecchia non e.
    COrreva l\anno 1971. O forse 1970. Avevo 18 anni. Rimango incinta: allora anche la pillola era clandestina, e ci si dava vicendevolmente e di nascosto, fra compagne di scuola o di universitå, informazioni su questo o quel medico “disponibile” a prescriverla, naturalmente non come anticoncezionale ma come regolatore delle mestruazioni. Ma a me quel nome non era ancora arrivato.
    Mi dicono che in Yugoslavia (e una storia vecchia e nel mondo antico c\era la Yogoslavia) l`aborto e legale. Parto e spendo tutto il presalario di quellànno.
    Un ospedale dove nessuno parla la tua lingua, e dove in inglese riesco a far capire che voglio lànestesia. Mi sveglio con dolori, le donne intorno mi confortano senza parole. RIparto e in Austria ho perdite di sangue. Penso di morire e che questa e la punizione: morirai in un lago di sangue. Passo due giorni e due notti di terrore (anche in Austria làborto e illegale) e poi sono costretta a ripartire perche ho finito i soldi.
    A Bologna finalmente un medico mi dice che le perdite sono regolari. Il medico`di cui fidarmi che non mi denuncerå l`ho trovato con difficoltå.
    Adesso so che non sto morendo.
    Ero molto giovane ed e stato un bel trauma, che ha scavalcato il dispiacere (che pure c`ra) dellàborto. Me lo sogno ancora.
    A me e` anche andata bene perche molte sono morte sotto i ferri dei cosiddetti cucchiai dòro. Non ricordo la cifra ma negli anni 70 circolava un libro che li enumerava.
    Non auguro a tutte noi che quei tempi ritornino. Ma cpisco che la mobilitazione sociale che cèra allèpoca non cè piu: À manifestazioni attorno al tema (qui a bologna qualche tempo fa abbiamo fatto mobilitazioni contro alcuni fondamentalisti cattolici che pregavano davanti alla clinica ginecologica dove praticano le interruzioni di gravidanza) siamo sempre poche, e quasi tutte della mia etå, ormai fuori tempo massimo sullàrgomento, essendo in menopausa.
    Non capisco perche. Penso dipenda dalla scarsa consapevolezza e minor impellenza del tema (ci sono gli anticoncezionali) ma forse anche dalla sensazione dellìnutilitå di qualunque mobilitazione sociale.
    Ancora solidarietå e vicinanza affettuosa a Monica, Lucia

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  17. stefania

    14 aprile 2010 at 21:12

    Grazie Irene!
    di norma mi commuovo solo per gli animali, ma sta volta ho pianto come un vitello! non si può umiliare così una persona, non la si può fare soffrire così senza considerare che il dolore che ha dentro è un lutto, nientemeno! Coraggio! Anche se solo col cuore, ma siamo con te! Un abbraccio!

  18. Lorella

    14 aprile 2010 at 21:03

    Ho letto con grande attenzione e con dolore la tua storia. E’ una storia che ha dell’incredibile per un paese che si definisce civile.
    Grazie per aver avuto il coraggio di rendere pubblica la tua esperienza.

  19. virginia

    14 aprile 2010 at 20:08

    sono stata di quelle che si sono battute perchè la legge 194 fosse una realtà. ho visto abortire mia madre, quando ero una ragazza, da una mammana, perchè le attese negli ospedali, perchè un aborto venga praticato, ora come allora sono lunghissime. per me che l’ho vissuta solo di rimando è stata una esperienza traumatizzante. hai fatto una scelta consapevole, monica, e coraggiosa. hai tutto il mio sostegno di donna e di mamma. ti auguro un mondo di bene!
    ( i medici obiettori, se scavi un poco, sono molto spesso tali in ospedale, ma negli studi privati è tutt’altra storia… )

  20. daniele

    14 aprile 2010 at 16:37

    meno male che hai letto Foucault.

    Questa cosa del certificato non la sapevo, non la immaginavo, non ci posso credere.

