Scontro tra le Iene e Barbareschi E il Fatto chiede l’arresto

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La nuova vittima delle Iene si chiama Luca Barbareschi. Stamattina Filippo Roma e Marco Occhipinti sono andati agli studi di via Monti Tiburtini, dove sta girando il film Mi fido di te, e hanno provato a fargli qualche domanda. Le intenzioni erano quelle di chiedergli conto della sua assenza dal Parlamento e dei finanziamenti Rai.È bastata una battuta sulla Cina, dove il regista andrà a proseguire le riprese del film, per fare scattare la sua rabbia. Li avrebbe spintonati e picchiati, avrebbe rotto la telecamera e rubato il cellulare di Filippo Roma. Le Iene hanno chiamato i carabinieri che hanno chiesto a Barbareschi di restituire il cellulare. Lui non lo ha fatto ed è scattata la denuncia di furto.

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Le domande che probabilmente Le Iene avrebbero fatto sono legittime. Quello che non è più tollerabile è il modo in cui le fanno. Lo abbiamo chiamato altre volte giornalismo stalking: un modo di fare informazione che perseguita la persona, non racconta nulla e fa solo scandalo. Come questa volta. Il caso del furto dell’iphone non solo non aggiunge nulla a quanto sappiamo e non risolve il problema dei doppi incarichi dei parlamentari, ma impedisce di affrontare seriamente questo problema. Diciamo che le Iene, questo modo di fare giornalismo, è speculare a quel modo di stare in Parlamento. Sono le due facce della stessa medaglia.

Il legalitarismo delle Iene, il loro comportarsi come dei Savonarola, ha trovato anche questa volta una sponda nella redazione del Fatto quotidiano. Correte a leggerlo prima che sia troppo tardi. A titoli cubitali protestano perché Barbareschi non è stato subito arrestato per il furto dell’iphone. Lo trattano come un mafioso, come un omicida. Allucinante. Preoccupante. Se si continua così chiederanno che si venga messi dentro per flagranza di reato anche per il furto di una mela. Fermiamoli prima che sia troppo tardi.

Gli “Altri” se ne va, ecco chi siamo e perché torniamo come quotidiano garantista

L’odore di cucina era così intenso che, quando non ci hanno fatto entrare nella sede di Sel all’Esquilino, abbiamo tratto un sospiro di sollievo. Speravamo che quella diventasse la nostra nuova sede, ma qualcuno, non abbiamo mai saputo chi, aveva posto un diktat. Ci siamo ritrovati in mezzo alla strada, in quattro o cinque senza sapere cosa fare tra lo sconforto e il mancato pericolo per una stanza buia e maleodorante. Non sarebbe stata la prima volta in cui dovevamo affrontare forti difficoltà per andare avanti, ma la determinazione, anche davanti a sfighe clamorose, non è mai venuta meno. Siamo stati, noi degli Altri, questo, soprattutto questo. Dei testardi che ci hanno sempre creduto. A cosa? Bella domanda. Proverò a rispondere, raccontando la nostra storia.

L’idea di creare un nuovo giornale – un vizio di cui non ci siamo ancora liberati – è venuta ad alcuni giornalisti di Liberazione dopo la scissione tra Rifondazione comunista e Sinistra ecologia e libertà. Volevamo dare voce a L’Altro, a colui o colei che non aveva visibilità film porno gratis nel mondo della politica e del giornalismo. Abbiamo presto scoperto che l’editore aveva un’idea un po’ diversa dalla nostra: per lui l’alterità e la libertà dovevano stare dentro i confini stabiliti, dentro i vari dogmi che la sinistra si è costruita negli anni per la sfida, vinta, di restare residuale.

