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Il dolore degli animali, da Beppe Bigazzi a Jonathan Safran Foer

Paolo Di Paolo Pubblicato da
il 24 marzo 2010.
Pubblicato in Cultura, Diritti, gli Altri.

«Barriera tra specie». Che cos’è? Com’è fatta? Il nostro rapporto con il dolore degli animali – su cui si interroga il trentenne scrittore americano Jonathan Safran Foer in Se niente importa. Perché mangiamo animali?, appena pubblicato da Guanda – si gioca tutto intorno al senso di un confine «naturale». Quello tra l’uomo e l’altro da sé. «Gli esseri umani – scrive Foer – sono membri del regno animale. Ma più spesso usiamo genericamente la parola animale per denotare tutte le creature – dall’orangutan al cane al gamberetto – tranne l’uomo». Da una parte l’Homo sapiens, dall’altra tutto il resto: l’impasse è già qui, e ha una sua lunghissima, stratificata radice filosofica. L’animale che dunque sono, dichiara un titolo di Jacques Derrida: «L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio qui». L’animale ci guarda; e noi guardiamo lui, più nudo ancora. La nostra reazione emotiva – più in generale, la nostra relazione – con gli altri animali (bisognerebbe dire così), da cosa è definita, da cosa dipende? Perché c’è chi si mostra più freddo e chi invece – come Foer – scrive un libro animalista? È questione di cultura, di sensibilità? Ma che tipo di sensibilità? Non se ne esce. Il libro di Foer – a metà tra saggio e narrativa, fitto di dati, di illuminazioni, con pagine in grado davvero di scuotere – intende dimostrare come, attraverso un percorso di coscienza (e di informazione), si dovrebbe infine scegliere la via vegetariana. Quando ci presenta la ricetta del «cane stufato per pranzo di nozze» (ricetta filippina: «uccidere un cane di medie dimensioni, poi bruciargli la pelliccia su un fuoco vivace. Rimuovere attentamente la pelle mentre è ancora tiepida» ecc.), siamo colti da un moto di orrore. (Il gastronomo tv Beppe Bigazzi è stato sospeso dal video per avere alluso a gustosi «stufati di gatto»!) Foer provoca: «Mangiare gli animali ha un che di invisibile. Pensare ai cani, rispetto agli animali che mangiamo, è un modo per guardare di sbieco e rendere visibile l’invisibile». Pensare ai nostri animali domestici, secondo Foer, dovrebbe riportare alla coscienza il disagio di essere carnivori, neutralizzato nel più dei casi da un’istintiva, quotidiana dimenticanza. Dovremmo tornare a vergognarci di essere carnivori, dice lo scrittore: come Franz Kafka (vegetariano) di fronte alle vasche dell’acquario di Berlino. «Vedendo i pesci nelle vasche luminose disse: adesso posso guardarvi tranquillamente, non vi mangio più. (…) I pesci, per Kafka, dovevano essere l’incarnazione stessa della dimenticanza: ci si dimentica della loro vita con una radicalità che è più rara quando pensiamo agli animali terrestri allevati». Vero. Ma la questione non potrebbe essere ribaltata? Se fosse che invece, proprio per accostarci con sguardo diverso, pietoso, agli altri animali, diventa necessario dimenticare profondamente? Dimenticare, rimuovere a forza dall’orizzonte del pensiero, la nostra costitutiva natura animale, il fatto stesso (biologico) di essere parte di una catena alimentare? Dimenticare di essere gli animali che dunque siamo.

Se guardo, come in questo istante guardo, la fotografia di tre pecore che osservano (sì, voglio dire osservano) le loro compagne già squartate in un mattatoio, rabbrividisco. Ma quante volte questa immagine – questa immagine che sempre precede il pezzo di carne nel mio piatto, che è la storia di quel pezzo di carne – mi ha sorpreso mentre ero a tavola? Forse mai. Cosa accade dunque? A tavola sprofondo nel mio antropocentrismo e dimentico la pietà? O non sarà di fronte a quella foto che voglio invece dimenticare la mia «animalità», che voglio sbarazzarmene perché mi produce vergogna e orrore? Difficile uscire da questo intrico di domande. Certo è che si tratta di uno «sguardo straniato» sulla cucina, quello che ci consente di prendere la distanza dal nostro mangiare animali. Ne parla J.M. Coetzee, autore del bellissimo La vita degli animali, nel più recente Diario di un anno difficile (Einaudi 2008): «Alla maggior parte di noi quello che vediamo nei programmi di cucina in televisione appare del tutto normale (…). Ma per chi non è abituato a mangiare la carne, lo spettacolo dev’essere davvero innaturale». «Innaturale», dunque. Ma cosa è «naturale»?