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  22. Monica Micheli

    monica micheli

    14 aprile 2010 at 14:39

    Ringrazio ancora tutti per la solidarietà. Vista la partecipazione emotiva e intellettuale all’argomento, invito tutti a leggere l’intervista a Mirella Parachini (la ginecologa che mia assistita) che uscirà sul prossimo numero degli Altri, in cui vengono approfonditi i temi dell’obiezione, della RU486 e del principio di autodeterminazione. Questo per aver modo di mantenere vive le riflessioni su un argomento tanto delicato e urgente, Spero che lo spazio aperto in questo blog avrà modo di proseguire nei prossimi giorni. Ringrazio pubblicamente Mirella per aver messo a nostra disposizione la sua esperienza umana e professionale

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  24. luca

    14 aprile 2010 at 11:36

    ho letto tutti d’un fiato, ho ripercorso i momenti di paura durante l’attesa della prima figlia… fortunatamente tutto andò bene… ho gli occhi lucidi… ammiro il tuo coraggio… se esiste la legge 194 dovrebbe esistere la continuità di erogazione dell’assistenza sanitaria, si dovrebbe obbligare le strutture sanitarie ad organizzare turni con tutti medici/paramedici non obiettori…

  25. Stefano

    14 aprile 2010 at 11:32

    Cristo.
    Ho due bambini. Sani. E ho sempre pensato sia stata fondamentalmente una questione di culo, come ha sottolineato il tuo “dottor House”.
    La tua storia fa capire ancora una volta che serve speranza per dare vita, ma occorre coraggio ultraterreno per decidere altrimenti.
    E – a pensarci bene – quanto ti è successo è anche colpa mia e di tutti quelli che, come me, non fanno abbastanza per cambiare le cose.
    Soprattutto quando non è toccato a loro.

    Grazie, Monica, per quello che hai avuto la forza di raccontare.
    Un grosso abbraccio.

  26. serena

    14 aprile 2010 at 10:42

    coraggio cara.. sei una donna forte . un abbraccio affettuoso

  27. serena

    14 aprile 2010 at 09:39

    sei stata coraggiosa a condividere il tuo dolore e ti ringrazio, credo anche a nome di altre donne. E’ importante, per non sentirci sole contro una macchina gigante che fagocita emozioni, scelte, sentimenti e determinazione delle donne,che fanno sempre più fatica a farsi ascoltare in una società sorda e perbenista. hai tutta la mia solidarietà ( virtuale,per quello che può contare…)

  28. Cristina

    14 aprile 2010 at 09:23

    Terribile. Tutta la mia solidarietà per te e per tutte le donne che hanno dovuto affrontare questo calvario. E’ scandaloso il modo in cui vengono gestiti i medici obiettori.. Ogni ospedale dovrebbe garantire l’applicazione della legge 194 sempre, ad ogni ora e organizzarsi per avere un numero minimo di medici non obiettori perchè ci possa essere continuità di servizio, sempre.
    Quello che è successo è tremendo. Ma è scandaloso anche dover vagare di notte per 4 ospedali di una città come milano prima di ottenere, a distanza di 12 ore una pillola del giorno dopo, rimbalzati da una pare all’altra della città perchè “forse in quell’ospedale un non-obiettore lo trova”. E 12 ore dopo era troppo tardi…

  29. ia

    14 aprile 2010 at 09:13

    Cara Monica,
    ci tengo a scriverti della mia solidarieta`.
    Anch’io mi sono scontrata con la mostruosita` di questo sistema, nel mio caso la “salvezza” l’ho trovata in Svizzera.

    un grosso abbraccio virtuale che comprenda anche le persone che ti sono vicine.

  30. LivePaola

    14 aprile 2010 at 04:31

    Coraggio.

