Durante una conferenza nel 2007, la domanda di un giovane studente del Colorado College imbarazzò parte del pubblico. Il tema scottante riguardava le relazioni culturali tra i paesi islamici e l’Occidente latino. Lo studente domandava perché, in tutto il Novecento, si siano mosse delle critiche feroci contro gli studi sulle fonti islamiche presenti nel testo dantesco. Dopo una breve pausa è stato risposto: «l’indeterminatezza delle fonti arabe nel XIII e XIV secolo non permettono di parlare con convinzione di tali argomenti». Lo studente abbassò il braccio e la conferenza sfumò fino a concludere.
È passato qualche anno e seppur questi studi si stiano rafforzando, rimane il problema che si annida dietro a tematiche comparative così celebri eppure tanto delicate. Nell’ultimo decennio in America gli studi di islamistica stanno maturando molto, in Francia si continuano ad analizzare con successo le relazioni tra Oriente e Occidente durante il Medioevo, e in molte università arabe si approfondisce lo studio delle letterature classiche greche e latine con interesse per quelle romanze. In Italia lo studio comparativo aumenta ogni anno ma, più che negli altri paesi, subisce il peso storico del contrasto tra cristiani e musulmani.
Dal 1919 si è cominciato a vedere nella Divina Commedia punti di contatto con la tradizione letteraria del mi‘raj, il racconto del viaggio ultraterreno di Maometto. Si è rintracciata l’origine cristiana e neoplatonica del sufismo, la mistica islamica, applicabile al testo dantesco (cfr. Asín Palacios, Dante e l’Islam). Nel 1949 fu effettivamente scoperto il Libro della Scala di Maometto, il racconto del viaggio ultraterreno del profeta, che portò negli anni Cinquanta, poi negli anni Settanta e primi Ottanta, gli studiosi a formulare tesi sulla vicinanza dei due mondi islamico e latino fornendo prove convincenti. Seguirono invettive critiche al limite dell’insulto, ma queste date corrispondono sempre a momenti storici in cui il confronto con il Medio-Oriente non permise di affrontare l’argomento con spirito libero da responsabilità storiche. Ancora oggi questo imbarazzo ci è chiaramente mostrato dalla nostra contemporaneità grazie alla guerra del Golfo, l’Afganistan, il terrorismo e l’Iraq. Sono temi complessi che mettono in difficoltà alcune evidenze socio-politiche e culturali, complicando di conseguenza il poterne parlare in maniera dinamica.
Ma quale è l’origine dello scontro? Il principio della frattura religiosa e culturale va individuata nell’invasione araba dell’VIII secolo d.C. Sin dal 717 i musulmani tentarono di conquistare l’Impero Romano d’Oriente. L’entrata a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, viene repressa dall’Imperatore e dalla Chiesa, poteri che avevano il predominio sul mondo mediterraneo e continentale. Fallito il primo tentativo gli arabi preparano una nuova e maestosa invasione per destabilizzare l’impero Occidentale. Così penetrano nel mondo cattolico dall’Andalusia, dopo aver preso forza nei paesi islamici del Nord-Africa ed essersi stanziati nel meridione d’Italia. L’obiettivo è attraversare la Spagna per arrivare in Francia, raggiungerne il cuore e poi marciare lentamente verso Costantinopoli per chiudere il cerchio ideale della loro invasione e fondare l’impero Islamico che sarebbe sorto dopo aver inghiottito quello Romano. Ma qualcosa va storto e nel 732 si consuma l’ultimo e definitivo arresto dell’onda araba. A Poitiers, nel centro della Francia, Carlo Martello sconfigge gli eserciti musulmani che gradualmente si frammentano lasciando incompiuta l’impresa. Per l’Occidente cristiano questo fatto storico ha significato l’affronto del più piccolo che non si deve permettere di scagliare le sue forze contro l’autorità, è considerato il gesto di infedeltà mai perdonato. Questo tentativo ha segnato una ferita profonda che non si è mai rimarginata, e le otto crociate che si sono assecondate con una certa costanza dall’XI al XIII sec., sono la risposta all’infedeltà del popolo musulmano. L’offensiva congiunta del papa e dell’Imperatore mirava a liberare il Santo Sepolcro, la terra natìa di Cristo dagli invasori pagani e blasfemi ed educarli alle regole della cristianità, oggi della democrazia, prendendone le ricchezze minerarie per sostenere economicamente il proprio Impero e finanziare le guerre. Questa dinamica è ormai nota, ma su un aspetto bisogna porre l’attenzione. Se per un attimo si annullasse dalla storia l’aspetto più cruento delle battaglie reli- giose ed economiche, si potrebbe notare ben chiara la portata culturale e l’effetto sociale che comporta ogni invasione territoriale.
