Su la Repubblica, ieri, è apparsa la lettera di un giovane, nipote della signora che un paio di giorni fa è stata investita e uccisa da un camion ( e con grande coraggio è riuscita a spingere via il passeggino con un nipotino, salvando la vita al bambino). Il nipote della signora, in sostanza, chiede una punizione esemplare per l’investitore. Trascriviamo la lettera e poi vi proponiamo un nostro breve ( e polemico) commento:
“Sono il nipote della Signora Caristo, da voi chiamata “nonna coraggio”, deceduta lunedì 15 marzo alle 10:30 dopo un incidente stradale. Vi scrivo perché voglio chiedere, a voi che tutti i giorni avete a che fare con notizie tragiche come quella di mia zia, se siete fieri di vivere in un Paese come il nostro.
Leggo sui giornali, su internet, che la persona che ha ucciso mia zia è stata denunciata in stato di libertà, ma ora vi chiedo e mi chiedo: è normale tutto ciò? A me non interessa la nazionalità di questa persona, il suo dispiacere, lo stato in cui si trovava al momento dell’incidente, non mi interessa nulla di tutto ciò, mi interessa che lui almeno non sia con la sua famiglia come non lo è mia zia.
Ma in Italia gli omicidi vengono puniti? Se sì, dopo quanto? E per quanto tempo? Cosa si deve fare in Italia per essere puniti dalla legge? Basta ammazzare una signora che attraversa la strada sulle strisce pedonali o ci vuole qualcosa di più grave? Sento parlare e leggo del coraggio di questa donna nel salvare il suo nipotino, ma perché non leggo della vergogna che la persona che l’ha ucciso è in libertà? Se fosse stata la moglie, la mamma, la zia, la figlia, una qualsiasi parente di un Onorevole con la O maiuscola le cose sarebbero diverse? Avrei letto che il colpevole era stato processato per direttissima e magari condannato?
Il mio dispiacere e la mia rabbia derivano dal dolore di non poter più salutare, vedere, vivere una zia come la mia e di sapere che la persona che l’ha uccisa è stato denunciato in stato di libertà. Qualcuno dirà che la legge è questa, beh a questo qualcuno basta dire che la legge si può cambiare, come si cambia per tante altre cose meno importanti, forse, sicuramente si può cambiare una legge che permette di lasciare in libertà una persona che ne ha uccisa un’altra. A me non interessa lo stato d’animo di questa persona, il suo pentimento, Signori ha ucciso mia zia, i suoi figli non hanno più una mamma, suo marito non ha più una moglie, nessuno sentirà mai più il suo respiro. Pensate se fosse successo a qualcuno di Voi, come la prendereste a leggere: “Secondo la ricostruzione, l’autista del camion avrebbe sbagliato una manovra. Dalle analisi è emerso come non fosse sotto effetto di alcool o droga. L’uomo è stato denunciato in stato di libertà”. Ecco provate a pensare che è mancata a Voi una persona e poi leggete questa frase.
Io sono un comune mortale, non sono un Onorevole con la O maiuscola e non ho nessun potere, forse il mio unico potere è quello di farvi pensare, di farvi riflettere… Ciao Zia”.
Cos’è che colpisce di questa lettera? Naturalmente il dolore, struggente, per la morte della zia. E’ difficile non essere solidali con chi subisce questo dolore. Io però – so di dire una cosa molto impopolare, molto scorretta, ma la dico lo stesso, perché ci credo molto – sono colpito anche dalla furia, dal desiderio di vendetta. Esagero se scrivo: desiderio di vendetta? No, non esagero, è così. Ed è il sentimento più diffuso, di fronte a una ingiustizia. E’ chiaro che il nipote della signora ( e ancora di più il marito e i figli della signora) hanno subìto una tremenda ingiustizia. Ed è anche chiaro che l’autista del camion ha una responsabilità. Ma questo non basta a spiegare perché qualcuno dovrebbe sentirsi meglio se sa che l’autista del camion è stato portato via da casa, separato dai suoi cari, chiuso in una cella e quindi costretto a subire una sofferenza molto grande, più grande di quella che già subisce per il rimorso e il dispiacere per l’incidente.