  31. BARBARA

    13 aprile 2010 at 22:27

    Ciao Monica, è terribile quello che hai dovuto passare, lo so perchè ho vissuto la tua stessa esperienza 2 mesi e mezzo fa. La sofferenza gratuita a cui veniamo sottoposte in queste situazioni non ha giustificazioni. Mi sento estremamente delusa e mortificata dallo stato e dalle istituzioni che dovrebbero tutelarci e invece ci sottopongono a simili pratiche. Mi è stato chiesto di firmare un foglio dove dichiaravo che il proseguimento della gravidanza mi avrebbe provacato forti problemi psicologici e non sarei stata in grado di sostenerla, quando in realtà mio figlio non aveva possibilità di sopravvivenza e portare avanti la gravidanza sarebbe diventato pericoloso anche per me, ma per loro non era una motivazione accettabile. E pensare che credevo di vivere in un paese civile!! Un abbraccio

  32. Pingback: Tweets that mention http://www.glialtrionline.it/home/2010/04/10/«abortirai-con-dolore»-le-mie-100-ore-di-strazio-tra-leggi-e-obiettori/ -- Topsy.com

  33. Mari

    13 aprile 2010 at 21:29

    Cara Monica,
    hai un coraggio impressionante a raccontare la tua storia in questo paese dove sei e sarai giudicata per quello che hai fatto!! Io ho alle spalle una storia simile, un figlio tanto atteso e amato che non avrebbe avuto nessuna possibilita’ di sopravvivere fuori dal mio utero e anzi probabilmente morendoci dentro avrebbe causato un pericolo anche alla mia salute. Per questo, con un grandissimo dolore ho accettato un aborto terapeutico. Dopo quasi due anni sono ancora seguita da una psicologa, vado al cimitero tutti i mesi a trovare il mio piccolo angelo e vengo giudicata dalla gente che non sa di cosa parla, non ha mai sperimentato una cosa simile e nonostante la loro crudelta’ e la loro ignoranza, non potrei mai augurargli nulla di simile. Io ho un figlio che ho partorito, che ho amato, ma non ho mai potuto portare a casa, vedere crescere o sentire chiamarmi mamma. Ogni fiocco alle porte di casa e’ una freccia al mio cuore, io non potro’ mai appendere un fiocco per il mio angelo. La gente davvero non sa di che cosa parla e chi ha bisogno di aiuto purtroppo spesso riceve solo giudizio.
    Grazie per aver condiviso la tua esperienza. Se per qualcuno puo’ essere di aiuto, su internet esiste un gruppo per condividere questo dolore:
    http://it.groups.yahoo.com/group/iltoccodiunangelo/

    Mari

  34. krizia

    13 aprile 2010 at 19:33

    Ciao Monica…sono rimasta colpita davvero dalla tua storia e hai tutta la solidarietà non solo di noi donne, ma anche e prima di tutto la mia che sto per laurearmi in ostetricia… e ho letto cn occhi ancora piu commossi queste righe.
    Sto lavorando, o meglio sto iniziando a lavorare su una tesi che tratta proprio l’obiezione di coscienza e se ti va di fare due chiacchiere anche solo tra donne, o in un futuro leggere quello che spero di aver documentato mi farebbe piacere davvero.
    88kikk@gmail.com
    questa è la mia mail, se e quando vorrai non farti scrupoli!
    1 abbraccio grande

    krizia

  35. Emanuela

    13 aprile 2010 at 19:27

    A volte penso che alcune esperienze siano così intime e controverse da dover essere tenute private ma, devo ammetterlo, in questo caso mi hai fatto cambiare idea. Grazie per il tuo coraggio e per esserti messa a nudo in questo modo.

  36. Valeria

    13 aprile 2010 at 19:23

    Tutta la mia solidarietà per te. E la promessa di continuare a lottare, per tutte noi!

  37. Ermanno

    13 aprile 2010 at 09:31

    Ciao Monica. Non sono una donna, è evidente. Ma ho letto l’articolo e sono onestamente solidale con te.
    Forse un giorno sarò padre, ma pensare che, trovandosi nelle stesse condizioni, la mia compagna potrebbe trovarsi ad affrontare tutto questo mi spaventa. Da morire.
    Virtualmente ti do un abbraccio di ringraziamento per tutti quei padri, aspiranti tali, futuri tali, che provano a capire.
    Ermanno.