Nell’Europa stravolta dall’invasione musulmana, si depositano le culture scientifiche e letterarie del mondo arabo. La matematica, la geometria, nuove tecniche agricole, l’astronomia, l’alchimia e l’interpretazione dei sogni fanno parte di un bagaglio culturale enorme che si è depositato nei paesi mediterranei fino a essere assorbito dalle tradizioni popolari e poi dalla cultura intellettuale. Anche il gusto letterario è suggerito dalla cultura popolare. Per esempio le gesta di Carlo Martello che fermò l’onda araba e poi quelle del nipote Carlo Magno, che riconquistò parte delle terre arabe in Spagna, vengono prima cantate oralmente, e in un secondo momento riunite per iscritto in Francia, creando così il ciclo carolingio, genere epico-cavalleresco. Questi testi, una volta codificati, assumono un aspetto decisamente propagandistico con lo scopo di incitare la gente a prendere parte alla prima crociata, in toni per la verità esagerati rispetto alla realtà storica in cui lo scontro con i musulmani fu molto più duro e complicato di quanto si voglia far credere. La letteratura traduce in azioni fantastiche le credenze popolari e gli avvenimenti storici di dominio pubblico, ed è per questo motivo che in Spagna, a Siviglia e Toledo, dal 1100 vengono tradotti i testi della cultura araba e islamica che si trovavano nelle biblioteche degli emiri e dei califfi che si sono succeduti nella penisola iberica. A Montpellier si correggono e se ne traducono altri sia in provenzale che in latino, mentre a Padova si italianizza il sapere considerato blasfemo dalla Chiesa. In questo modo le scienze esatte e quelle divinatorie trovano il loro posto nella tradizione occidentale, entrando a far parte della normalità quotidiana. Una volta tradotte in latino e in volgare perdono la loro veste originale e per aggirare il divieto della Chiesa, nei testi manoscritti vengono modificati i titoli o la veste grafica di quelle opere che potevano suscitare il sospetto della censura ecclesiastica. Contemporaneamente alla dif- fusione di questi testi, nel XIII secolo si assiste a una commercializzazione delle ricchezze minerarie e delle manifatture tessili arabe così come degli strumenti di calcolo astronomico e divinatorio. Il porto di Venezia è stato uno dei principali del Mediterraneo occidentale e lì giungevano, oltre alle stoffe, all’artigianato e alle spezie, strumenti meccanici di calcolo geomantico e astrolabi, spesso seguiti da manuali d’istruzione. Dal punto di vista politico, questo è un secolo durante il quale c’è un imperatore illuminato che condiziona il gusto culturale del paese nel quale ha sede.
Federico II, Rex Romanorum, nel XIII secolo, osteggia la quinta Crociata, rifiuta fino alla scomunica di parteciparvi in rispetto al Sultano egiziano e al nipote del Saladino con il quale organizza una finta vittoria a Gerusalemme per illudere il papa. In queste terre l’imperatore impara le scienze sapienziali come per esempio la falconeria, che eleva l’uomo da cacciatore a dominatore della natura ammaestrando un falco che a comando caccia la preda. Per approfondire questo esempio si pensi all’architettura di Castel del Monte, sede pugliese dell’imperatore svevo. Questo è un esem- pio di architettura islamica che prende ispirazione dalla base ottagonale della tomba di Socrate ad Atene, anch’essa sorvegliata da falchi ammaestrati.
In Sicilia l’imperatore importa nel suo regno la tipica struttura intellettuale delle corti islamiche, dove i funzionari politici erano anche poeti che si riunivano per scambiarsi dibattiti filosofici in stile poetico. Questo tipo di cenacolo viene trapiantato nella cor- te di Federico II a Palermo dove nasce la prima poesia italiana della cosiddetta Scuola Siciliana. Le poesie, d’argomento filosofico più che d’amore, arrivano poi a Firenze dove trovano chi è capace a sviluppare le tematiche fino a rivoluzionare la nuova letteratura italiana in volgare.
Dante Alighieri si trova a vivere in un momento decisivo per la rivalutazione di quello che il Medioevo è stato nei confronti della Chiesa Cattolica e della morale pubblica. Lo spirito laico che muove le intelligenze fiorentine di inizio Trecento ha ben chiara la misura in cui si sono appena concluse le crociate, è ben cosciente delle mire economiche che le hanno spinte. Dante è un uomo politico dei più influenti nella Firenze dell’anno 1300, e la sua opera risponde a un bisogno impellente di denuncia politica e morale dei due poteri di riferimento: l’Impero e la Chiesa. Le sue vicende personali, per le quali viene ingiustamente accusato di corruzione e così esiliato, poi condannato a morte dal comune di Firenze, fanno sì che la sua poesia non si distragga mai dalla rappresentazione del vero storico, delle circostanze attuali all’interno delle quali ambienta i suoi personaggi. Per questo motivo non ignora i saperi dei popoli di altre religioni, e riesce a infonderli nel suo testo malgrado l’impossibilità per uno scrittore cri- stiano di fare riferimenti espliciti di scienze appartenenti al mondo infedele. Dante conosce alcune pratiche come l’alchimia e la geomanzia e le usa nel suo testo. Non potendo renderle esplicite per un chiaro intervento ecclesiastico, le scioglie dentro la trama truccandole con artifici retorici e metafore. Questo è il motivo per cui Alighieri è il punto di riferimento in cui diverse culture entrano in contatto sorvolando i rigidi confini tracciati dall’ignoranza e dall’aggressione politica.
A volte le fratellanze culturali superano ogni impedimento e pregiudizio. Il fatto che l’Antico Testamento fornisca a entrambe le cul- ture cattolica e coranica la base della propria dottrina religiosa, rende quindi naturale vedere qua e là delle somiglianze e dei riferimenti che evidenziano l’integrazione delle due culture. Così Dante, sempre attento a non trasgredire la dottrina cristiana, pur mettendo Maometto nell’inferno a causa dello scisma religioso, riconosce bene dal punto di vista culturale e linguistico che la radice primigenia dell’umana propaggine fu piantata nelle terre d’Oriente, e di qui la nostra propaggine si diffuse da una parte e dall’altra moltiplicando a distesa i suoi tralci, per spingersi da ultimo sino ai confini occidentali, fu forse allora per la prima volta che gole di creature razionali bevvero ai fiumi di tutta Europa. (De vulgari eloquentia, I, viii, i).
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