Naturalmente questo è un caso limite. Nel senso che la rabbia del nipote della signora è comprensibilissima, e si capisce perché usi parole così dure (“mi interessa che lui almeno non sia con la sua famiglia come non lo è mia zia…”). La verità però è che la “vendetta” è considerata da quasi tutta l’opinione pubblica come uno strumento essenziale per regolare il vivere civile. E’ considerata un risarcimento, un disincentivo, un elemento di giustizia. La giustizia non è pensata come qualcosa che aiuta chi ha ricevuto un torto, o chi è stato derubato, o chi viene tenuto a vivere in condizioni non dignitose. Quindi come qualcosa di positivo, un aiuto dello Stato al singolo, al debole. La giustizia viene vista come punizione. La punizione (cioè lo strumento della vendetta) diventa per noi l’elemento fondamentale della civiltà. Io invece credo che la punizione sia l’elemento fondamentale della inciviltà. Cioè sia esattamente ciò che fin qui ha limitato lo sviluppo della civiltà umana, ha frenato e incattivito le comunità. Voi non credete che sia così?
P.S. Scrive il nipote della signora Caristo: “provate a pensare che è mancata a voi una persona…”. Vi dirò che a me è successo, diversi anni fa. Mio padre è morto investito da un giovinetto di vent’anni che guidava spericolatamente una macchina. Nello stesso incidente mia madre è stata gravemente ferita. Il giovinetto – giustamente – non è stato arrestato. Mia madre non si è voluta costituire parte civile, perché le sembrava che aggiungere alla pena che aveva provocato l’incidente anche la pena di una punizione dura per il ragazzo fosse pura follia. Noi figli gli abbiamo dato ragione. E ci siamo risparmiati un processo che sarebbe stato per noi penosissimo. Il giovinetto è stato processato d’ufficio e condannato a tre mesi con la condizionale. Siamo stati contenti che la pena non fosse troppo severa.
Ariel 54
30 luglio 2010 at 14:13
Non credo proprio che il dolore per la perdita di una persona cara possa essere mitigato dalle sofferenze inflitte al colpevole.
Nella rabbia del nipote vedo anche l’assenza di disponibilità nel mettersi nei panni del camionista: tutti guidiamo e, potenzialmente, a tuttti può capitare un dramma del genere.
Che senso ha metterlo in galera preventivamente? I giudici devono anche valutare il comportamento del pedone che, molto spesso, si butta sulle strisce senza tenere conto dei tempi reali di frenata di qualsiasi mezzo.
Forse è troppo giovane per capire quante volte si può sbagliare anche in buona fede.
calogero
10 maggio 2010 at 06:32
Fin troppo “buono”, caro Piero: vendetta è giustappunto la vera sostanza della giustizia, dell’intero sistema legislativo! Il campo non è la giurisprudenza, è la psichiatria o almeno la psicologia: si ricorre alla “giustizia” perché si demanda una ritorsione, una vendetta, un contrappasso a qualcuno che non siamo noi, cosicché si eviti il senso di colpa e si soddisfi la sete di “farla pagare” a chi, colpevole o innocente, noi percepiamo colpevole (e tanto basta). E ancora: in Vaticalia il reato è la diretta emanazione del peccato, si esercita un giustizia moralistica, compresa la cristiana legge del taglione: altro che “porgi…” ma piuttosto “attaccalo alla màcina…”. E così stiamo per diventare un paese talebano, forcaiolo, dimentico del significato rieducativo della pena.
Ludovico
18 marzo 2010 at 20:11
Dato che i commenti inopportuni o poco inerenti all’ottimo esempio riportato dal dott. Sansonetti iniziano ad infiltrarsi anche qui vi faccio i migliori complimenti per il settimanale. Ammiro in particolar modo le firme di Andrea Colombo e del critico Brunamonti, il primo lo seguo da tempo il secondo lo ringrazio ad ogni suo articolo e lo associo ad una educazione di stile e di conoscenza velata di nera ironia.
Ludovico
piero sansonetti
18 marzo 2010 at 19:05
Non si preoccupi signor Spadon, io non mi irrito. Dico quel che penso e basta. Mi sono iscritto al Pci nel 1971 e nel 1972 mi sono sentito dare per la prima volta del traditore e del venduto. Da un tipo di Avanguardia Operaia. E così per tutti gli anni succesivi fino ad oggi. Ogni volta che dicevo o scrivevo qualcosa pensata col mio cervellino succedeva così: venduto, venduto| Ne ho conosciuti di Spadon prima di Lei! E a forza di vendermi, e vendermi e vendermi, nei successivi 38 anni, ora mi trovo qui a fare un giornale gratis e a campare con il sussidio di dioccupazione…Che vuole, sono fatto così, non ho mica la tempra morale di un Beppe Grillo!
