Il rappresentante speciale per la Casa Bianca in Afghanistan e Pakistan, il newyorkese Richard Holbrooke, ha paragonato la diplomazia alla musica jazz. Si capisce la metafora che sottintende l’improvvisazione su un tema, il virtuosismo, l’eccentricità e la difficoltà di esecuzione. Per capire cosa abbia inteso veramente Holbrooke entriamo nel negozio da parrucchiera di Connie, nel sud dello Stato dell’Indiana, lavaggio e taglio: $20. Connie è grassa e ha una non so quale dermatite. Ansima quando respira e ha il brutto vizio di dare con il pettine dei colpetti decisi dietro alle orecchie che sono molto fastidiosi e irritanti. Da poco ha ridipinto il negozio di un rosso pompeiano kitsch e alla radio suona sempre del jazz. Quando taglia i capelli si chiacchiera del più e del meno, domande e risposte. L’altro giorno, invece, è stata rapita dalla voce del radiocronista che ha citato la ormai famosa frase di Richard Holdbrooke: «diplomacy and jazz are based on the same principle: improvisation on a theme». E qui è partito uno splendido John Coltrane del 1961.
Connie ha dato una botta di bronchi e ha ripetuto la citazione con la faccia di chi ripete qualcosa, senza aggiungere necessariamente un significato o un’interpretazione. Ma la frase l’ha evidentemente colpita tanto da dirmi: «You know what? My granpa got the blues». Il nonno di Connie non ha un nome per la storia, ma fu chitarrista blues nella strada che percorre il Mississippi River da New Orleans a Saint Louis. Suonava negli stessi posti in cui si avvicendavano Charlie Christian, Louis Armstrong, Charlie Parker, Fats Navarro, Bud Powell, Max Roach e grazie ai quali il blues si fondeva nel jazz e si sviluppava da una parte verso la California, con il cool, e dall’altra verso New York con il bebop.
«Se la diplomazia è come il jazz stiamo freschi! Se pensi a come è nato il jazz a me non pare proprio una cosa diplomatica». In effetti nel Seicento gli schiavi africani sbarcati nelle Americhe e convertiti al cristianesimo non dovevano trovare troppo giovamento nei campi di cotone. Come le nostre mondine nelle risaie, i niggers comunicavano attraverso il canto per non essere puniti dai padroni. Invece nelle pause serali intonavano gli Spirituals improvvisando sui testi dell’Esodo, metafora della liberazione dalla schiavitù. Nel tempo questi canti divennero gospel suonati nelle chiese, in cui si comincia a definire un ritmo blues, musica che nasce alla fine dell’Ottocento e che introduce una particolare progressione di accordi, il cui dinamismo genererà il soul, il rock, il funk e le altre diramazioni. Sincopando il ritmo del blues nasce il ragtime, padre storico del jazz. Per Bessie Smith, Lestern Young, Robert Johnson, Billie Holiday, Jelly Roll Morton e per il nonno di Connie, questa musica significava un canto rinnovato di protesta contro le leggi razziali e gli abusi. «Vedi, honey, il jazz nasce in maniera molto poco diplomatica!».
Ha ragione. Ma allora se la diplomazia fosse veramente come il jazz, non sarebbe una cosa buona. Significherebbe che a qualcuno la diplomazia piace calda, difficile, spietata, ed effettivamente in Afghanistan il clima non è dei migliori. A questo punto la frase di Richard Holbrooke sta prendendo un senso tutt’altro che positivo, proviamo allora a rigirarla: si può dire che il jazz è come la diplomazia se dire che la diplomazia è come il jazz suona male?
Connie non esita, la sua asma sì, ma in pochi attimi arriva anche la voce: «Dopo la guerra, la prima o la seconda non mi ricordo, il jazz veniva suonato anche all’estero. Si faceva così per far conoscere il fe- nomeno musicale più interessante d’America. Con la musica non si pensava più alla schiavitù e ai problemi anche se le canzoni erano tutte ispirate dai problemi». Questa contraddizione che Connie ha tirato fuori è un punto molto interessante per la storia del jazz moderno. Dal 1958, durante la Guerra Fredda, fu creato il programma Jazz Diplomacy per promuovere l’America all’estero. Si fecero concerti in Unione Sovietica, Giappone e in Europa che servivano a dare un’immagine positiva degli States. A questo programma aderirono musicisti del calibro di Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Dave Brubeck, Duke Ellington, Benny Goodman e altri.
Altri, ma non tutti. La popolarità che il jazz stava riscuotendo comportava anche che i musicisti di colore fossero considerati dai bianchi come delle marionette che suo- navano a comando. Questo non era sopportabile per quei jazzisti che eseguivano le improvvisazioni come profonda espressione personale e sociale e non volevano solo far ballare le folle. In molti non tolleravano l’idea di una pubblicizzazione del jazz che rispondeva più a giustificazioni politiche che a una sincera esportazione artistica. Fu così che nel 1960 Ornette Coleman e il suo doppio quartetto registrano Free Jazz: a Collective Improvisation. Per copertina del disco viene scelto non a caso un quadro dell’astrattista Jackson Pollock. Tutto è doppio: due batterie due bassi due fiati alti e due bassi. È musica contro gli ubriachi, quelle persone ebbre di categorie, di pregiudizi e di pensieri razzisti. La cacofonia era il segnale d’allarme che annunciava un’altra battaglia politica. We Insist!, recita infatti l’album di Max Roach che contiene pezzi dal titolo: “Preier/ Protest/ Peace”, suonato nel 1962 per il centenario della Proclamazione dell’Emancipazione degli Schiavi Neri negli Stati del Sud. Ancora una volta l’unico dato diplomatico lo si può trovare nelle rivolte e nei canti di protesta dei neri.
Obama nel 2009 ha vinto il premio Nobel per la pace grazie al suo impegno per la diplomazia. In America è visto come una sorta di Charlie Parker e i suoi rappresentanti lo sanno bene e infatti sono loro a ricorrere al jazz. Se immaginiamo le relazioni internazionali come jam sessions, e in Afghanistan c’è anche il contingente italiano, diventa subito ridicolo il solo pensare a un Silvio Louis Berlusconi, un Thelonious Fini, un Billie Giulio Holiday, e un Bossi Mingus suonare con chi di jazz se ne intende, anche nei suoi lati più cruenti. È difficile vedere come l’arpa della Carfagna o il corno francese suonato da di Pietro o ancora il flauto traverso di Bersani possano accordarsi senza una nuova base ritmica che abbia quella caratteristica coinvolgente propria del sud.
Il mio inglese ha cominciato a zoppicare nello spiegare a Connie la situazione orchestrale della politica italiana, ma non importa. Intanto ho notato che questa volta mi ha tagliato i capelli più corti del solito, forse si è lasciata andare mentre parlavamo. Non la vedrò per un po’, ma già penso al suo ansimare perché in fondo c’è un ritmo anche in questo, un ritmo personale, sincopato e in levare. Adesso è più chiaro quello che Irving Mills scris- se sulla musica del Duca: «It don’t mean a thing (if it ain’t got that Swing)».
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