  38. Monica Micheli

    monica micheli

    12 aprile 2010 at 10:32

    grazie davvero dei messaggi. lavorerò oggi all’intervista a mirella parachini, che uscirà sul prossimo numero degli altri. abbiamo toccato gli argomenti ru486 e obiezione, ma non solo. spero che l’intervista raccolga le vostre riflessioni, in questo e in altri luoghi, e spero che le nostre riflessioni possano giungere a un terreno di proposizione e quindi interazione con le strutture della 194 e, perché no, con lo stesso testo di legge. parachini ha lanciato una sfida al giornale. sono felice di portare dentro le pagine del settimanale le istanze di chi con la legge ha a che fare più nella pratica che nella teoria.
    torna il luogo dell’autodeterminazione.
    ringrazio la redazione degli altri dell’ospitalità e la invito a una riflessione: qual è il significato di tante firme maschili sull’argomento ivg itg? la mia non è una provocazione, ma piuttosto una riflessione sul ruolo maschile in relazione all’universo – meraviglioso e invidiato – del corpo delle donne

  39. francesco saverio

    11 aprile 2010 at 21:26

    L’ipocrisia medica, dei chirichetti ginecologi obiettori è disarmante. Uno stato laico, veramente non confessionale, dovrebbe licenziarli in tronco. Il rispetto della legge è per tutti, come il motto la legge è uguale per tutti. Se tu poi sei obiettore o meno, questo non interessa nessuno, e l’intralcio della legalità, il far soffrire una donna forte di una legge non rispettata è più crudele di tutte le obiezioni immaginabili. Legge 194, RU 486, in questi casi equivalgono ad usufruire di un diritto “costituzionale” ad intermittenza, e dunque ulteriore violenza fisica e psicologica che già si somma alle traversie di una donna obbligata in questo caso ad un aborto terapeutico. Invito la signora a denunciare gli obiettori per omissione di soccorso, danni materiali e non all’integrità della persona, e a coinvolgere nella denuncia anche il direttore sanitario dell’ospedale. Questa gentaglia merita una lezione di civiltà.
    francesco saverio. medico chirurgo

  40. Edo

    11 aprile 2010 at 12:54

    Cara Monica è impressionante leggere cosa una donna già provata dalla situazione debba affrontare.

    L’ipocrisia è davvero una brutta bestia. Grazie per la tua testimonianza.

  41. Giovanna

    11 aprile 2010 at 10:02

    Se solo le persone riflettessero che l’esperienza umana è unica, irripetibile e diversa per ognuno di noi che passiamo per questa vita, ci sarebbe più rispetto per le scelte di tutti e si imparerebbe ad essere meno ipocriti e più umani. Complimentialla tua onestà intellettuale Monica, hai dimostrato che non nascondere la testa sotto la sabbia comunque è la scelta più dignitosa. E forse per questo hai incontrato nel tuo calvario una persona così speciale che ti ha sostenuto con praticità e saggezza. In bocca al lupo per tutto.

  42. Monica Micheli

    monica micheli

    11 aprile 2010 at 09:14

    grazie, irene. la vostra solidarietà è il mio coraggio

  43. claudia mongini

    10 aprile 2010 at 17:18

    grazie, monica per aver condiviso con noi la tua storia.
    forse questo sito puo’ essere utile a qualcuno
    http://www.womenonwaves.org si tratta di un’associazione non profit olandese che si e’ assunta come compito la distrtibuzione della pillola mifegine nei paesi dove l’aborto e’ illegale. non e’ totalmente il caso dell’italia, ma la tua storia dimostra come siamo ancora ben lontani da una messa in pratica che valga per tutte. magari questo link puo’ servire a qualcuna, per lo meno come sostegno

  44. Irene Antinori

    10 aprile 2010 at 16:01

    complimenti monica, il tuo coraggio è la nostra forza.
    irene