Stavamo per iniziare un periodo di chiusure e di aperture, di cambio di sedi – otto, forse nove in tutto. Per alcuni siamo diventati amici, per altri dei “finti amici”. Il fatto vero è che stavamo per iniziare un viaggio in mare aperto, senza certezze, senza punti di riferimento. Abbiamo senza mezzi, se non la forza delle nostre intuizioni, messo in discussione tutto, proprio tutto. A partire da noi stessi e dal modo di fare giornalismo. Senza questa voglia di rischiare, non si capirebbe lo sforzo fatto di analizzare la realtà e la politica fuori dagli schemi. Però, sì, siamo rimasti residuali pure noi. Impossibile negarlo. I numeri non sono dalla nostra parte. Ma nonostante questo possiamo essere orgogliosi: davvero abbiamo creduto a ciò che abbiamo scritto. Non volevamo provocare, non volevamo fare sterili polemiche. Abbiamo detto ciò che pensiamo, senza paura di disturbare. E’ una libertà impagabile, ma che si paga. Non la puoi comprare, ma in cambio devi dare tanto, tantissimo. Significa poco denaro, nessun protettore, solo compagni di viaggio.

L’eredità che ci resta è importante e forse possiamo finalmente dire di aver avuto anche un po’ ragione. In cinque anni di lavoro e di traslochi (fatti personalmente da noi) abbiamo resistito a quella che secondo noi era un’involuzione culturale e politica: la costruzione videos porno dell’antiberlusconismo non come opposizione alle politiche neoliberiste, ma come odio alimentato per nascondere le vere questioni. Quando il movimento di Snoq criticava la vita privata del Cavaliere, rivendicando la dignità delle donne, siamo stati forse l’unico giornale ad aver contrastato una cultura che alla lunga avrebbe minato i diritti e le libertà di tutte. Allora, a sinistra eravamo quasi soli. Oggi in tanti ci danno ragione, riconoscendo come quel dibattito avesse non solo un vizio di origine, usava le donne per altri obiettivi, ma difettava di analisi e riproponeva categorie di conservazione e non di cambiamento. A chi parlava di dignità noi abbiamo contrapposto la parola libertà, a chi chiedeva di riempire le galere per risolvere la violenza maschile, noi abbiamo risposto con una richiesta di civiltà: scommettere sul cambiamento culturale e politico. Sembra facile. E’ stato difficilissimo, perché impopolare.

Lo stesso sforzo lo abbiamo fatto per raccontare la guerra tra magistrati e politica. Non abbiamo sposato acriticamente le tesi di pm e giudici, abbiamo denunciato abusi e storture, abbiamo difeso, secondo la Costituzione, la presunzione di innocenza. Oggi è normale che un giornale consideri colpevole una persona solo per avere ricevuto un avviso di garanzia, per noi si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. E anche se si viene giudicati colpevoli, continuiamo a esercitare il dubbio, la capacità di identificarci con l’altro, l’assassino, chi delinque, chi sta dalla parte del torto. E’ per questo che, insieme con i Radicali, non ci piacciono le galere, le gabbie, le leggi che invece di affermare diritti elargiscono anni di pena.

Finiti il berlusconismo e l’antiberlusconismo, il nostro lavoro non è terminato. In questo decennio c’è stato un cambiamento profondo, che più che strettamente culturale è stato cognitivo e antropologico. La società è mutata radicalmente e non nel verso che volevamo noi. E’ andata dalla parte opposta, naturalizzando le storture che abbiamo cercato fin da subito di contrastare. Ma esiste una parte di società che ha resistito e che non rinuncia a ragionare, capire, sperare e a cui vorremmo rivolgerci iniziando una nuova sfida. Ma questa è un’altra storia. Una nuova storia. Quella degli Altri che sta terminando non sarebbe stata possibile senza la determinazione di noi redattori (una determinazione che voi umani…) l’affetto e la passione di tutti coloro che hanno collaborato, di chi ci ha voluto bene anche se diversi dalle sue convinzioni, di chi a prescindere dalla collocazione politica ha visto in noi una possibilità. Abbiamo fatto poco in pochi, ma lo abbiamo fatto con tutto noi stessi e con tutta la libertà immaginabile.