gino spadon
18 marzo 2010 at 18:18
Quantum mutatus ab illo! Piero Sansonetti, interrogato dal “Sussidiario, net” di oggi 18 marzo, sulla inchiesta della procura di Trani, mostra di aver dimenticato le sue antiche geremiadi contro una destra becera e inetta e di aspirare con tutte le sue forze a berlusconiane prebende. Nulla infatti distingue le sue risposte (che cito alla lettera) da quelle che avrebbero dato un Belpietro o un Feltri. Anche il nostro ex-rivoluzionario, astuto (e interessato) assertore del “nihil sub sole novi”, sostiene che i direttori di giornali “ricevono da sempre le pressioni di ministri, segretari di partito e presidenti del Consiglio”. Anche lui, caduto da metaforico cavallo, giudica le intercettazioni telefoniche un “fatto gravissimo” tanto più condannabile quando tali intercettazioni sono fatte “ai danni di un Primo Ministro e consegnate a un giornale”. Anche lui, esperto di arcani calcistici, ritiene un ”clamoroso autogol quello in cui sono incappati i giustizialisti di sinistra”; un autogol che da “un punto di vista politico stringerà ancor di più l’opinione pubblica di centrodestra attorno al suo leader” e che, dal punto di vista giudiziario, “finirà tutto in una bolla di sapone, lasciando però l’ennesima ferita alla nostra democrazia”. Quanto agli attacchi portati contro il povero Minzolini trova anche lui che “l’idea che il direttore di un giornale non abbia il diritto di fare i suoi editoriali”, è, a dir poco lo “agghiacciante”. Per fortuna a diradare la troppa caligine che offusca i nostri cieli c’è “un fatto positivo”, e cioè la ferma certezza che nel nostro paese “non c’è alcun rischio regime”. Novella rassicurante ed esaltante che ci porta a intonare questo canto che, pur leggermente modificato, conserva tutto il suo incanto
“Fiero l’occhio, svelto il passo,
chiaro il grido del valore.
Agli ex-amici in fronte il sasso,
ai nuovi amici tutto il cuor”….
sebastiano romeo
18 marzo 2010 at 17:11
Ha ragione Sansonetti, non si cerca giustizia ma vendetta. L’Italia ormai è diventato il paese della non giustizia, si amministra e si giudica in base a chi si ha davanti, ho letto tempo fa di un poveraccio a Genova condannato a 4 o 8 ( non ricordo bene) mesi per aver rubato una mela, ritorna in mente il vecchio detto “la giustizia con gli amici si interpetra e con gli altri si applica”. Italia, Patria del diritto, adesso non sa cosa sia. Ieri sera su “Le iene” un servizio da Vibo Valentia, dove dopo 16 anni e una trentina di denunce, la Giustizia non riesce ha decidere la legittima proprietà su un terreno. Siamo alla riflessione di Corrado Alvaro “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Aggiungo: visto come vanno le cose più che dubbio è certezza.
Mattia Facchinetti
18 marzo 2010 at 11:23
Ha ragione Sansonetti. Il problema è che a causa del modello politico proposto negli ultimi anni l’inciviltà ha sempre superato la civiltà. le liti, le istigazioni alla violenza, il clima dell’odio, la guerra presunta tra politici e magistrati, hanno creato presupposti per cui si attende sempre il momento buono per una vendetta. Al minimo sospetto veleggiato da qualche quotidiano scatta subito la guerra all’untore. Chi è il magistrato che perseguita Berlusconi piuttosto che chi è il politico finito con le mani nel sacco per presunti reati di concussione, peculato, corruzione e quant’altro. La punizione è il passo successivo. Si individua il colpevole con la presunzione di non attendere i procedimenti giudiziari, si crea una rete di informazione atta a metterlo in croce (vedi caso del turco) e poi lo si crocifigge. Perchè questa è la punizione che si meriterebbe secondo una certa informazione. Ma ci sono casi e casi. Il fatto che, ad esempio, si urlava allo scandalo il giorno dopo l’arresto dell’Assessore lombardo Prosperini è servito per salvarlo all’opinione pubblica. Avete sentito di gente che si è indignata perchè ha patteggiato la sua condanna? Decisamente in pochi lo han fatto..Ha ottenuto i suoi 3 anni ed ora è ai domiciliari. Però ci si preferisce indignare se Berlusconi è intercettato e vorrebbe spostare le indagini a Roma.
guido
18 marzo 2010 at 09:12
ho letto casualmente questo articolo.la ringrazio. dovreste gridare sui tetti delle case questa educazione.
per me non c’è sguardo possibile all’altro, anche verso chi porta una maggior pena, che non parta dal riconoscimento di una dipendenza perchè entrambi non ci faccaimo da soli.
dovremmo tornare bambini e questo mi accorgo ora è profondamente ragionevole cioè permette di guardare tutta la vita e le circostanze che ti sono chieste, la malattia il dolore come la gioia più grande.
p.s. scopra cosa sta accadendo tra i detenuti del carcere di Padova