Ospite, o intruso, al Festival dell’aragosta del Maine, David Foster Wallace si trova a ragionare sul più comune metodo di cottura del crostaceo, la bollitura. «Un dettaglio così ovvio – scrive in Considera l’aragosta (Einaudi 2006) che le ricette quasi mai lo menzionano è che le aragoste devono essere vive quando le mettete in pentola». Di qui, una cascata di interrogativi: «è giusto bollire una creatura viva e senziente solo per il piacere delle nostre papille gustative?», «cosa significa poi “è giusto” in questo contesto? Che sia tutta una questione di scelte personali?». Il geniale scrittore americano scomparso nel 2008 si inoltra in una serie di dati di neurologia animale per giungere alla conclusione che l’aragosta «si comporta in modo assai simile a come ci comporteremmo voi o io se venissimo buttati nell’acqua bollente (con l’ovvia eccezione delle urla)». «Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire».

Per non girarsi dall’altra parte, che cosa occorre? È una questione di sensibilità, di cultura? O forse si tratta di attenzione, meglio ancora: di immaginazione? Perché un film d’animazione come Galline in fuga mi fa istintivamente parteggiare per le galline che si sottraggono alla macchina tritura-polli e alla schiavitù dell’allevamento intensivo? Cos’è che spinge Plutarco a scagliarsi contro i carnivori («crediamo che i suoni e le strida che gli animali emettono siano voci inarticolate e non piuttosto preghiere, suppliche e richieste di giustizia», Del mangiare carne)? E cosa muove Tolstoj a parlare di «immoralità del cibo animale» (Il primo gradino), Rosa Luxemburg a chiamare «fratello» un bufalo ferito (Un po’ di compassione)?

In un racconto dei Sillabari di Goffredo Parise, Caccia, un cacciatore, dopo avere colpito alla testa una folaga e poi un beccaccino, viene sorpreso da un moto di pietà: «Comincio ad amare questi animali», pensa. Ma un istante dopo torna a sparare, verso uno stormo di germani: «uno morì in volo e cadde con la severità della morte nell’acqua. Data la distanza avrebbe potuto ucciderli tutti e due ma aveva perso tempo a pensare». Pensare, ecco!

Un grande amico di Parise, Raffaele La Capria, di fronte a un ciuchino che viene percosso, si domanda se «la sua immensa sofferenza, il suo duro servaggio, la sua immensa solitudine nel mondo creato da Dio, gli fosse riconosciuta da Qualcuno, lassù o quaggiù». «Se così non fosse, perché vivere?». Ma queste domande – qui torno a Wallace – «portano dritto in acque così profonde e insidiose che probabilmente è meglio fermare la discussione qui. Ci sono dei limiti a quello che si può chiedere, persino fra persone interessate».

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3 Responses to Il dolore degli animali, da Beppe Bigazzi a Jonathan Safran Foer

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  2. Vendoliano

    24 marzo 2010 at 17:45

    AIUTATE NOI PUGLIESI A DARE VISIBILITA’ AL PROGRAMMA DI NICHI VENDOLA, DATO CHE TUTTE LE TV E GIORNALI LOCALI SONO PRO SILVIO BERLUSCONI,SPECIE,OGGI CHE STA IN PUGLIA. FORZA NICHI VENDOLA. http://www.nichivendola.it

  3. luca de fiori

    24 marzo 2010 at 10:48

    sempre di coetzee ricordo “elizabeth costello”. fu un libro che mi aprì gli occhi sulla nostra violenza.